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	<title>Daniele Polidoro Archives - InsideOver</title>
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	<title>Daniele Polidoro Archives - InsideOver</title>
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		<title>Come accolgono i migranti nella regione più violenta del mondo?</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/come-accolgono-i-migranti-nella-regione-piu-violenta-del-mondo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Polidoro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Sep 2019 05:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1190" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Migranti-venezuelani-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Migranti venezuelani (LaPresse)" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Migranti-venezuelani-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Migranti-venezuelani-1-300x186.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Migranti-venezuelani-1-768x476.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Migranti-venezuelani-1-1024x635.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Erano meno dell’1% della popolazione totale del Cile intorno agli inizi degli anni ’80. Tre decadi dopo, nel 2010, non avevano ancora raggiunto il 2%. Eppure, secondo le stime ufficiali, nel 2018 gli stranieri già erano quasi il 7% degli abitanti di questo Paese. “Per noi è una novità, non abbiamo una tradizione legata all&#8217;accoglienza”, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/come-accolgono-i-migranti-nella-regione-piu-violenta-del-mondo.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1190" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Migranti-venezuelani-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Migranti venezuelani (LaPresse)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Migranti-venezuelani-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Migranti-venezuelani-1-300x186.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Migranti-venezuelani-1-768x476.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Migranti-venezuelani-1-1024x635.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Erano meno dell’1% della popolazione totale del Cile intorno agli inizi degli anni ’80. Tre decadi dopo, nel 2010, non avevano ancora raggiunto il 2%. Eppure, secondo le stime ufficiali, nel 2018 gli stranieri già erano quasi il 7% degli abitanti di questo Paese. “Per noi è una novità, non abbiamo una tradizione legata all&#8217;accoglienza”, commenta Rodrigo Ubilla, sottosegretario agli Interni del Cile. A questo, inoltre, si deve aggiungere che l’<strong>America Latina</strong> è la regione più violenta del mondo, in cui è concentrata l’8% della popolazione del pianeta e il 40% degli omicidi. Come affrontare la sfida dell’immigrazione è stato uno dei temi della Settimana della Sicurezza cittadina della Banca Interamericana di Sviluppo, svoltasi a Washington tra il 9 e il 13 settembre scorsi. A cento chilometri da lì c’è Medellin, che sta vivendo una situazione molto simile a quella cilena. Diventata famosa per essere la città che ha superato la brutale violenza del narcotraffico del cartello di Pablo Escobar, ora deve fare i conti con una nuova difficile prova: la massiccia immigrazione venezuelana. “In queste settimane stanno arrivando migliaia di venezuelani in Colombia, e ciò aggrava la nostra crisi sociale”, dichiara Federico Gutiérrez, sindaco della città di Medellin, la seconda più grande del Paese. Il primo cittadino sostiene che la trasformazione della città: “Non è un miracolo, ma un grosso lavoro”. È arrivato il momento di ricambiare un favore: “Negli anni ’80 milioni di colombiani cercarono rifugio in Venezuela, e siamo stati accolti molto bene, ecco perché ora tocca a noi accogliere loro nel miglior modo possibile”.</p>
<h4>I flussi</h4>
