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	<title>Davide Mamone Archives - InsideOver</title>
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	<title>Davide Mamone Archives - InsideOver</title>
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		<title>L&#8217;angoscia di Nuevo Laredo in Messico, prima del coronavirus</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/langoscia-di-nuevo-laredo-in-messico-prima-del-coronavirus.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Mamone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2020 16:52:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[richiedenti asilo]]></category>
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<p>Per capire l’angoscia di Nuevo Laredo in Messico, ci si deve entrare quando il sole tramonta. Al confine con il Texas, il “Puente Internacional 1 Las Americas” che sorvola il Rio Grande a sud, straripa di macchine. Da qui passavano più di 20mila mezzi al giorno, prima dello scoppio dell’emergenza coronavirus, e l’accesso al territorio &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/langoscia-di-nuevo-laredo-in-messico-prima-del-coronavirus.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1139" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/LP_11163060-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/LP_11163060-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/LP_11163060-300x178.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/LP_11163060-1024x607.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/LP_11163060-768x456.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/LP_11163060-1536x911.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/LP_11163060-2048x1215.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Per capire l’angoscia di Nuevo Laredo in Messico, ci si deve entrare quando il sole tramonta. Al confine con il Texas, il “Puente Internacional 1 Las Americas” che sorvola il Rio Grande a sud, straripa di macchine. Da qui passavano più di 20mila mezzi al giorno, prima dello scoppio dell’emergenza coronavirus, e l’accesso al territorio americano era, e oggi lo è ancora di più, sigillato dagli agenti di frontiera. Al lato della strada sul ponte, in direzione Messico, due ragazzi inforcano biciclette arrugginite. “Controllano chi entra e chi esce”, dice la fixer, una persona che accompagna a Nuevo Laredo chi di Nuevo Laredo non è, a patto di nascondere la sua identità. Il Cartello ha il potere su tutto, qui: “Sono più forti dello Stato e, credimi, sanno già che sto viaggiando con un’altra persona”.</p>
<h2>Il dominio del Cartello Los Zetas</h2>
<p>Negli isolati del Sector Central, dove una camionetta dell’esercito presidia chi varca il confine, Nuevo Laredo si presenta come una città in guerra, già prima del coronavirus. Con la confusione del traffico che inquina l’aria già imputridita dal dominio del Cartello Los Zetas, che comanda Plaza Juarez. Con sparatorie e assalti, diventati quotidianità. Agli angoli delle strade, dopo aver superato il vistoso spartitraffico color giallo evidenziatore, persone affiliate al Cartello hanno lo stesso compito dei ragazzini in bicicletta: controllano. E lo fanno armate. “Possono essere giovani o di mezza età, donne o uomini: c’è sempre chi fingerà di non vedere che cosa fanno”. Perché la vita a Nuevo Laredo vale poco e tutti, invece, sembrano avere un prezzo.</p>
<p>È su queste strade, bollate dall’autorità americane con l’allerta di pericolosità massima, già prima del coronavirus, alla pari di Siria e Afghanistan, che sempre più richiedenti asilo sono costretti a rimanere in attesa a seguito della policy <em>Remain in Mexico</em>, applicata a Nuevo Laredo dall’amministrazione Trump nell’estate del 2019. Provenienti da Nicaragua, Honduras e El Salvador, Messico e Guatemala, se prima gli immigrati attendevano il loro giorno di corte negli USA, per capire se la richiesta d’asilo fosse stata accettata, con i Migrant Protection Protocols (MPP) sono in centinaia a condividere gli spazi stretti dei centri in Messico. E la crisi COVID-19 ha estremizzato una tendenza già diventata estrema.</p>
<h2>Dentro lo shelter dei richiedenti asilo</h2>
<p>Per i richiedenti asilo, la vita in uno shelter è durissima e sono pochi gli esterni che vi hanno accesso per vedere cosa succede. In uno di questi a Nuevo Laredo, dove <em>InsideOver</em> ha avuto la possibilità esclusiva di entrare, ciò di cui si è spettatori va oltre ogni immaginazione. A proteggere l’area dove si respira disperazione e tensione, c’è un traballante portone di medie dimensioni. All’ingresso, una tenda trasparente fa da tramite all’area che dà accesso alla sala principale. È qui che intere famiglie dagli occhi stanchi trascorrono le loro giornate da reclusi. Bambine e bambini si aggrappano ai jeans sporchi di mamme e papà. Molti richiedenti asilo siedono sparsi sul pavimento, guardandosi attorno. Altri, appoggiati sulle panche scomode, fissano il loro sguardo a terra. Si mangia poco qui e solo quando qualcuno da fuori dona del cibo al centro. I bagni, piccoli, non sono sempre sufficienti, anche se più puliti di quanto ci si potrebbe aspettare. E per questi immigrati non c’è alternativa: uscire dagli shelter significa sfidare la morte. E non solo per il coronavirus. Secondo uno studio Human Rights First, da quando è entrata in vigore la policy “Remain in Mexico” sono stati registrati centinaia di episodi di rapimenti, uccisioni, stupri e torture. Qualcuno di loro inizia a lavorare per i gruppi criminali, che hanno in Nuevo Laredo il loro quartier generale. Persino un pastore, che dirigeva uno shelter, lo scorso agosto è stato rapito finendo nel nulla.</p>
<h2>La condanna delle stringhe delle scarpe</h2>
<p>“I richiedenti asilo devono pagare i <em>bad guys</em> più di una volta adesso”, spiega Joe Barron, responsabile dello shelter cattolico <em>La Frontera,</em> nella più fortunata Laredo. Non si riferisce mai al Cartello usando il suo nome. Li definisce solo <em>bad guys</em>, i cattivi. E a Nuevo Laredo non ci mette più piede: “È troppo pericoloso”. Le stanze de <em>La Frontera</em> sono vuote, dopo l’entrata in vigore della <em>Remain in Mexico</em>. “Sono tutti intrappolati di là”, dice, in centri come quello dove <em>InsideOver</em> ha avuto accesso prima che i confini venissero chiusi ai <em>non essential travels</em> a causa dell’emergenza coronavirus. Ma ci sono stati dei mesi, nel 2019, dove sono passati da qui migliaia di richiedenti asilo a Laredo, spediti dagli agenti di frontiera: “Eravamo al collasso e ora il numero è crollato, ma il prezzo umano è salatissimo”, dice Mike Smith, pastore della Holding Institute. Mike e Joe si conoscono da una vita e anche il suo shelter, a Laredo, finì in sovraffollamento. La policy di Trump non è stata però per lui, elettore un po’ conservatore e un po’ indipendente, una soluzione: “Ogni tanto sentiamo spari ed esplosioni che arrivano al di là del fiume”. È la vita quotidiana a Nuevo Laredo, anche prima del coronavirus che ha momentaneamente sospeso le nuove domande d&#8217;asilo negli USA: “Le persone non possono rimanere in America da illegali, ma non possiamo neanche permetterci che siano vittime di violenza così: gli spari, la guerriglia, succedono letteralmente a 4-5 isolati dalla nostra città”. E i richiedenti asilo sono obiettivi facili. “Arrivati al confine, devono togliersi cinture e stringhe delle scarpe”, spiega Joe. Prima che la <em>Remain in Mexico</em> entrasse in vigore, non era un dettaglio importante. Oggi, invece, i <em>bad guys</em> in Messico hanno un compito semplice: vedere chi sul “Puente 1” viene rispedito indietro con le scarpe senza stringhe. “Sanno che sono richiedenti asilo e che su quel ponte dovranno tornarci: li braccano subito”.</p>
<h2>L&#8217;ora della preghiera</h2>
<p>L’unico momento di sollievo, per le famiglie recluse negli shelter del Messico, arriva nell’ora della preghiera. Nella sala anonima dalle luci opache, mamme giovanissime abbracciano forte i loro bimbi e iniziano a piangere, mentre le note delle melodie clericali si fanno più forti. I papà, sguardo perso, tengono per mano i figlioletti provando a dar loro conforto. Non sanno che fare. Un gruppo di bambini, nell’angolo, gioca tra loro. Sono seduti sul pavimento freddo, lo usano come se fosse un parco. “Le persone che rimangono braccate nei centri non sono violente, ma semplici famiglie disperate” dice Artur Nets, un pastore cattolico in Texas che aiuta Mike e Joe a far arrivare frutta e verdura, acqua e giocattoli nei centri oltre il confine. “E non sono immigrati illegali, dobbiamo ricordarci di questo”, dice da Laredo, dove vive. “Non ho nessun altro obiettivo che questo: fare del bene e condividere un momento di speranza con queste persone”.</p>
<p>Anche perché i sorrisi svaniscono in fretta, quando a Nuevo Laredo cala il buio e le strade tornano nelle fauci del Cartello. “Non sono così certo che un muro possa fermare gli affari illegali”, spiega il pastore Mike Smith. Neanche quello che Donald Trump ha promesso di costruire e che la sua amministrazione ha deciso di iniziare proprio in questo fazzoletto del Texas. “Laredo e Nuevo Laredo sono città sorelle, non nemiche: mi sento più vicino ai cittadini messicani per bene al di là del fiume, che agli americani che sono venuti qui per iniziare a costruirlo. Il muro distruggerebbe la percezione di intere generazioni”.</p>
<h2>Tre giudici a San Francisco</h2>
<p>E mentre in Messico la battaglia quotidiana sulle strade continua, negli USA c’è chi prosegue quella legale. Tre giudici a San Francisco, a fine febbraio, hanno bloccato i Migrant Protection Procotols, definendoli incostituzionali. È servito a sospendere la policy per qualche settimana, ma non ad eliminarla. Ora però, complice anche il coronavirus, che sta letteralmente dilagando in centro e sud America, alla frontiera non si è più certi quale sia il protocollo da seguire. Anche se i confini sono formalmente chiusi sia alle nuove richieste d&#8217;asilo, che a tutti i trasferimenti non essenziali. “Vogliamo solo che i richiedenti asilo possano rimanere in America, dove hanno il diritto di ricominciare a vivere”, dice Joe. Nel 2019, a Laredo, dove il coronavirus ha colpito la fascia d&#8217;età tra i 40 e 49 anni, il suo shelter era al collasso. “Ma quando le famiglie lo lasciavano, ritrovavano la dignità persa durante il viaggio”. Ora non succede più: “Nessuna famiglia merita di subire tutto questo”.</p>
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		<title>New York, la sfida sui test degli anticorpi è ancora in salita</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/new-york-la-sfida-sui-test-degli-anticorpi-e-ancora-in-salita.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Mamone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2020 12:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>
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<p>Il giorno in cui Alice Sanderson è entrata in ambulatorio a Manhattan per sottoporsi al test sierologico per il coronavirus, era già certa di quale potesse essere il risultato: “Verso febbraio ho completamente perso il senso del gusto e del fatto, ho avuto febbre, mal di gol e persino la congiuntive: non credo di essermi &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/new-york-la-sfida-sui-test-degli-anticorpi-e-ancora-in-salita.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Usa-New-York-Time-Square-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Usa-New-York-Time-Square-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Usa-New-York-Time-Square-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Usa-New-York-Time-Square-La-Presse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Usa-New-York-Time-Square-La-Presse-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Il giorno in cui Alice Sanderson è entrata in ambulatorio a Manhattan per sottoporsi al test sierologico per il coronavirus, era già certa di quale potesse essere il risultato: “Verso febbraio ho<span id="cch_f2d1b4a92981274" class="_mh6 _wsc"><span class="_3oh- _58nk"> completamente perso il senso del gusto e del fatto, ho avuto febbre, mal di gol e persino la congiuntive: non credo di essermi mai sentita così strana come allora ed è durata per settimane”. </span></span></p>
<p>Non aveva fatto, allora, il collegamento con il coronavirus: “Nessuno qui a New York ne parlava, la vedevamo come una cosa lontana. Quando sono stata male nemmeno si pensava alla quarantena”. Con il passare delle settimane e dopo che più di 310mila newyorkesi sono risultati positivi, molti dei quali condividendo gli stessi sintomi di Alice, la supposizione è diventata più forte. “Quando ho fatto il test sierologico e sono risultata positiva ne ho avuto la conferma: e ora vorrei donare il plasma”.</p>
<h2>Cosa sta succedendo a New York</h2>
<p>Come Alice sono tanti i newyorkesi a caccia degli <em>antibody test</em>, in questi giorni. Se quelli diagnostici, i tamponi, sono più complicati da trovare e da farsi fare, i test sierologici sembrano più semplici da ottenere. Dopo l’accelerata del governatore Andrew Cuomo, che nelle ultime settimane ha promesso che presto tutte le 5,000 farmacie dello Stato di New York ne disporranno di un numero a sufficienza per testare circa 40mila newyorkesi al giorno, la scelta non sembra mancare.</p>
<p>Il problema nasce però sulla credibilità dei test che si trovano. Come per i tamponi, infatti, falsi negativi e falsi positivi sono all’ordine del giorno. Ed è proprio su questo terreno che New York, dopo aver vinto a fatica la battaglia dei ventilatori durante il picco dell’emergenza (seppur con <a href="https://nypost.com/2020/04/29/new-york-paid-69-million-for-ventilators-that-never-showed-up-report/"><strong>qualche ombra</strong></a>), ora si gioca molto del suo futuro. Secondo <a href="https://www.dropbox.com/s/cd1628cau09288a/SARS-CoV-2_Serology_Manuscript.pdf?dl=0"><strong>uno studio</strong></a> pubblicato lo scorso 24 aprile da un gruppo di ricercatori e medici di University of California San Francisco, University of California Berkeley, Chan Zuckerberg Biohub e Innovative Genomics Institute, infatti, sono ben 14 le tipologie di test disponibili nel Paese, distribuibite anche per gli americani che non lavorano in strutture ospedaliere o per business considerati essenziali. Di queste, però, soltanto tre stanno dando risultati credibili.</p>
<p>“In ogni caso non me la sento ancora di suggerirne uno piuttosto che un altro: le cose stanno cambiando velocemente ed esprimere giudizi definitivi al momento è sbagliato”, Danielle Ompad, esperta epidemiologa e professoressa della New York University, spiega a <em>InsideOver</em>. “Uno dei motivi per cui ci sia così tanta confusione è legato al fatto che stiamo cercando di produrre questi test nel giro di un fazzoletto di tempo molto ristretto”, continua. E per capirlo basta un semplice paragone con la crisi HIV, l’epidemia che ha provocato nel corso degli ultimi quattro decenni ben 700,000 vittime solo negli Stati Uniti: “I test sierologici furono distribuiti quattro anni dopo aver identificato il virus, all’epoca”, ricorda la professoressa Ompad. Nonostante i tempi siano cambiati e l’innovazione medica abbia fatto passi da gigante, “dobbiamo sempre pensare che questi test per il coronavirus abbiano soltanto tre mesi di vita. Per questo, serve attendere per capire”.</p>
<h2>I test degli anticorpi sono credibili?</h2>
<p>Un newyorkese che oggi vuole sottoporsi a un test sierologico deve seguire poche, semplici regole, ma consapevole del fatto che la confusione su credibilità del risultato finale e costo non manchi. “Mi hanno detto che il risultato è sicuro al 90 per cento, anche se io non penso di essere un caso di falso positivo, visti i sintomi avuti”, spiega ancora Alice.</p>
<p>Per ottenere il test degli anticorpi ci si può rivolgere a una farmacia del proprio quartiere, alla propria assicurazione sanitaria o a un ambulatorio locale. Le condizioni richieste, la maggior parte delle volte, sono di non essere stato vittima di alcun genere di sintomo nei precedenti 14-18 giorni, tempo di cui si presuppone l’organismo abbia bisogno per sviluppare gli anticorpi. Dopo di che ci si può recare in loco e sottoporsi al test: “È stato un semplice esame del sangue, non al dito, ma al braccio e non mi ha fatto male: l&#8217;ambulatorio era ancora abbastanza vuoto, per altro, perché sono andata il primo giorno disponibile”, racconta Alice, a cui il risultato è arrivato dopo appena due giorni. <strong>“</strong>Mi avevano detto tra i tre e i cinque, ma mi hanno telefonato prima”.</p>
<p>Nonostante Quest Diagnostics, tra le prime aziende private ad averne annunciato la disponibilità in ognuno dei suoi 2,200 laboratori, abbia indicato un costo di 119 dollari per l’acquisto del test secondo <a href="https://www.nydailynews.com/coronavirus/ny-coronavirus-quest-labs-antibody-test-buy-online-20200429-lbtdyyrojzfdzhaxiucg2orwra-story.html">quanto riportato dal <em>The Daily News</em></a> e da <em><a href="https://www.cnbc.com/2020/04/28/quest-diagnostics-rolls-out-direct-to-consumer-coronavirus-antibody-tests.html">CNBC</a></em>, l’amministrazione Trump ha precisato nelle ultime tre settimane che a seguito dell’approvazione del CARES Act, anche i test per gli anticorpi dovranno essere gratuiti per tutti. Chi non è assicurato però, anche in ambulatori come quello in cui è andata Alice, il test lo può pagare fino a 55 dollari.</p>
<p>Anche se CityMD, una delle cliniche più conosciute a New York, ha confermato che <a href="https://www.citymd.com/news/covid-19-testing-update">non verrà applicato alcun extra</a> o copay a chi si sottopone alla visita, sottolineando la credibilità dei suoi test: “Indicano con un’elevata precisione se in passato hai avuto il virus e se hai manifestato o meno dei sintomi” si legge sul sito dell&#8217;azienda. I dubbi su certezza del risultato e costo, però, non mancano. Per questo la città di New York ha iniziato un programma per offrire test gratuiti, attraverso il coordinamento con l&#8217;azienda BioReference, tramite la quale testerà fino a 5mila persone al giorno, con risultati che verranno dati entro 48 ore. Cinque i quartieri iniziali: Morrisania, East New York, Upper Manhattan, Concord e Long Island City.</p>
<h2>Patentino, sì o no?</h2>
<p>Questo insieme di fattori, però, è la prova di come, nonostante l’obiettivo finale sia quello di ottenere test sugli anticorpi credibili e gratuiti per tutti, non sempre questi sono garantiti. “Io ho deciso di attendere l&#8217;arrivo di test migliori<strong>”</strong> dice ad esempio Rachel Tackett, newyorkese che vive a Brooklyn e che crede di aver contratto il virus a febbraio dopo giorni di assenza di olfatto, tosse e mal di gola. “Sono andata nella mia farmacia e mi hanno consigliato di aspettare perché la tipologia che avevano non era tra le più credibili”.</p>
<p>In ogni caso, al netto di quale sia il test, gli esperti spiegano che risultare positivi non significa essere immuni al virus e che far passare il messaggio opposto non aiuti. “Non credo molto nemmeno nel patentino dell’immunità, è da evitare”, precisa Danielle Ompad di New York University. “Il rischio è di far credere a chi risulta positivo di avere il via libera per fare tutto, quando può non essere così perché il virus forse può tornare, per quanto ne sappiamo ora”.</p>
<p>E la parola chiave è sensibilità: “I test devono ottenere la sensibilità adeguata per capire che le persone siano davvero positive e che gli anticorpi sviluppati siano davvero resistenti al Covid”, dice la dottoressa Ompad. Che continua: “È emerso da alcuni studi che chi abbia contratto il coronavirus abbia subito delle modifiche nella conformazione del proprio sistema immunitario”. Ma non è ancora chiaro quanto l’eventuale immunità duri, “se duri per tutti e se venga generata per tutti coloro che lo hanno fatto: ci sono troppe congetture sul tema”.</p>
<h2>Un campione su quattro è positivo, ma&#8230;</h2>
<p>Il governatore Andrew Cuomo, in due conferenze stampa nel giro di una settimana, ha comunicato recentemente il responso dei primi test degli anticorpi effettuati su due campioni diversi di newyorkesi. Nel penultimo di questi, è risultato che quasi il 25 per cento dei 3,225 abitanti della città di New York abbia contratto il virus: uno su quattro. “Per il campione ci siamo basati sui lavoratori dei negozi di alimentari e abbiamo incluso tra le 100 e le 200 persone a negozio, di diverse etnie, sesso e fasce d’età, per cercare di essere rappresentativi della popolazione adulta nel suo completo”, ha dichiarato a <em>InsideOver</em> Jonah Bruno, Director of Communications del Dipartimento della Salute dello Stato di New York.</p>
<p>Nell’evidenziare come il lavoro sia stato fatto “in coordinamento con catene di negozi alimentari, per accelerare l’andamento dello studio”, Bruno ha spiegato che questo sia “il più ampio ed esaustivo studio condotto fino ad oggi a riguardo: lo scopo era di provare la capacità dello Stato di sottoporre persone al test, di determinare chi ha gli anticorpi e cosa questo significhi per ciascun individuo”.</p>
<p>E ora, tra mille difficoltà, mentre un terzo campione di test ha evidenziato come i positivi nella città di New York siano pari al 19.9%, il focus è sulla distribuzione in larga scala. Persone come Alice Sanderson lo hanno già fatto. Altre come Rachel Tacker, no. Ma la dottoressa Ompad, nell’attendere la pubblicazione di nuovi studi su campioni di persone più articolati, continua a predicare calma: “Per lasciarci alle spalle questa pandemia abbiamo bisogno di un vaccino, di una cura che funzioni in modo sicuro e della conferma che gli anticorpi generino per tutti l’immunità per un determinato periodo di tempo”. In questo momento, precisa, “non abbiamo ancora nessuno di questi tre elementi”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/new-york-la-sfida-sui-test-degli-anticorpi-e-ancora-in-salita.html">New York, la sfida sui test degli anticorpi è ancora in salita</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Coronavirus, le cure sono davvero gratis per tutti in America?</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/coronavirus-le-cure-sono-davvero-gratis-per-tutti-in-america.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Mamone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 10:01:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="757" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Personale-sanitario-coronavirus-a-Boston-Usa-La-Presse-e1586530254421.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Medici americani coronavirus (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Personale-sanitario-coronavirus-a-Boston-Usa-La-Presse-e1586530254421.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Personale-sanitario-coronavirus-a-Boston-Usa-La-Presse-e1586530254421-300x151.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Personale-sanitario-coronavirus-a-Boston-Usa-La-Presse-e1586530254421-768x388.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Personale-sanitario-coronavirus-a-Boston-Usa-La-Presse-e1586530254421-1024x517.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Tutto ha avuto inizio una normale mattina di marzo. James Cole, designer freelance di base a New York, si sveglia con tosse secca e respiro corto. “Ero sdraiato a letto e avevo il fiatone come se avessi appena finito di correre”, racconta. Il coronavirus lo colpisce quando meno se lo aspetta, ma nelle modalità di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/coronavirus-le-cure-sono-davvero-gratis-per-tutti-in-america.html">[...]</a></p>
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<p>Poi la visita all’Urgent Care, l’ambulatorio convenzionato con la sua assicurazione sanitaria, più vicino: “Mi hanno fatto il test ed è risultato positivo al COVID”, spiega James. Che ha una copertura privata ma, nonostante questo, ha dovuto pagare la singola visita medica perché fuori dal suo piano: 40 dollari. “Ma ora ho paura di eventuali extra, anche se mi hanno assicurato che il test fosse gratuito”.</p>
<h2>I “se” hanno un peso</h2>
<p>A vivere con timori come questi, nelle settimane in cui gli Stati Uniti sono diventati l’epicentro mondiale della pandemia coronavirus, sono sempre più americani. Alcuni fortunati come James, che è stato rimandato a casa subito dopo il tampone, che si sta curando da solo con sintomi tutto sommato lievi e non ha avuto bisogno di essere ricoverato in un ospedale. Altri molto meno fortunati di lui &#8211; quasi 42mila secondo i dati della Johns Hopkins University aggiornati a lunedì sera &#8211; che invece sono stati accettati nelle strutture ospedaliere del Paese per essere curati. E ora stanno facendo la conta dei giorni, se dimessi da quegli ospedali, con una speranza: di non vedersi arrivare bollette a sorpresa dalle compagnie assicurative, da qui a qualche settimana.</p>
<p>Il dibattito legato ai costi delle cure COVID è stato centrale fin dai primi momenti della crisi che sta mettendo in ginocchio il Paese. In un sistema come quello americano, dove ricevere cure viene considerato un servizio e non un diritto, una pandemia di queste dimensioni avrebbe potuto – e potrebbe avere – delle conseguenze significative per molti. Non solo sulla salute, ma anche sui portafogli. Per questo la politica americana si è subito concentrata per trovare delle soluzioni.</p>