<p>1,4 milioni di venezuelani (quasi un terzo dei 4,3 milioni che hanno abbandonato il Venezuela dal 2017) si trovano attualmente in Colombia, il 47% non regolarmente. La previsione è che la cifra dei profughi continuerà ad aumentare nei prossimi anni. La direttrice del dipartimento di Giustizia, Sicurezza e Governo, Diana Urbano, assicura che il progetto del Governo colombiano è “approfittare del potenziale positivo dell’immigrazione, non vederla come una minaccia ma di pensare, prima di tutto, ad aiutare e integrare”. Inoltre, si nota un peggioramento della situazione di chi arriva. La percentuale dei migranti venezuelani che arriva in Colombia in stato di povertà è cresciuta di dieci punti tra il 2016 (29,6%) e il 2018 (40%), secondo i dati presentati da Urbano. “Per questo, in primo luogo, stiamo lavorando per migliorare l’attenzione umanitaria, con politiche mirate alla prevenzione di salute, educazione, impiego e all&#8217;accesso dell’acqua”. Ma il compito non è facile quando i fondi scarseggiano. Ad aprile scorso, <strong>Unicef</strong> elogiava la generosità colombiana, ma comunque più 300 mila bambini venezuelani in Colombia avevano bisogno di un aiuto urgente. Di fatto, data la mancanza di opportunità e vista l’incertezza che regna in Colombia, molti venezuelani provano a raggiungere altri paesi. I primi della lista sono Perù e Cile. Per quanto riguarda quest’ultimo, l’arrivo dei venezuelani si somma al fenomeno migratorio che negli ultimi dieci anni ha portato molti haitiani ad arrivare. L’origine di quest’ondata si attribuisce alla presenza di truppe cilene durante la missione Onu nel paese caraibico tra il 2014 e il 2017. Tanto da far diventare Haiti la terza minoranza in terra cilena con quasi 180 mila immigrati, dietro Venezuela (288 mila) e Perù (223 mila).</p>
<h4>Le misure</h4>
<p>“Abbiamo ricevuto 800mila immigrati tra il 2014 e il 2018, in un paese di 17 milioni di abitanti”, sottolinea il sottosegretario agli interni del Cile. Cifre significative in uno Stato “che aveva una legge sull&#8217;immigrazione precaria, senza politiche pubbliche né istituzioni specializzate e con un’attenzione al fenomeno migratorio quasi inesistente”, aggiunge. Negli ultimi anni si sono registrati molti episodi di razzismo e mentre dai settori conservatori si chiedono maggiori restrizioni legate all&#8217;ingresso degli stranieri, l’opposizione e le organizzazioni umanitarie hanno denunciato le limitazioni delle nuove leggi. Anche l’<strong>Onu</strong> ha criticato, lo scorso maggio, alcune delle misure utilizzate dal Cile che, tra l’altro, nel dicembre 2018 si era rifiutato di sottoscrivere il patto per i migranti proposto proprio dall’Onu. “Regolamentare non significa inasprire, ma offrire delle regole chiare di ingresso”, sostiene Ubilla. E ancora: “I pilastri del modello di integrazione del governo cileno sono l’immigrazione ordinata, regolare e sicura. Ma anche l’uguaglianza di trattamento e l’interculturalità”. Come esempi concreti, cita il Processo di regolarizzazione straordinario in cui sono stati registrati 155 mila migranti, la regolarizzazione di altri 110 mila per via ordinaria e il Piano Umanitario di rimpatrio ordinato, per cui 1400 migranti sono tornati nel loro paese d’origine. In quanto alle misure specifiche per il Venezuela tra il 2018 e il 2019, Ubilla cita “più di 45 mila visti di responsabilità democratica, approssimativamente 3000 visti per turismo e più di mille lasciapassare (il 70% rilasciati a minori)”. Per quanto riguarda il caso di <strong>Haiti</strong>, menziona 300 visti turistici e 700 per ricongiungimento famigliare. “Scommettiamo sull’integrazione economica e la convivenza”, afferma, specificando che non si tratta di “stigmatizzare la migrazione come un problema”, ma di “affrontarla con responsabilità”.</p>
<p>Sulla Colombia, invece, Ubilla assicura si stanno snellendo i meccanismi migratori, per sostenere la crescente domanda di entrate dal <strong>Venezuela</strong>. Per esempio, la direttrice del dipartimento di Giustizia, Sicurezza e Governo, ricorda che ad agosto 2019, il Governo colombiano ha concesso la nazionalità a 25mila bambini nati da madri venezuelane dal 2017. Allo stesso modo, si stanno offrendo permessi speciali e altri sussidi, come il riconoscimento di titoli professionali per favorire l’accesso al mercato del lavoro. L’integrazione, per l’esecutivo colombiano, è anche un modo per combattere la violenza. Secondo Urbano alcuni lavori investigativi evidenziano come la criminalità organizzata sta iniziando a reclutare immigranti venezuelani. Il tutto, nel complesso processo di pace che vive il paese e con l’aumento delle tensione in vista delle prossime elezioni locali programmate per la fine di ottobre. Urbano, inoltre, spiega che l’Amministrazione statale sta lavorando per offrire ai nuovi leader locali piani di sicurezza e convivenza mirati a favorire l’integrazione. “Viviamo una grande sfida per la Colombia e in base ai dati e all’appoggio degli esperti, stiamo lavorando per trovare le migliori forme per affrontarla al meglio”, conclude, citando una prova condivisa con tutto il resto dell’America Latina.</p>