<p>Da una parte i Democratici, che hanno spinto in Congresso per l’accesso gratuito ai tamponi e per l’assistenza ai non assicurati, inserendolo nella mastodontica manovra economica da 2mila miliardi di dollari, il CARES Act approvato in via definitiva dalla Camera il 29 marzo.</p>
<p>Dall’altra l’amministrazione Trump, con il Presidente stesso in prima persona che ha annunciato di voler utilizzare parte dei finanziamenti del CARES Act per contribuire a coprire i costi del trattamento COVID dei pazienti non assicurati. A una condizione, però: che l&#8217;ospedale accetti il rimborso del governo, per non addebitare al paziente non assicurato il conto.</p>
<h2>Il fattore 100 miliardi</h2>
<p>È su questo <em>se</em> e su molti altri, che passa il destino di diversi pazienti COVID non coperti da assicurazione negli Stati Uniti. Se infatti il fondo promesso è stato già fissato ed è di 100 miliardi di dollari, le domande e i dubbi permangono sulle modalità e sui tempi, ma anche sulla quantità di ospedali che riusciranno ad avere accesso a quel fondo, come ha evidenziato un recente articolo del portale online specializzato KFF. Ad aprile inoltrato, infatti, non è stato ancora chiarito in quanto tempo verrà distribuito il denaro agli ospedali per coprire i costi delle cure di chi non se lo potrà permettere: preventivo sulla base delle previsioni o posteriore sulla base dei bisogni? E si deve ancora capire se e come gli ospedali nelle aree rurali e suburbane del Paese rientreranno all’interno della platea a cui i 100 miliardi si rivolgono. Mentre i dubbi sui criteri rispettati dal dipartimento della salute per la distribuzione dei fondi rimangono.</p>
<p>In ogni caso, sembrano molto lontani i primi giorni della diffusione del coronavirus, quando il Time riportò la storia di tale Danni Askini, un’americana che ebbe la sfortuna di ammalarsi tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, quando ancora il Presidente Trump accostava il coronavirus a una fake news, e si ritrovò una bolletta da pagare di quasi 35mila dollari dopo essere risultata positiva al coronavirus. “A me è andata meglio perché mi è stato diagnosticato in una seconda fase, quando c’era maggiore consapevolezza del virus nel Paese”, spiega ancora James, che non ha ricevuto a Brooklyn un trattamento troppo più complesso di quello che Danni Askini ricevette a Boston.</p>
<h2>Coperta corta</h2>
<p>Episodi come quello di Boston però fanno capire quanto la coperta possa essere corta e quanto il costo delle cure sia potenzialmente invadente. La strategia dell’amministrazione Trump, per una volta in sintonia con il Congresso, è sembrata chiara, seppur non ancora definita: provare a coprire gli spazi, attaccandoli da due direzioni. Da una parte con i 100 miliardi messi a budget nel CARES Act per coloro che non hanno un’assicurazione, circa 28 milioni in America. Dall’altra con una complicata strategia di negoziazione con le compagnie assicurative private, come CVS Health Corp, CIGNA e Humana, che non a caso nelle ultime settimane hanno annunciato per i loro clienti (alias pazienti) il taglio di tutti i cosiddetti <em>copay</em> – gli extra non coperti dai singoli contratti assicurativi – nell’ambito delle cure e del trattamento COVID. L’obiettivo espresso è quello di evitare bollette a sorpresa ai danni dei cittadini americani alle prese con la pandemia.</p>
<p>“Il problema però è che spesso queste assicurazioni sono legate a dei contratti di lavoro, quindi non sono loro a decidere per prime”, ha spiegato a CNBC Karyn Schwartz della Kaiser Family Foundation. Anche perché la platea è ampia: secondo i dati della fondazione, si parla di 177 milioni di americani, di cui 20 che dispongono di un accordo individuale con assicurazioni private come CVS Health Corp, CIGNA e Humana, e ben 157 la cui copertura sanitaria è legata al loro posto di lavoro. Con il propagarsi della crisi, però, molti di quei posti di lavoro stanno sparendo. E quando saltano i posti di lavoro, di conseguenza, saltano anche le coperture assicurative.</p>
<h2>“È come giocare alla lotteria”</h2>
<p>E nel mezzo, certo, ci sono anche coloro che usufruiscono dei servizi Medicare tradizionali, destinati a tutti gli over 65 e giovani con disabilità. Chi non ha ulteriori servizi di copertura supplementare, lo hanno evidenziato diversi report in questi giorni, rischia di ritrovarsi scoperto per i costi extra di permanenza nelle strutture. Sono 6.1 i milioni di americani in questa condizione e un recente studio di HealthSystemTracker.org ha evidenziato come il costo di tre giorni di ospedale sotto trattamento COVID, usufruendo di un ventilatore equivalga a quello 22.6 giorni standard in ospedale per altri trattamenti tradizionali. Ciò significa che a livello proporzionale, se applicati, i costi potrebbero gonfiarsi facilmente.</p>
<p>“Non vorrei essere uno di loro”, dice ancora James. “Nonostante gli sforzi, è come giocare alla lotteria: devi sperare di vincere”.</p>
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		<title>Coronavirus, quei pericolosi negazionisti d&#8217;America</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/coronavirus-quei-pericolosi-negazionisti-damerica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Mamone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 20:56:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-virus-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="New York coronavirus (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-virus-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-virus-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-virus-La-Presse-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-virus-La-Presse-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Sono tanti. Sono silenziosi. Camminano tra coloro che la pericolosità della pandemia l&#8217;hanno capita. I negazionisti del coronavirus, negli Stati Uniti e a New York, si trovano ancora ovunque. Affollano le spiagge e si definiscono fatalisti. Girano senza mascherina e guanti per le strade e si lamentano della chiusura di bar e ristoranti nella città. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/coronavirus-quei-pericolosi-negazionisti-damerica.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-virus-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="New York coronavirus (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-virus-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-virus-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-virus-La-Presse-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-virus-La-Presse-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Sono tanti. Sono silenziosi. Camminano tra coloro che la pericolosità della pandemia l&#8217;hanno capita. I <strong>negazionisti</strong> del <a href="https://it.insideover.com/schede/societa/che-cose-il-coronavirus.html">coronavirus</a>, negli Stati Uniti e a New York, si trovano ancora ovunque. Affollano le spiagge e si definiscono fatalisti. Girano senza mascherina e guanti per le strade e si lamentano della chiusura di bar e ristoranti nella città. Credono che il virus sia un qualcosa lontano da loro e non vogliono accettare alcun cambiamento nella loro quotidianità. E alcuni, non si sforzano nemmeno a nasconderlo.</p>
<h2>Fatalisti o irresponsabili?</h2>
<p>“Forse l’ho già avuto senza sintomi e senza lamentarmi troppo: non vedo perché questa crisi debba fermare la mia vita”. <strong>Michael Cayetano</strong> è originario di Samoa, ha 26 anni e vive a Fort Greene, quartiere a nord-ovest di Brooklyn, a New York. Mentre è intento a preparare gli scatoloni per il suo trasloco, aiutato da un paio di amici, lo dice senza troppi giri di parole: &#8220;Non credo il coronavirus sia così pericoloso&#8221;. Mentre i numeri di contagi e vittime nello Stato e nella città continuano a impennarsi in modo drammatico (circa 26mila casi positivi alla mezzanotte di martedì 24 marzo), lui si sta trasferendo a New Orleans in Louisiana, per un nuovo lavoro. “Ho questo a cui pensare, mica al virus: spero anzi che non chiudano la città prima della mia partenza”, sottolinea Michael.</p>
<p>E a motivarlo è una <strong>teoria</strong> in cui dice di credere molto: “Anche se prendiamo il virus e ne guariamo, non smettiamo di essere pericolosi per gli altri e possiamo passarlo poi a tutti lo stesso: possiamo condividerlo in eterno se ci pensi”, dice, mentre ricorda di aver avuto la febbre per qualche giorno durante il mese di gennaio: “Forse era quello, chi lo sa?”.</p>
<h2>Il caso che ha fatto scuola: Miami</h2>
<p>La realtà dei fatti non è proprio così, e non solo perché è falso che le altre persone possano essere contagiate “in eterno” da chi è già guarito dal Covid-19. Ma di giovani come Michael, l’America e New York ne sono pieni. E fino alla decisione di chiudere tutti i business non essenziali da parte dei governatori di New York, California e Illinois, Stati dove si trovano le tre città più popolose degli USA (New York, Los Angeles e Chicago), il Paese ha proseguito la sua vita come se il coronavirus non esistesse. Specialmente tra i giovani.</p>
<p>Ad aver fatto aprire gli occhi su questo aspetto è stato un servizio di <em>Cbs News</em> da Miami, durante i giorni dello Spring Break. Un minuto e 25 secondi caricati su Youtube, visualizzati da quasi un milione e mezzo di persone, e montati in uno Stato, la Florida, che non ha ancora attuato forme di chiusura delle attività non essenziali, come invece è accaduto nella New York da cui Michael sta andando via. “Se prendo il coronavirus, prendo il coronavirus. Non sarà questo a fermarmi dal fare festa”, ha detto candidamente di fronte alle telecamere in una dichiarazione diventata virale<strong> Brady Sluder</strong>, studente universitario di 22 anni, originario dell’Ohio. A cui ha fatto eco Brianna Leeder, altra giovane studentessa a Miami per lo Spring Break: “Credo ci sia una reazione sproporzionata e che ci si stia pensando un po’ troppo: alcuni locali chiudono ma noi non ci faremo rovinare la festa”, ha detto.</p>
<h2>La lezione dimenticata a New York</h2>
<p>Se Brady Sluder ha chiesto poi scusa, precisando di “non voler mancare di rispetto nessuno”, dicendo di essere ora preoccupato “per le persone anziane a me care che sono tra le più a rischio in famiglia” e precisando che “la vita è preziosa e non dobbiamo credere di essere invincibili”, ancora troppi negano la piaga del <strong>coronavirus</strong>. Alcuni dubitano persino della sua pericolosità, come Jack Williamson, 27enne nativo degli Hamptons che vive a New York. “Vedo dalle notizie che stanno chiudendo le attività, ma secondo me non rischiamo nulla”, spiega, dicendosi felice che il suo ufficio gli ha ordinato di lavorare da casa per la crisi coronavirus: “Posso fare smart working dall&#8217;appartamento della mia ragazza: lei è infermiera e fa i turni di notte, così mentre lei dorme, io lavoro”. Jack da poco è stato convinto proprio da lei a usare la mascherina: “Ma non uso l’igienizzante per le mani, né ho cambiato altri aspetti della mia vita ultimamente: non vedo il perché”.</p>
<h2>&#8220;Se io ho il virus, tu ce l’hai già”</h2>
<p>La vita, però, negli Stati Uniti è già cambiata. E non poco. Nonostante il Presidente Donald Trump stia auspicando la riapertura del Paese entro Pasqua e abbia promesso martedì dalla Casa Bianca di vedere la “luce in fondo al tunnel della crisi”, la pandemia del coronavirus si sta abbattendo sugli americani. In tre giorni, da domenica 22 a martedì 24 marzo, i <strong>casi positivi</strong> di Covid-19 sono raddoppiati: da 25mila a 50mila.</p>
<p>Stati come New York hanno fatto suonare l&#8217;allarme fin dai primi episodi di contagio. Mentre nel Paese è iniziata una vera e propria corsa educativa per far capire ai più giovani che negare il coronavirus significa peggiorare la situazione. In luoghi popolati come New York, dove il governatore <strong>Andrew Cuomo</strong> ha ricordato ai giovani “che più della metà dei casi rientrano nella fascia 18-49 anni”. Ma anche in piccoli villaggi del Kentucky, dove il governatore Andy Beshear ha condiviso le sue preoccupazioni dopo aver appreso la notizia che una persona è risultata positiva al coronavirus per aver partecipato a un coronavirus party: “Siamo molto meglio di così, nessuno è invincibile”, ha detto.</p>
<p>Un concetto da far assorbire a troppi, nel Paese più industrializzato del mondo alle prese con la <strong>pandemia</strong>. Anche a chi non sembra voler cambiare idea, come Michael: “Penso sia giusto continuare a uscire di casa ed essere fatalisti: se io ho il virus, tu ce l’hai già”.</p>
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		<title>Nella città di New York non si fa la fila per le armi</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/nella-citta-di-new-york-non-si-fa-la-fila-per-le-armi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Mamone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2020 10:33:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-covid-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="New York virus" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-covid-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-covid-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-covid-La-Presse-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-covid-La-Presse-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>È successo tutto in un paio di giorni. Da una parte gli articoli delle testate USA, che hanno accuratamente evidenziato come in diverse aree degli Stati Uniti si stiano formando lunghe code per comprare armi e munizioni, una sorta di preparazione in salsa americana all&#8217;emergenza coronavirus. Dal North Carolina alla Georgia, dalla California alla Pennsylvania. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/nella-citta-di-new-york-non-si-fa-la-fila-per-le-armi.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/nella-citta-di-new-york-non-si-fa-la-fila-per-le-armi.html">Nella città di New York non si fa la fila per le armi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-covid-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="New York virus" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-covid-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-covid-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-covid-La-Presse-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/New-York-covid-La-Presse-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>È successo tutto in un paio di giorni. Da una parte gli articoli delle testate USA, che hanno accuratamente evidenziato come in diverse aree degli Stati Uniti si stiano formando lunghe code per comprare armi e munizioni, una sorta di preparazione in salsa americana all&#8217;emergenza coronavirus. Dal North Carolina alla Georgia, dalla California alla Pennsylvania. Dalla città di Los Angeles a ovest a quella di Philadelphia a est. Fino ad alcune aree dello Stato di New York, come Westchester, a poco più di trenta miglia dalla città. Parola d&#8217;ordine: &#8220;Ci prepariamo per difenderci, dovesse servire durante l&#8217;isolamento&#8221;.</p>
<p>Dall&#8217;altra parte una serie di storie, questa volta su Instagram, postate da una famosa influencer italiana (che non menzioniamo, qui <a href="https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/coronavirus-clio-makeup-sono-scappata-da-new-york-ho-paura-qui-fanno-la-fila-per-le-armi/356244/356811?ref=fbpr&amp;fbclid=IwAR01DVugvxwMho1vq78HBUax6MvVzF10iRse5oAwVHKsrVlCk_01Gbbb6Ss"><strong>il link</strong></a> per chi interessato), che hanno portato molti nel Belpaese a credere che la città di New York City fosse una di quelle parti. E invece no, la città di New York non è, una di quelle parti. E di file per le armi, a Manhattan e Brooklyn, Queens e Bronx, non ne esistono. Il contenuto di quelle storie-sfogo su Instagram, infatti, riprese da diverse testate italiane senza verificarne la veridicità, non corrisponde alla realtà.</p>
<h2>Cosa sta succedendo in città</h2>
<p>In città si fanno le file per le cose che mancano, come in tutte le grandi città del mondo: dalla carta igienica all&#8217;igienizzante delle mani, fino alle mascherine che si faticano a trovare da giorni. “Faccio la spesa per due settimane alla fine di ogni settimana per essere pronta”, spiega fuori da un piccolo market Marjie Thomson, ragazza del Montana, da sei anni residente a Bedstuy, quartiere a nord-ovest di Brooklyn. “Temo che stiamo arrivando troppo tardi a capire la gravità della situazione, spero sinceramente venga deciso il lockdown al più presto”.</p>
<p>Nel quartiere, così come in città, si continua infatti a vivere l’emergenza coronavirus in un mix di attesa, menefreghismo e tensione. L’attesa per la possibile chiusura totale della città auspicata da Marjie, al momento ancora esclusa sia dal governatore Andrew Cuomo che dal sindaco di New York, Bill de Blasio, nonostante i numeri del contagio stiano esplodendo: 2,950 nuovi contagiati nella mattinata di venerdì e 7,102 casi in totale nello Stato, di cui 4,408 a New York City. Menefreghismo, perché sono ancora troppe le persone, come quelle di cui parla Marjie, che vivono la quotidianità come se nulla fosse. E che quasi non si accorgono che bar, caffè e palestre siano chiusi da martedì per un motivo. Tensione, quella di chi vede la chiusura dei “non-essential business”, annunciata venerdì da Cuomo, come un allarme preoccupante, e che continua ad affollare mini-market e supermarket per non farsi trovare impreparata qualora la città dovesse chiudere davvero. Proprio come Marjie.</p>
<h2>Nessun scenario da “Io sono Leggenda”</h2>
<p>La situazione però è ben lontana da quella descritta in quelle storie su Instagram riportate ovunque. L&#8217;influencer italiana in questione di base a New York, seguita da milioni di persone, ha lanciato il panico definendo la città &#8220;non sicura&#8221;, paragonandola a un luogo dove le regole stanno per sparire da un secondo all’altro e in cui le persone potrebbero girare con la pistola in mano in una manciata di ore. &#8220;Quando inizi a vedere la gente che non va a comprare la carta igienica e va a comprare armi e fa le fila fuori ai negozi e quando pensi al livello di povertà che c&#8217;è in città&#8230;abbiamo deciso di andare via (da New York, ndr) e di stare fuori dalle grandi città, perché queste non sono sicure in questo momento in America&#8221;, ha detto nel video. La condivisione di questi pensieri disordinati &#8211; e per quella che è la realtà di oggi, infondati &#8211; ha provocato una vera e propria escalation di timori e dubbi, giunta fino all’Italia.</p>
<p>È, New York, diventata come nel film Io Sono Leggenda a causa del coronavirus? Ci saranno, presto, persone con le pistole a dettare legge in quartieri abbandonati dalle istituzioni e in assetto da guerra? Quante sparatorie ci sono già state, a causa della pandemia?, tra alcune delle domande che molti expat newyorkesi si sono sentiti rivolgere dai loro parenti e amici in Italia, nelle ore immediatamente successive alle storie-sfogo su Instagram. Domande a cui, con un mix di perplessità e sgomento, gli expat newyorkesi hanno dovuto con pazienza rispondere così: <em>No; No; Zero.</em></p>
<h2>Il picco a New York State tra qualche settimana</h2>
<p>Anche perché presto, le file si creeranno per motivazioni ben diverse: i tamponi per capire chi è positivo al coronavirus e chi no e i posti letto in terapia intensiva, per cui la città &#8211; come l&#8217;intero Paese &#8211; non è preparata. “Abbiamo bisogno di 30mila ventilatori e non li abbiamo”, ha detto in modo esplicito il governatore Andrew Cuomo nella conferenza stampa di venerdì, dopo aver evidenziato che il picco dovrebbe essere raggiunto nello Stato nel giro di tre o quattro settimane: “Ci aspettiamo 110mila persone in ospedale e 30mila in terapia intensiva”.</p>
<p>Numeri spaventosi. Ma la crisi in arrivo, a oggi, non ha ancora portato nessuno a perdere il raziocinio. “Preferisco non tornare nel mio Paese e non so che procedura ci sia se mi ammalo qui: saranno settimane dure” ammette Tom Monroe, australiano 32enne che vive a Fort Greene, quartiere a nord-est di Brooklyn. “Escludo però – spiega un po’ sorpreso – lo scenario di cui mi hai appena parlato (quello descritto dall’influencer, ndr)”. Anzi, precisa, “a me sembra ci sia l’esatto opposto: troppe persone non hanno percepito il problema e vanno a giocare nei campetti di basket come se nulla fosse”.</p>
<p>Un quadretto, quello dei parchi pieni, destinato comunque a cambiare presto. Con i numeri di contagio che crescono giorno dopo giorno, infatti, il lockdown della città di New York si avvicina. E da domenica, con l’isolamento della città e la chiusura decretata dal governatore Cuomo per tutti i <em>non-essential business</em> (tutti gli esercizi commerciali a parte i supermercati, le farmacie e i servizi di delivery e take-away dai ristoranti), un nuovo mattoncino verrà posto verso quella direzione. Senza, però, che questo provochi alcuna fila in <em>gun shop</em> immaginari, che nella città di New York non esistono.</p>
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		<title>Coronavirus, e anche a New York arrivarono le file nei supermercati</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/coronavirus-e-anche-a-new-york-arrivarono-le-file-nei-supermercati.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Mamone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2020 10:26:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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<p>Per far sì che i newyorkesi iniziassero ad aprire gli occhi sulla crisi del coronavirus, sono dovuti suonare tutti i campanelli d’allarme, e tutti insieme. La Borsa a picco, come mai dal 1987: -9,99% per il Dow Jones, nella giornata di giovedì. Il sindaco di New York Bill de Blasio, che dichiara lo stato d’emergenza &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/coronavirus-e-anche-a-new-york-arrivarono-le-file-nei-supermercati.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Stato-di-emergenza-a-New-York.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Stato-di-emergenza-a-New-York.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Stato-di-emergenza-a-New-York-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Stato-di-emergenza-a-New-York-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Stato-di-emergenza-a-New-York-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Per far sì che i newyorkesi iniziassero ad aprire gli occhi sulla crisi del coronavirus, sono dovuti suonare tutti i campanelli d’allarme, e tutti insieme. La Borsa a picco, come mai dal 1987: -9,99% per il Dow Jones, nella giornata di giovedì. Il sindaco di New York Bill de Blasio, che dichiara lo stato d’emergenza della città usando parole drammatiche: “Non passerà subito, sarà una battaglia molto lunga. Purtroppo, perderemo qualcuno dei nostri concittadini”. Il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, che vieta gli assembramenti di gruppi con più di 500 persone, in luoghi come Manhattan dove assembrarsi in mille è un attimo. I musei e i teatri che chiudono: dal MET al Metropolitan Opera, dal Carnegie Hall alla New York Philharmonic.</p>
<p>Negli Stati Uniti, e a New York, è cambiato tutto in 24 ore. Da mercoledì, giorno in cui il coronavirus veniva ancora percepito come qualcosa di lontano, di “straniero” come il presidente Donald Trump ha definito il COVID-19 nel suo discorso alla nazione dallo Studio Ovale, quando ha chiuso le porte ai voli dall’Europa. A giovedì, quando le strade di metropoli come New York hanno iniziato a vivere sulla loro pelle la fase del panico, quella che aveva già caratterizzato le piazze italiane non più tardi di un paio di settimane fa. “Può essere ovunque, magari ce l’ho già: è una sensazione che non pensavo di poter provare e mi fa stare davvero male” dice Sam Anderson, residente di Brooklyn, ma con un lavoro a Manhattan. “Continuano a farci andare al lavoro in ufficio, il lavoro da casa parte da mercoledì: non credo abbia un senso”.</p>
<p>Uffici come quelli di Sam ce ne sono tanti, a New York. Perché sono ancora troppe le aziende, nella patria dello smart working, a non utilizzarlo. E a confermarlo sono tutte le persone, proprio come Sam, che uscite dall’ufficio sono corse in fila ad aspettare. Ad aspettare dove? A un supermercato di Manhattan. Perché sì, l’effetto “The Day After Tomorrow” è arrivato anche negli Stati Uniti. Quelli veri.</p>
<p>Le persone si sono riversate nei supermercati, creando code infinite. Se gli igienizzanti per le mani erano già andati “out of stock” e molti commercianti hanno iniziato a lucrare facendo pagare fino a 15 dollari una boccetta, è il senso di ansia e di impotenza l’elemento nuovo. È subentrato negli occhi smarriti dei newyorkesi, nelle facce nascoste dalle mascherine, nelle mani che tremano nel fare l’aggiornamento della pagina del New York Times, che in queste ore sta facendo la conta dei malati e delle vittime per coronavirus. Sono sempre di più.</p>