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		<title>&#8220;Hey Siri&#8230;&#8221;, così i dipendenti Apple ascoltano tutto quello che facciamo</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/siri-apple-ascolta.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Polidoro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Aug 2019 06:03:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[apple]]></category>
		<category><![CDATA[iphone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1226" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9459245.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9459245.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9459245-300x192.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9459245-768x490.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9459245-1024x654.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il nostro iPhone ci spia? Magari lui direttamente no, ma quel che è certo è che le nostre conversazioni private non possono essere considerate al sicuro. Quello che temevamo, infatti, è stato confermato: tutto ciò che affidiamo al nostro smartphone finisce nei database – e quindi nelle orecchie – degli assistenti virtuali delle grandi aziende &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/siri-apple-ascolta.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1226" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9459245.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9459245.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9459245-300x192.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9459245-768x490.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9459245-1024x654.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p lang="it-IT"><span style="font-family: inherit; font-size: medium;">Il nostro iPhone ci spia? Magari lui direttamente no, ma quel che è certo è che le nostre conversazioni private non possono essere considerate al sicuro. Quello che temevamo, infatti, è stato confermato: tutto ciò che affidiamo al nostro smartphone finisce nei database – e quindi nelle orecchie – degli assistenti virtuali delle grandi aziende tecnologiche. Stiamo parlando del Siri di Apple, di Alexa per Amazon e di Google Assistant. I giganti della </span><span style="font-size: medium;">tecnologia</span><span style="font-family: inherit; font-size: medium;"> controllano molte delle nostre conversazioni grazie a degli impiegati che hanno il compito di ascoltare e revisionare ciò che noi diciamo agli assistenti virtuali per migliorarne il rendimento. Le ultime novità, in tal senso, arrivano da una pubblicazione del </span><a style="font-family: inherit; font-size: medium;" href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/jul/30/apple-siri-voice-assistants-privacy"><em>The Guardian</em></a><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: inherit;">, che ha svelato come funziona esattamente il centro di controllo qualità di Siri e gli altri. Il giornalista Alex Hern ha contattato un impiegato di un&#8217;azienda a cui Apple ha subappaltato il lavoro. Dalle sue parole emerge una grande preoccupazione dovuta alla tendenza adottata da Siri a selezionare informazioni specialmente delicate e </span>confidenziali<span style="font-family: inherit;">. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: inherit;">Quando a Siri viene posta una domanda come: &#8220;Come sarà il tempo domani?&#8221; o &#8220;Qual è il prossimo impegno nel mio calendario?