<p>“Qui rischiamo grosso, abbiamo sottovalutato la situazione. Prendevano in giro l’Italia quando avevamo il problema già in casa. E non ci fanno i test”, dice Mariah McFarlen, newyorkese doc ma amante dell’Europa. Il problema dei test, infatti, è il motivo per cui fino a mercoledì a New York, ma anche a Los Angeles e Chicago, Houston e Philadelphia, Washington e Boston si camminava per le strade tranquilli, presenziando agli eventi e riempendo caffè, ristoranti e cinema. Non c’era la percezione non solo di ciò che stava per arrivare, ma di ciò che il coronavirus già rappresentava: “Ammettiamolo, sull’elargizione dei test abbiamo fallito. Il sistema non è tarato per ciò di cui abbiamo bisogno”, ha detto candidamente Anthony Fauci, sempre giovedì, responsabile della salute pubblica statunitense. Secondo il Centers for Disease Control and Prevention (CDC), più di 11,000 kit sono stati elargiti a ospedali e laboratori, ma nessuno ha il numero esatto delle persone testate, né dei risultati. Essendo la maggior parte delle strutture ospedaliere di natura privata, non sono infatti obbligate a comunicare i dati al CDC. “Chissà in quanti già ce l’hanno e non lo sanno”, dice Mariah, che spiega: “E comunque voi (riferendosi all’Italia, ndr) ne testate a migliaia ogni giorno”.</p>
<p>Ma nonostante ci sia chi abbia lanciato l’allarme anche in altre parti del Paese, come il governatore dell’Ohio, il repubblicano Mike DeWine, che ha parlato di più di 100,000 casi potenziali annunciando la chiusura delle scuole e contraddicendo Trump, qui a New York c’è ancora chi non ha capito la portata del problema. Perché ai Sam e alle Mariah, si contrappone una vasta platea di persone che continua ad ammassarsi in luoghi pubblici, in parchi e in palestre, come se nulla fosse. Che vede le parole del sindaco Bill de Blasio, che continua a promettere che i tamponi saranno gratuiti per tutti così come le cure, catastrofiche. Che considera la chiusura degli spettacoli di Broadway una scocciatura.</p>
<p>E non è finita qui. Perché nonostante lo stato d’emergenza e il divieto di assembramenti, tutti i plessi scolastici pubblici a New York sono ancora inspiegabilmente aperti, complice anche il fatto che se i genitori devono rimanere a casa per accudirli, non verrebbero retribuiti dalle loro rispettive aziende per i giorni d&#8217;assenza. Secondo de Blasio, i singoli plessi non verranno chiusi fino a quando non vi saranno accertati casi positivi di coronavirus. È successo a due istituti solo giovedì, la Laboratory School of Finance and Technology e la South Bronx Preparatory. Quanti altri episodi dovranno esserci, per far capire ai newyorkesi che serva chiudere tutto?</p>
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		<title>L&#8217;onda &#8220;latina&#8221; che potrebbe cambiare il Texas</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/londa-latina-che-potrebbe-cambiare-il-texas.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Mamone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2020 08:53:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Primarie democratiche]]></category>
		<category><![CDATA[Texas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1256" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LP_11038097.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LP_11038097.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LP_11038097-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LP_11038097-768x502.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LP_11038097-1024x670.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per capire se il Texas possa diventare uno swing state alle elezioni 2020, si deve andare al confine con il Messico. E rispondere a una semplice domanda: &#8220;I texani sono repubblicani, democratici o semplici assenteisti?&#8221;. A chiederselo è Alejandro De Leon, giovane esperto di politica con un Master in Political Science and History a Laredo, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/londa-latina-che-potrebbe-cambiare-il-texas.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1256" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LP_11038097.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LP_11038097.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LP_11038097-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LP_11038097-768x502.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LP_11038097-1024x670.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Per capire se il <strong>Texas</strong> possa diventare uno <em>swing state</em> alle elezioni 2020, si deve andare al confine con il Messico. E rispondere a una semplice domanda: &#8220;I texani sono repubblicani, democratici o semplici assenteisti?&#8221;. A chiederselo è Alejandro De Leon, giovane esperto di politica con un Master in <em>Political Science and History</em> a Laredo, cittadina di frontiera a 200 miglia a sud di San Antonio.</p>
<p>Ma a farsi questo interrogativo sembra essere sempre di più anche il Democratic National Committee, che dovrà presto decidere su quale stato investire per il 2020. E se farlo in Texas, dove i Dem non vincono una competizione presidenziale dal 1976, dove a novembre saranno in palio ben 38 grandi elettori e dove il partito del non-voto, spesso, è stato più forte persino dei conservatori. &#8220;Si parte dal presupposto che essendo il Texas in mano ai <strong>repubblicani</strong> sarà così per sempre&#8221;, spiega Alejandro, sostenitore di <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-elizabeth-warren.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>Elizabeth Warren</strong></a> prima e <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-bernie-sanders.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>Bernie Sanders</strong></a> poi. “In realtà dipenderà da quale candidato i Dem sceglieranno e se questo candidato sarà capace di usare lo scheletro organizzativo di <strong>Beto O’Rourke</strong> di due anni fa”.</p>
<p>L’ex sindaco di El Paso, che nel 2018 ha rischiato di vincere alle Midterm in Senato ai danni del repubblicano <strong>Ted Cruz</strong>, costruendo una struttura elettorale senza precedenti e in modo indipendente, senza il supporto del partito, nel 2019 ha terminato anzitempo la sua campagna presidenziale. Solo il giorno prima del <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/che-cose-il-super-tuesday.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>Super Tuesday</strong></a> ha comunicato la sua scelta per le primarie: <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-joe-biden.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>Joe Biden</strong></a>, a cui ha ufficializzato l’endorsement con un discorso entusiasta a Dallas, il 2 marzo. “È colui che saprà contrastare il predominio della Nra e supportare le nostre minoranze: lo ha sempre fatto per tutta la sua carriera politica”, ha detto O’Rourke. Un giorno dopo quel discorso, Biden ha vinto a sorpresa le primarie in Texas sconfiggendo Bernie Sanders e scalzando <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-michael-bloomberg.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>Michael Bloomberg</strong></a> dal ruolo di leader dei moderati. Ma per i nuovi elettori più giovani e ispanici, la cosiddetta <em>latino’s wave </em>che proprio con O’Rourke scoprì il piacere del voto e portò i Dem vicinissimi a cambiare il Senato nel 2018, i dubbi su Biden non mancano. Troppo legato alla vecchia politica<em>.Q</em></p>
<p>“Molti qui sono stufi dei politici <em>fake blue</em>: per anni questa zona del Texas è stata rappresentata esattamente da questo genere di Democratici”, continua De Leon. Quando si è studiosi di politica a Laredo, una parte del Texas che è rimasta blu anche negli anni del predominio di Reagan e dei Bush, un passaggio obbligatorio è studiare il <em>patron system. </em>E nel termine <strong><em>fake blue</em></strong> ci si incappa molto facilmente, perché ne è stata una conseguenza. “Una volta Laredo era l’epicentro del <em>patron system</em>”, dice, ricordando i tempi in cui a decidere tutto era tale Joseph Claude Martin, Jr, conosciuto come “Pepe Martin” o più semplicemente <em>El Patron. </em>Tradotto: il capo, il padrino. Democratico di Laredo, Martin Jr fu sindaco per ben 24 anni e non succedeva nulla nella contea e nella città, senza il suo via libera. Il sistema clientelare che riuscì a costruire nei due decenni al potere venne denunciato da un attivista locale, tale Lawrence Berry, solo alla fine degli anni Settanta,<span style="font-size: 1rem;"> quando venne dimostrato che quel sistema aveva assunto i connotati di un controllo illegale.</span></p>
<p>“Oggi il <em>patron system</em> non c’è più” dice Alejandro. Ma ciò che lo ha sostituito ha fatto in fretta ad applicare simili – seppur non illegali – dinamiche di conservazione del potere in ambito locale. Biden viene accostato a certi cognomi pesanti, che coprono tutte le posizioni di rappresentanza nella Webb County in Texas, dove Laredo si trova: Bruni, Tijierina e Cuellar. Quest’ultimo, il congressman Dem del distretto TX-28 Henry Cuellar, proprio il 3 marzo ha vinto le primarie contro Jessica Cisneros, giovanissima ispanica di 26 anni definita da molti la “Ocasio-Cortez del Texas”. È stata una vittoria di misura, con appena il 3,5% di vantaggio nei consensi. Ma Cuellar ha potuto contare su molti più fondi della Cisneros e aveva ottenuto l’endorsement, non a caso, di Nancy Pelosi e dell’establishment del partito. La Cisneros era stata supportata, invano, da Sanders ed Elizabeth Warren.</p>
<p>“Politici come Henry Cuellar sono in Congresso da sette mandati: lui in particolare, su questioni relative al budget e ai fondi per la sicurezza al confine, ha votato per il 40% delle volte con i Repubblicani. Che genere di <em>blu</em> sarebbe questo?”, dice Benito Bondoc. Benito è un attivista democratico e rappresenta alla perfezione la <em>latino’s wave</em> che sospinse O’Rourke nel 2018. Ha 25 anni, è per metà messicano e per metà americano, e vuole un cambiamento. “La buona sconfitta della Cisneros, parallelamente alla vittoria in Webb County di Sanders su Bloomberg e Biden nelle primarie generali, è rappresentativa di come stia il partito Democratico in Texas”. Sulla via di un cambiamento, ma ancora non tale da permettere una svolta integrale: “Abbiamo bisogno di uno Stato fatto di Democratici più consapevoli, che lottino per paghe più alte e per un’istruzione più accessibile, se vogliamo vincere contro i Repubblicani”, spiega Benito, che nel 2018 votò O’Rourke: “Beto è stato un primo assaggio”. Giovani come lui hanno visto la partecipazione esplodere, in Texas: “Vediamo alle iniziative sempre più persone. Nella marcia contro la costruzione del muro al confine eravamo poco meno di cento a Laredo, nel 2018: qualche mese fa c’erano più di mille persone”. I giovani elettori ispanici che ora partecipano alle iniziative, “quando erano minorenni hanno visto le loro famiglie trattate da serie B perché immigrate, dai repubblicani del Texas e da parte dell’establishment Dem, sia nello Stato che in Congresso”, dice Benito. “Ora che possono votare non se lo dimenticano”.</p>
<p>Ma per trasformare questa reazione in supporto, serve un candidato giovane che piaccia in modo trasversale. Candidato che al momento sembra non esistere. Joe Biden, sostenuto da O’Rourke, ha sì trovato il supporto dei moderati Dem delle periferie suburbane di Dallas, Houston e San Antonio. Ma moderato e Dem oggi non fa rima con giovane e ispanico e non sembra capace di attrarre il voto di una città alternativa come Austin. “Non sento nemmeno per Bernie Sanders quel genere di amore e passione che ho visto per O’Rourke nel 2018”, precisa Cesia Rodriguez, cresciuta tra Laredo e Nuevo Laredo, di 36 anni. Oggi lavora come responsabile amministratrice della 2^ corte di giustizia in Webb County, al fianco del giudice Victor Villarreal. Nella sua infanzia ha visto la sua famiglia in affanno, per il crollo del <em>peso</em> in Messico nel 1994 e ha sempre vissuto a cavallo del confine, oggi sigillato dalle nuove policy sull’immigrazione. “Tutti in questa parte d’America hanno qualcuno della loro famiglia o della loro cerchia più stretta che lavora come agente di polizia alla frontiera, come Border Patrol o Law Enforcement”, spiega. Questo spesso ha un effetto diretto, sull’atteggiamento delle persone vanno a votare: “Se sei la moglie, il fratello o il marito di un agente e a quel corpo di polizia di cui l’agente fa parte vengono promessi più fondi dal candidato repubblicano, tu per chi voti? E per chi fai votare? Il destino della tua famiglia è spesso legato alla disposizione di quei fondi”.</p>
<p>In diverse parti di quest’America, la cultura del nucleo familiare è ancora ben presente: “E se noi Dem vogliamo cambiarla dobbiamo mostrarci compatti, cosa di cui ci siamo dimenticati in queste primarie”. Al contrario di De Leon, Cesia Rodriguez crede però che “un candidato come Bernie spaventi grossa parte del Texas: queste primarie lo hanno dimostrato”. E basta vedere la cartina del voto del Super Tuesday, per capirlo. “Serve un maggior coinvolgimento al voto: abbiamo un record di elettori registrati ma un’affluenza sempre troppo bassa”. Se nel 2016 andarono al voto in 4,2 milioni per le primarie in Texas, il 3 marzo si sono recati al voto solo in 4 milioni: appena il 25% del totale dei registrati. “Nemmeno Sanders ha cambiato il trend, nonostante sia stato un suo spot elettorale”.</p>
<p>E proprio l’ex Senatore del Vermont è stato il vero sconfitto nelle aree suburbane delle grandi città, come in Dallas County, dove sono registrate più di 1,2 milioni di persone come Democratici. Qui, nel Super Tuesday, ha vinto Biden: “L’immigrazione è uno dei temi che sta portando sempre più persone al voto e può sicuramente essere una chiave per il 2020”, dice Trey Arnold, Political Director della contea per i Democratici. Secondo Arnold, “Trump è un candidato più debole di quanto si creda e le persone vogliono come non mai qualcuno che finalmente sappia fare il politico, che abbia dimostrato di esserlo in passato”. Tra le vie di città come Dallas, Houston, Austin e San Antonio, sta entrando nella testa di sempre più persone l’idea che si possa replicare una situazione simile a quella del 2018: “Con un candidato repubblicano non amato dai conservatori e uno Democratico che possa avvantaggiarsene, offrendo un’alternativa forte per attrarre chi alle urne non ci va”, dice ancora De Leon.</p>
<p>Se però Trump ricorda a livello nazionale quello che Ted Cruz rappresentava a livello statale, divisivo e non particolarmente amato da molti dello stesso partito, né Biden né Sanders sembrano rappresentare ciò che Beto fu per i Dem in Texas nel 2018. E studiosi della politica locale come De Leon non hanno dubbi: “Rispondendo alla domanda che ci siamo fatti all’inizio, potremmo dire che il Texas sia uno stato di <em>non-voters</em> più che repubblicano”. Nel 2016, Trump sconfisse Clinton con il 52% dei voti, ma il numero complessivo di persone che scelse The Donald (4,6 milioni) fu estremamente più basso del numero di elettori che rimase a casa (più di 12). Rispetto a quelle elezioni, però, “ora abbiamo la struttura e un numero più alto di giovani da coinvolgere”, conclude De Leon. “È una questione di tempo: per la prima volta, può dipendere da noi”.</p>
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		<title>Bloomberg si è candidato troppo tardi?</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/bloomberg-si-e-candidato-troppo-tardi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Carnieletto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2020 12:22:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Mike-Bloomberg.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mike Bloomberg (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Mike-Bloomberg.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Mike-Bloomberg-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Mike-Bloomberg-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Mike-Bloomberg-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per capire l&#8217;immensa operazione elettorale di Mike Bloomberg in Texas si devono ascoltare le radio locali mentre si percorre la Purple Heart Trail, la superstrada I-35 che taglia a metà la parte est dello Stato. Chilometro dopo chilometro, insieme alle aree di servizio e ai cartelli bianco e verde con le indicazioni stradali, è la &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/bloomberg-si-e-candidato-troppo-tardi.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Mike-Bloomberg.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mike Bloomberg (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Mike-Bloomberg.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Mike-Bloomberg-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Mike-Bloomberg-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Mike-Bloomberg-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Per capire l&#8217;immensa operazione elettorale di <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-michael-bloomberg.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>Mike Bloomberg</strong></a> in Texas si devono ascoltare le radio locali mentre si percorre la Purple Heart Trail, la superstrada I-35 che taglia a metà la parte est dello Stato. Chilometro dopo chilometro, insieme alle aree di servizio e ai cartelli bianco e verde con le indicazioni stradali, è la voce del magnate newyorkese la costante del viaggio, tra uno spot di presa in giro a <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-donald-trump.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>Donald Trump</strong></a> e uno di promozione dei risultati raggiunti come sindaco di New York, dopo la tragedia dell&#8217;11 settembre.</p>
<p>Lungo gli snodi attraverso cui la statale I-35 si interseca, lo slogan &#8220;Mike Will Get It Done&#8221; (tradotto: &#8220;Mike porterà al termine il lavoro&#8221;) risuona all’altezza delle città dove Bloomberg si sta giocando il tutto per tutto, ancor prima di iniziare la corsa: da Forth Wort a nord a Laredo a sud, passando per San Antonio, Dallas e Houston, Waco e Austin. Ed è proprio qui, nella città texana conosciuta per la sua cultura musicale, per essere la &#8220;bolla blu progressista di uno Stato rosso e conservatore&#8221;, che Raul Camacho si sta dando da fare per supportarlo.</p>
<p>Ex elettore di Trump nel 2016 (&#8220;Ma me ne sono pentito&#8221;), businessman di origini messicane e indipendente da una vita, Raul è uno dei tanti sostenitori volontari di Bloomberg, parte del potente gruppo Facebook <em>Bloomberg 2020</em>. Sono tanti, quelli del suo fan club sui social media, e sono in crescita. Ma Raul è tra i pochi ad ammettere ciò che molti sembrano non avere il coraggio di dire, durante gli eventi elettorali in Texas che vedono l’ex sindaco newyorkese come protagonista: &#8220;La mia sensazione è che sia partito troppo tardi con la campagna elettorale: si fosse candidato la scorsa estate invece che a novembre, oggi il boom di Sanders non sarebbe stato così forte e avrebbe la nomination in tasca&#8221;.</p>
<h2>Soldi e sondaggi</h2>
<p>Alla vigilia del Super Tuesday del 3 marzo e a una manciata di ore dalla vittoria netta del moderato <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-joe-biden.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>Joe Biden</strong></a> in South Carolina, questa sensazione di apprensione sembra sempre più forte, nonostante negli uffici elettorali di Bloomberg si respiri una grande fiducia. Ne è la prova l’andamento dei sondaggi che vedono il magnate newyorkese, dopo il frenetico boom di metà febbraio, fermo tra il 12% e il 15% a livello nazionale dal giorno del suo primo dibattito a Las Vegas, da cui uscì politicamente a pezzi, sommerso dagli attacchi degli altri dem sul suo passato come imprenditore e sindaco.</p>
<p>E ne è la prova anche la quantità, enorme, di eventi elettorali che la campagna di Bloomberg ha deciso di organizzare nei due giorni precedenti al voto per raccogliere quanti più nuovi elettori possibile: più di 2400 iniziative, sparse per i 14 Stati che martedì si recheranno alle urne. Nessuno ha fatto tanto come lui. E alcuni dei numeri sembrano premiarlo per questo: Nate Silver, direttore del prestigioso istituto di sondaggi FiveThirtyEight, in un tweet domenica 1 marzo, ha dato Bloomberg oltre il 20% in Arkansas, Alabama, Oklahoma e Tennessee e sopra il 15% (percentuale minima per ottenere delegati) in Virginia (19%), North Carolina (18%), Texas (18%), Maine (16%) e Utah (16%). &#8220;C’è sempre ed è ovunque, in qualsiasi ora del giorno e della notte, su qualsiasi canale di informazione, online e offline&#8221;, spiega Raul. &#8220;Non è solo il fatto di avere i soldi, ma come sta usando quei soldi: è un uomo dei numeri, ha fatto le sue fortune con quelli&#8221;.</p>
<h2>Il miliardario e il socialista</h2>
<p>Nonostante questa imponente operazione elettorale, Bloomberg non è in testa in nessuno di questi Stati. Ma la discesa in campo del multimiliardario è stata una boccata d’ossigeno per indipendenti e moderati spaventati dalla crescita del &#8220;social-democratico&#8221; Sanders e dalla timidezza della campagna di Biden: &#8220;L’entrata in gara, lo scorso aprile, di Biden credo sia il motivo per cui Bloomberg ha posticipato la sua corsa&#8221;, dice ancora Raul. Indipendenti come lui, ma anche moderati come Liz Graham, nata e cresciuta in Texas, volontaria di Mike, lo dicono senza troppi giri di parole: &#8220;Lo devo ringraziare per aver fatto sentire bene una moderata come me, di nuovo: ho 75 anni e per la prima volta sto votando alle primarie dei Democratici”, ha spiegato intervenendo a un evento elettorale sabato 29 febbraio, nell&#8217;ufficio di Bloomberg a Austin, Texas, che ha visto come ospite d’onore l’attore della serie Tv americana Law&amp;Order, Sam Waterston. &#8220;Con quello là sono stati quattro anni complicati e potrebbero essercene altri se non ci svegliamo&#8221;, ha continuato Liz. Dove con &#8220;quello là&#8221; si intende Trump. E dove, quando parla di “quattro anni”, si riferisce al secondo mandato che il Presidente, numeri alla mano, sembra avere ancora alla sua portata.</p>
<p>“Mi piace Biden e sono stato impressionato da Buttigieg, ma Mike Bloomberg è l’unico che può sconfiggerlo: per questo lo supporto da quando ha avviato la sua campagna”, dice Jeff Harper dall’ufficio di Bloomberg a Austin in Texas. Anche lui volontario, è tra i coordinatori di un’organizzazione che raccoglie gli elettori Indipendenti dello Stato. “Sono Indipendente da ben 28 anni: non so quanti dei nostri andranno con lui, perché siamo un gruppo che non dà indicazioni di voto”. Elettori come Jeff sembrano però rappresentare al meglio l’elettore che Bloomberg sta cercando di intercettare in Texas: a metà tra i fuochi <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-bernie-sanders.html" target="_blank" rel="noopener">Sanders</a> (a sinistra) e Trump (a destra), che non voterebbe mai per il secondo, ma potrebbe accettare il primo qualora il Senatore del Vermont dovesse dire sì ai contributi di Bloomberg per le elezioni generali di novembre. &#8220;Tantissimi giovani ispanici, qui, sono per Bernie&#8221;, spiega Raul. &#8220;I ventenni lo amano, ma devono capire che molto dell’eventuale successo di Sanders passerà dalla scelta che farà del vice presidente&#8221;. E da una domanda ben precisa: &#8220;Accetterà i soldi della campagna di Bloomberg?&#8221;.</p>
<h2>La base di Mike</h2>
<p>L’ex sindaco di New York ha promesso fin dall’inizio che destinerà i suoi fondi a chiunque sia il candidato Dem. L’obiettivo è chiaro: “Sconfiggere Donald Trump, il peggiore presidente della storia del Paese, e prolungare la sua presenza a Mar-a-Lago in modo permanente”, come ha detto lo stesso Bloomberg nell’ultimo comizio a San Antonio prima del Super Tuesday, domenica 1 marzo, a una manciata di ore dal Super Tuesday, davanti a circa 200 persone. Ma la sensazione di molti addetti ai lavori è che lo stesso Bloomberg riconosca che la sua corsa sia partita tardi, specie dopo aver visto Sanders parlare di fronte a più di circa 2000 persone nella stessa San Antonio settimana scorsa: “Dicono che un giorno in politica sia un anno della vita normale”, dice Andrea Hawks, anche lei indipendente e sostenitrice di Bloomberg:</p>
<blockquote><p>Credo però che tutto dipenda da cosa succede durante la corsa, breve o lunga che sia. E noi qui siamo tanti e diversi</p></blockquote>
<p>È proprio recandosi a un rally come quello di Bloomberg a San Antonio, uno dei 2400 eventi elettorali last-minute che la sua campagna ha organizzato, che questa diversità la si può toccare con mano. La base elettorale di Bloomberg sta lentamente prendendo forma in Texas: bene istruita, orientata sull’imprenditoria, legata in qualche modo alla middle-class, di diversa estrazione razziale e con a cuore tre temi. Lotta al cambiamento climatico (&#8220;È la battaglia da fare, senza roviniamo il futuro dei nostri figli e nipoti&#8221;, ha detto l’attore Sam Waterston nel suo evento), regolamentazione delle armi e riforma progressiva del sistema sanitario. “Io capisco quello che le persone di Bernie vogliono”, spiega Raul. “Ma non si può arrivare all&#8217;eliminazione del sistema privato senza prima aver raggiunto il risultato intermedio, quello di un’opzione pubblica solida che a oggi non esiste: sostengo Bloomberg perché crede in questo”.</p>
<p>Nonostante questa diversità, non c’è ancora per Bloomberg un “<strong>grass roots movement</strong>” come lo definiscono negli Stati Uniti. Ovvero un movimento che parte dal basso, spontaneo e istintivo, su cui Sanders può contare invece ciecamente. “Molti hanno la sensazione che Bloomberg si voglia comprare l’elezione ma non è così”, spiega Joseph Kuzma, sostenitore di Bloomberg da Laredo, cittadina all’estremo sud del Texas al confine con il Messico. “Mike è semplicemente ciò che Trump ha venduto nel 2016: ricco, self made man, lontano dalle strutture di partito”, spiega. “La differenza è che Mike tutto questo lo è davvero. E ha un fare presidenziale che emerge ogni volta che parla”.</p>
<p>Non è un caso che, parallelamente alla mastodontica operazione di comunicazione online e offline e ai 2400 eventi in giro per gli Stati del Super Tuesday, Bloomberg sia stato l’unico ad affrontare la crisi <a href="https://it.insideover.com/schede/societa/che-cose-il-coronavirus.html" target="_blank" rel="noopener">coronavirus</a>. Come? Con uno spot in cui l’ex sindaco di New York ha parlato alla nazione, come generalmente sono i presidenti a fare. <em>Mayor Mike</em> nella veste di leader nazionale è sembrato molto a suo agio: sguardo dritto alla telecamera, parole cadenzate, tono di voce regolare e timbro deciso. Una versione simile a quella che ha presentato ai suoi sostenitori a San Antonio nell’ultimo comizio di domenica prima del Super Tuesday: “Corro per sconfiggere Trump e rimettere al centro la parola <em>unione </em>all’interno degli Stati Uniti d’America” ha detto.</p>
<h2>Le difficoltà nei dibattiti</h2>
<p>Ma il Bloomberg versione anti coronavirus in Tv e versione anti Trump a San Antonio non è sembrato lo stesso Bloomberg apparso nei dibattiti televisivi. Nonostante la seconda uscita sia andata meglio della prima, infatti, il magnate newyorkese è apparso debole sullo <strong>stop-and-frisk</strong>, la pratica da lui approvata come sindaco (e per la quale ha chiesto scusa), che ha permesso per anni agli agenti di polizia di New York di fermare e perquisire chiunque considerassero sospetto e il cui abuso ha finito per discriminare le minoranze in città. Ma soprattutto è sembrato inconsistente nel rispondere a Elizabeth Warren, che ha fortemente criticato Bloomberg per gli accordi di riservatezza con cui chiuse diverse accuse di molestie verbali nelle sue aziende da imprenditore. “Molte delle persone che chiamo per convincerle a votare Bloomberg mi fanno notare proprio questo”, ammette Raul. Che però è ottimista.</p>
<p>La forza della campagna elettorale di Bloomberg in Texas è che la maggior parte delle persone che ci lavorano sono cresciute nello Stato. Una rarità, in un sistema in cui sono molti i dipendenti delle campagne elettorali che si spostano da una parte all’altra del Paese senza conoscere davvero il territorio. Bloomberg non è il favorito alla vittoria secondo i sondaggi, anche per il fatto di aver lanciato solo a novembre la campagna, ma potrebbe portare a casa un buon numero di delegati superando il 15% delle preferenze. Non più tardi di dicembre il suo nome non appariva in alcuna rilevazione. “Credo possa fare bene: si è fatto da solo, è estremamente determinato a trovare il modo per risolvere i problemi e ha servito le comunità con cui ha lavorato”, dice Raul, la cui famiglia sembra perfetta per fotografare la condizione elettorale del Paese: “Uno dei miei due fratelli vota per Sanders e non cambierà mai idea”. Il secondo vota per Trump e anche lui difficilmente cambierà opinione. “Io sono nel mezzo, per questo supporto Mike”.</p>
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		<title>Iowa, l&#8217;ombra dell&#8217;impeachment che congela i caucus Dem</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/iowa-lombra-dellimpeachment-che-congela-i-caucus-dem.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Mamone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2019 06:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni negli Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Impeachment]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="840" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Trump-a-comizio-La-Presse-e1571843731107.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Trump Usa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Trump-a-comizio-La-Presse-e1571843731107.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Trump-a-comizio-La-Presse-e1571843731107-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Trump-a-comizio-La-Presse-e1571843731107-768x430.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Trump-a-comizio-La-Presse-e1571843731107-1024x573.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Trump-a-comizio-La-Presse-e1571843731107-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Una scelta che “non deve far dimenticare i veri problemi delle persone”. Una “mossa tardiva”. Una “decisione obbligata”. L’apertura del procedimento di impeachment a seguito del caso Ucraina, annunciato lo scorso 24 settembre dalla speaker della Camera Nancy Pelosi ai danni del presidente Donald Trump, è entrata in modo perentorio nel dibattito dei Democratici in &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/iowa-lombra-dellimpeachment-che-congela-i-caucus-dem.html">[...]</a></p>
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<p>La posta in palio è altissima: scegliere chi, quel presidente colpito dall’impeachment, dovrà provare a sconfiggerlo alle elezioni del novembre 2020. E per comprendere le ragioni di certe parole, pronunciate da attivisti e coordinatori, bisogna partecipare agli eventi di contea toccando con mano la base del partito. Una base divisa.</p>
<p>“Il caucus questa volta sarà diverso: nel 2016 c’erano solo pollo e manzo e dovevi scegliere tra quei due. Ora nel menù c’è tutto il cibo etnico che tu possa immaginare”. <a href="https://features.desmoinesregister.com/news/politics/50-most-wanted/kurt-meyer-election-2020-iowa-caucus-democrats-key-people-to-know.html">Kurtis Meyer</a> è il chair della Tri-County, un’area a due ore a nord di Des Moines, al confine con il Minnesota. Come coordinatore, aiuta la logistica degli eventi che vedono i candidati coinvolti e la sua casa è una tappa fissa di ogni campagna elettorale. “Voglio bene a tutti, li aiuto tutti”. Il suo appoggio, che non viene svelato fino all’ultimo, è importante: dove si sposta lui si sposta una grossa fetta dell’Iowa democratico rurale. Votò per <strong>Hillary Clinton</strong> nel 2016 e nel suo caucus fu proprio lei a vincere. Sostenne <strong>Barack Obama</strong> nel 2008 e Obama vinse.</p>
<h2>Tutti lo vogliono, nessuno ne parla</h2>
<p>“L’impeachment però rischia di congelare tutto”, ammette Meyer da un diner di Waterloo, a due passi dal fiume Mississippi. “Se rimane al centro delle notizie è inevitabile: è un procedimento che influenzerà molto il corso del partito nei prossimi tre mesi e che non abbiamo mai visto accadere in questa fase della nostra vita politica”.</p>
<p>Influenzare il corso del partito e congelare le percentuali dei sondaggi al momento, però, non significa far cambiare idea all’opinione pubblica locale. Almeno in Iowa, dove le persone sono troppo pratiche per pensare a Washington: “A un recente incontro con il candidato Cory Booker non c’è stata nemmeno una domanda dal pubblico sull’impeachment”, dice. Perché qui le priorità sono altre: “Lo stato dell’agricoltura, la guerra dei dazi, il timore della recessione economica”.</p>
<p>Anche se nessuno, finora, ha rinnegato la scelta di Nancy Pelosi. La strategia dei candidati che vengono in Iowa, infatti, è grosso modo simile. Solo se viene loro richiesto, dedicano un passaggio al tema dicendosi a favore, salvo poi concentrarsi sul resto. Così, per Pete Buttigieg “il Presidente merita l’impeachment per quello che ha fatto, ma non dobbiamo mettere da parte i problemi delle persone del Midwest”, come ha spiegato a margine di un incontro a Des Moines, sabato 12 ottobre, a cui hanno partecipato più di 600 persone resistendo al freddo.</p>
<p>E lo stesso giorno, qualche ora prima, Kamala Harris aveva attaccato duramente Trump in un “party di quartiere” a Des Moines, senza però quasi mai nominare il termine impeachment: “Nessuno è al di sopra della legge, dobbiamo tornare un Paese civile” ha ripetuto a più riprese al centinaio di sostenitori accorsi per ascoltarla. E alla stampa ha detto: “Le persone sono esauste da quello che è successo nell’ultimo anno e mezzo e dobbiamo rispondere a questo senso di frustrazione senza mettere da parte i loro temi”.</p>
<p>Due candidati, Buttigieg ed Harris, che stanno attraversando un percorso diverso in Iowa, seppur a caccia della stessa parte di elettorato, il centro, che al momento è in mano a colui che più di tutti sta vivendo le conseguenze dal caso Ucraina: Joe Biden. “Penso che verrà molto danneggiato nei risultati elettorali, anche se il figlio non è implicato in nulla di criminale” spiega Denise O’Brien, esperta coordinatrice Dem in Iowa. Inserita nella walk of fame delle donne più di peso dello Stato, il distretto a ovest di Des Moines in cui vive si trova in una delle 206 “pivot counties”, quelle più in bilico nel Paese. Nel 2012, qui, vinse Obama. Nel 2016 si impose Trump. “Biden è già dietro nei sondaggi e probabilmente non ci sarà un cambio di trend”, continua O’Brien. L’impeachment, secondo lei, “avrà un grande impatto” perché “le persone in Iowa hanno una forte morale e un’etica mentale solida”.</p>
<h2>Pelosi criticata</h2>
<p>Il procedimento di impeachment è iniziato dopo una lunga fase di attesa, imposta dalla speaker Nancy Pelosi per mesi. Sono molti gli attivisti a criticarla, nelle feste di contea dell’Iowa, per aver temporeggiato così tanto. “Ma lo ha fatto anche per proteggere i nuovi Democratici eletti negli Stati più conservatori, come Cindy Axne e Abby Finkenhauer”, spiega O’Brien. “Anche loro però le hanno dato il via libera” dopo la telefonata di Trump con il presidente ucraino. E così la caccia all’impeachment è partita e ha già avuto un primo voto alla Camera (Dem a favore con due defezioni, Repubblicani compatti contro).</p>
<p>L’effetto collaterale, però, è che accusarne il colpo sembra sia stato soprattutto Biden. Il presidente Trump, infatti, ha attaccato duramente lui e suo figlio Hunter, per il presunto episodio di corruzione che lo avrebbe visto coinvolto in Ucraina. E la risposta di Biden, nelle ultime settimane, è stata di cambiare radicalmente il tono della comunicazione: da pacato ad aggressivo.</p>
<p>“Non ho mai e poi mai e poi mai condiviso le policy del Paese con mio figlio quando ero vice presidente. Punto”, ha detto alla stampa, usando un tono molto severo a margine di un forum organizzato ad Altoona dalla potente sigla sindacale Ufcw, domenica 13 ottobre. “Nessuno ha sostenuto che mio figlio abbia fatto qualcosa di sbagliato. E nessuno ha mai sostenuto che io abbia fatto qualcosa di sbagliato, a parte il Presidente bugiardo”. Per poi concludere: “Nessuno della mia famiglia lavorerà alla Casa Bianca: non si può dire che sia lo stesso oggi”.</p>
<h2>Dem penalizzati<strong><br />
</strong></h2>
<p>La strategia di Biden non sembra, al momento, funzionare. In Iowa, dei <a href="https://www.realclearpolitics.com/epolls/2020/president/ia/iowa_democratic_presidential_caucus-6731.html#polls">cinque sondaggi</a> tenuti da Ny Times/Siena, Iowa State, Usa Today, Emerson e CBS/YouGov in ottobre, solo uno dà Biden in risicato vantaggio (18% contro 17% di Warren). Negli altri viene segnalata una Warren in vantaggio o una situazione di pareggio. Anche se Kurtis Meyer non crede che il motivo di questo trend sia l’impeachment: “È evidente che Warren sia in un momento di grande crescita”. Ma su Biden dice: “Stiamo parlando di un membro della nostra famiglia e quando si tratta di uno dei nostri è normale che ci sia agitazione. Nessuno di noi credo possa cambiare idea sulla base di un’accusa lanciata da Trump”.</p>
<p>E della stessa idea è Daniel Callahan, coordinatore di Cedar Rapids, mezz’ora di macchina da Iowa City. “Non ero d’accordo sull’iniziare la procedura ma è la cosa giusta da fare per la nazione: non ne vedo benefici in generale, Trump userà l’impeachment contro di noi, ma dovevamo farlo”. Per Callahan non c’è un candidato “favorito sull’altro da questo: dobbiamo solo pensare alle priorità delle persone, che sono molto diverse”.</p>
<p>In un sondaggio condotto da YouGov per l’emittente televisiva CBS News, in effetti, la posizione dei candidati sull’impeachment non è ciò a cui gli elettori sembrano interessati: prima arrivano sistema sanitario (87%), cambiamento climatico (79%), diseguaglianza economica (70%) e posizione sulle armi (68%). Solo dopo appare l’impeachment, al quinto posto (53%). E il paradosso è che Biden possa uscirne penalizzato perché costretto, da Trump e dall’attualità, a parlarne, aprendo così uno squarcio ai moderati-liberal del partito dove la competizione è più intensa. Da John Delaney del Maryland a Cory Booker di New York, da Amy Klobuchar del Minnesota a Steve Bullock del Montana, passando per i primi due outsider: Pete Buttigieg e Kamala Harris.</p>
<p>“Le persone sono stufe di sentir parlare di impeachment, ma vogliono essere rassicurate che si stia facendo”, precisa Peter Leo, coordinatore Dem di una contea rurale a ovest di Des Moines e candidatosi per un posto alla Camera nel distretto 12, nel 2018. “Con il Russiagate non ne capivano a pieno i motivi, ma quella telefonata fatta al leader ucraino è qualcosa che gli elettori hanno toccato con mano. È reale. E ce l’ha mostrato il Presidente stesso”.</p>
<p>Per conquistare gli elettori dell’Iowa però, dice Leo, è soltanto una strategia a funzionare. Ed è quella su cui Biden dovrà tornare a investire, per non inciampare sull’impeachment a Trump: “Bisogna impostare l’agenda sui problemi concreti ed essere onesti, sia con gli agricoltori che con la classe media di questo Stato”. Chi non lo fa, “in Iowa non vince”.</p>
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		<title>Iowa, il fallimento di Beto O&#8217;Rourke</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/iowa-il-fallimento-di-beto-orourke.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Mamone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Nov 2019 06:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1320" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Beto-ORourke.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Beto O&#039;Rourke (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Beto-ORourke.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Beto-ORourke-300x206.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Beto-ORourke-768x528.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Beto-ORourke-1024x704.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per essere la sorpresa del caucus in Iowa “bisogna organizzarsi giorno per giorno e fare lo sprint solo alla fine”. Cedar Rapids è conosciuta per essere sede dell’aeroporto da cui partono e arrivano migliaia di studenti di Iowa University, ogni anno. Ma è anche la città dove Nate Willems, uno dei più fedeli volontari del &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/iowa-il-fallimento-di-beto-orourke.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1320" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Beto-ORourke.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Beto O&#039;Rourke (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Beto-ORourke.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Beto-ORourke-300x206.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Beto-ORourke-768x528.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Beto-ORourke-1024x704.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Per essere la sorpresa del caucus in Iowa “bisogna organizzarsi giorno per giorno e fare lo sprint solo alla fine”. Cedar Rapids è conosciuta per essere sede dell’aeroporto da cui partono e arrivano migliaia di studenti di Iowa University, ogni anno. Ma è anche la città dove Nate Willems, uno dei più fedeli volontari del candidato <strong>Beto O’Rourke</strong>, lavora come avvocato e ha aiutato come volontario nella campagna elettorale in Iowa, Stato-chiave da cui prenderà il via la corsa alla nomination il 3 febbraio 2020. Nonostante i suoi sforzi, però, quello sprint finale per Beto non ci sarà.</p>
<p>Venerdì 1 novembre infatti O’Rourke <a href="https://www.cnn.com/videos/politics/2019/11/01/beto-orourke-speaks-des-moines-drops-out-of-2020-race-sot-vpx.cnn">ha annunciato a sorpresa</a> il suo ritiro dalla corsa presidenziale, dopo mesi di sondaggi deludenti (nell’ultimo poll di YouGov per <em>Cbs News</em> era dato a 2% in Iowa) e al termine di una campagna scialba, disfunzionale e riempita di slogan che sul tema delle armi non hanno pagato.</p>
<p>E sì che, fino a non più tardi di qualche mese fa, Beto era considerato l’astro nascente del partito democratico. Texano, fotogenico e ottimo storyteller, <strong>progressista</strong> ma non socialista, con un programma liberal ma non troppo di sinistra. E la corsa alla Casa Bianca, per il candidato cresciuto a El Paso al confine con il Messico, era partita in pompa magna lo scorso marzo.</p>
<p>Un video su Youtube lanciato in rete con la moglie al suo fianco aveva attratto sei milioni di dollari di donazioni raccolti in poche ore, mentre <em>Vanity Fair</em> aveva dedicato a lui la copertina del numero di marzo, con il titolo “Beto’s choice” e una frase che fece molto discutere: “Sono nato per fare questo”, disse O’Rourke. <em>Cnn</em>,<em> Politico</em> e altre grandi testate americane si erano chieste, nel giorno del suo annuncio e nei mesi precedenti, se Beto potesse essere un “white Obama”, tradotto un “Obama bianco”. Molti pensarono di sì. La realtà dei fatti ha dimostrato il contrario.</p>
<p>“Ci sono tantissimi esempi di candidati che sono andati piano fino a Natale e poi si sono accesi all’ultimo: ero certo lui potesse essere uno di questi, qui in Iowa noi volontari abbiamo lavorato bene”, spiega Nate dal suo ufficio di Cedar Rapids. La campagna di Beto in Iowa, in effetti, è stata una delle meglio strutturate e più dispendiose dello Stato: undici uffici, eventi di volantinaggio a cadenza quotidiana, molto lavoro silenzioso dello staff per la creazione del tessuto porta-a-porta necessario per vincere i caucus.</p>
<p>O’Rourke, fanno notare diversi addetti ai lavori dem, si era personalmente concentrato su Texas e California in questi mesi, stati decisivi per il loro numero di delegati, mentre il suo staff in Iowa gettava le basi per intensificare la campagna qui da dicembre in poi. Ma senza un buon risultato in Iowa, le campagne in Texas, dove ha quasi vinto la corsa per un seggio in Senato nel 2018, e California sono inutili. I fondi sono iniziati a scarseggiare. E i sondaggi lo hanno dimostrato.</p>
<p>“Correre per presidente non è la stessa cosa che correre come <strong>senatore in Texas</strong>: ciò che è emerso in quella gara ha influenzato la percezione di molti Democratici e dei suoi sostenitori, come me”. Joe Gorton è stato un volontario e donatore di O’Rourke a Waterloo, a nord di Iowa City. Texano di nascita, come Beto, nella sua vita li ha visti passare tutti: da John Kennedy a Robert Kennedy, da Clinton a Obama. “Quando corri contro Cruz, un candidato spigoloso ma che anche molti conservatori non vedono di buon occhio è facile. Quando ti confronti con Sanders, Warren, Biden, Buttigieg e Harris è normale incontrare difficoltà”.</p>
<p>L’accostamento a Obama di Beto, infatti, era nato grazie alla macchina che la sua campagna elettorale riuscì a mettere in piedi in Texas, per le elezioni di Midterm, quando corse per ottenere un seggio in Senato in uno stato storicamente repubblicano e contro un candidato di ferro come Cruz. Fu una campagna elettorale scoppiettante, che Beto perse di poco. Ma l’intero establishment Dem considerò quella sconfitta, in un contesto così conservatore, come una vittoria. E i fedelissimi di Obama furono incoraggiati dallo stesso ex Presidente a spostarsi a El Paso per gettare le basi della campagna presidenziale.</p>
<p>“Visitò tutte le 254 contee dello Stato e i volontari si coordinavano bene con lo staff”, ricordano Willems e Gordon. “Fu questo a convincerci a sostenerlo perché eravamo convinti potesse fare lo stesso, porta a porta, in uno Stato come l’Iowa: era riuscito a colpire con la sua autenticità, vedevi di persona il candidato che trovavi in tv”.</p>
<blockquote><p>Proprio la tv, però, stavolta è stata nemica di O’Rourke</p></blockquote>
<p>L’unico sussulto della sua campagna elettorale è arrivato infatti durante il dibattito di settembre a Houston, in Texas. “Dovessi essere presidente, verremo a prendere i vostri fucili AR-15 e i vostri fucili AK-47. Sono armi da guerra e d’assalto e la maggior parte degli americani, anche tra i possessori di armi, concordano”, aveva detto durante il dibattito. Proprio il 3 agosto, nella sua El Paso, si era consumata una delle più gravi tragedie della storia recente in America, sul tema delle armi: in un Walmart Store, 22 persone sono rimaste uccise e altre 24 ferite durante una sparatoria.</p>
<p>La scelta di pronunciare una frase tanto forte, però, in un Paese dove il diritto ad armarsi è sancito dalla Costituzione e dal Secondo Emendamento, <a href="https://www.cnn.com/2019/10/16/politics/beto-orourke-mandatory-buyback-proposal-cnntv/index.html">non ha pagato</a>. Secondo diverse fonti Dem in Iowa, la decisione nacque dal quartier generale della campagna di El Paso, con il “benestare” dei vertici di Iowa, New Hampshire e California, per far tornare Beto sotto i riflettori. Ma l’effetto è stato un boomerang.</p>
<p>Perché sì, da una parte come dice Gorton, che all’Università di North Iowa insegna criminologia e segue il tema delle armi, “è <a href="https://www.houstonchronicle.com/news/politics/texas/article/Beto-O-Rourke-has-a-big-night-in-Houston-14436261.php">stato positivo</a> perché ha permesso di cambiare il dibattito pubblico su questo tema, rimettendolo al centro”. Ma dall’altra ha irrigidito una grossa parte dei conservatori Dem, che sul tema lo hanno iniziato a inquadrare come “estremista”. Dire agli americani “verremo a prendere le vostre armi”, è stata vista come una forzatura elettorale, un segno di debolezza dovuto all’esigenza di attirare l’attenzione dopo una partenza lenta nei sondaggi.</p>
<p>Non solo. La scelta di proporre nei giorni successivi a quel dibattito di Houston il “mandatory buyback program”, un programma che costringerebbe con la forza gli americani a restituire le proprie armi messe sotto divieto, non ha aiutato, anche perché candidati più moderati hanno sfruttato l’occasione a proprio vantaggio.</p>
<p>Pete Buttigieg, dato in grande crescita nei sondaggi in Iowa, nel dibattito televisivo di ottobre in Ohio ha vinto uno scambio proprio con O’Rourke sul tema, criticando il “mandatory buyback” e rilanciando un “voluntary buyback program”, che consiste ella restituzione volontaria delle armi. Mentre Kamala Harris, che su questo aveva la stessa posizione di O’Rourke, ha smesso di ostentarla dopo il dibattito di Houston. Entrambi, non a caso, condividono la stessa porzione di elettori a cui Beto ha puntato, fallendo.</p>
<p>“Farsi conoscere in Iowa non è facile, se non sei di qui e credo che esprimersi in modo così forte fosse necessario per prendere posizione”, ha detto a InsideOver Teresa Schneider, una volontaria, durante una serata di raccolta fondi della Johnson County in Iowa City, dove il banchetto di Beto era tra i più piccoli della serata. Schneider ha sostenuto O’Rourke “perché è genuino e diretto e ha tutte le sfumature necessarie: liberal e progressista ma anche realistico”. Ma nonostante questo, la campagna ha fallito.</p>
<p>La forzatura sulle armi è stata la punta di un iceberg molto più profondo e pieno di errori. Il lavoro silenzioso dello staff, a volte, è rimasto fin troppo silenzioso: Beto è stato tra i pochi candidati di punta a non esplorare la piattaforma online di partecipazione <a href="https://www.mobilizeamerica.io/"><strong>“</strong>Mobilize<strong>”</strong></a>, ad esempio, dove campagne come Warren, Sanders e Buttigieg condividono aggiornamenti ogni giorno e, non a caso, sono in grande crescita nei sondaggi locali. Lo staff in Iowa è stato sempre molto, troppo cauto anche ad aprirsi con la stampa e i media, creando un secondo effetto boomerang sulla comunicazione delle sue attività quotidiane. Con il budget in esaurimento, O&#8217;Rourke si è trovato a decidere se usare i soldi per pagare lo staff o per sponsorizzare spazi pubblicità in televisione. La sua campagna porta-a-porta non è nemmeno potuta partire.</p>
<p>“Ho creduto fino all’ultimo che bussare alle porte delle persone che non conoscessimo e chiamare tutti coloro che potessimo chiamare fosse una soluzione”, dice rammaricato Nate Willems da Cedar Rapids, mentre i caucus di febbraio si avvicinano: “Ora non ho davvero idea di chi sostenere”.</p>
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