&#8221; il nome dell&#8217;utente e la sua richiesta vengono inviati al server di riconoscimento vocale di Apple in modo che Siri possa personalizzare la sua risposta. Apple estrae queste informazioni dalla scheda di contatto nelle impostazioni Siri &amp; Search ed è protetta da protocolli crittografati quando viene inviata ai server Apple. Tuttavia ciò non significa che Apple possa dire chi è a porre la domanda a Siri. La richiesta e le informazioni dalla scheda di contatto sono legate a un identificatore casuale generato dal dispositivo. Quell&#8217;identificatore può anche essere ripristinato in qualsiasi momento disattivando la dettatura di Siri e ripristinando la cronologia, proprio come Apple spiega nella sezione del proprio sito dedicata alla alla privacy. Gli addetti di imprese esterne al controllo delle funzionalità di questi servizi spesso ascoltano registrazioni che, alle volte, includono conversazioni tra medico e pazienti, trattative tra imprenditori, traffici di droga e addirittura rapporti sessuali. Ciò avviene perché chi si occupa di verificare le conversazioni tra gli utenti e l&#8217;assistente virtuale, ha l&#8217;obbligo di farlo anche quando l&#8217;attivazione è accidentale perché, in ogni caso, bisogna capire e valutare se la risposta data da Siri è utile per l&#8217;utente.</span></span></p>
<h3>Cosa dice Apple</h3>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: inherit;"> Tuttavia, chi ha provato a contattare Apple per avere chiarimenti in merito a queste informazioni ma senza avere una risposta. Le uniche informazioni lasciate trapelare da Cupertino sono quelle pubblicate dal <em>The Guardian</em>: secondo l&#8217;azienda fondata da Steve Jobs, le conversazioni realmente ascoltate dopo l&#8217;attivazione – volontaria e involontaria – di Siri è inferiore all&#8217;1%. Inoltre Apple ci ha tenuto a precisare che tutto ciò che viene analizzato non viene associato a un ID, proprio per proteggere la privacy dell&#8217;utente. Tutte le registrazioni sono accompagnate dalla posizione, dai dettagli del contatto e da altre informazioni personali che potrebbero diventare sempre più approfondite dopo aver consultato l&#8217;assistente vocale. L&#8217;impiegato contattato dal quotidiano britannico ha confermato che, in merito, non c&#8217;è una politica chiara da parte di Apple rispetto all&#8217;uso delle informazioni ottenute dalle registrazioni: “Non c&#8217;è molta comunicazione tra chi è in possesso dei dati e, inoltre, il volume delle informazioni alle quali abbiamo a accesso è molto ampio. Identificare la persona della registrazione non è poi così complicato soprattutto nel caso di un&#8217;attivazione accidentale, considerando che nella propria registrazione vengono inclusi nomi, posizioni e altri dati sensibili. Non viene data molta attenzione alla riservatezza delle informazioni degli utenti”. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: inherit;">Eppure, nonostante queste dichiarazioni, Apple ci tiene a precisare che tutte le registrazioni vocali effettuate attraverso Siri vengono conservate per sei mesi e, successivamente, viene salvata un&#8217;altra versione della stessa senza dati personale che rimane in archivio per altri due anni, con il fine di migliorare il rendimento dell&#8217;assistente virtuale. Nonostante questa non sia una una pratica esclusiva di Apple, l&#8217;azienda di Cupertino – al contrario di Amazon e Google – non permette agli utente di decidere in merito alle registrazioni vocali indirizzate all&#8217;assistente vocale della Mela e </span>tanto meno<span style="font-family: inherit;"> a disattivarle, a meno che il dispositivo non venga completamente disconnesso. La società salva anche un piccolo sottoinsieme di registrazioni, trascrizioni e dati associati oltre quel periodo di due anni per migliorare Siri e tali dati possono passare attraverso un processo di classificazione che coinvolge revisori umani. Ma tutti i dati inviati per la classificazione sono randomizzati e privati del suo identificatore.</span></span></p>
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		<item>
		<title>FaceApp mette in pericolo la nostra privacy? La risposta dell&#8217;azienda russa</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/faceapp-privacy-azienda-russa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Polidoro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Jul 2019 10:20:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[FaceApp]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Instagram]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10040930-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10040930-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10040930-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10040930-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10040930-1-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La moda dell&#8217;estate? Vedersi “vecchi”. È questa la forza attrattiva di FaceApp: la “nuova” applicazione, grazie all&#8217;uso di alcuni filtri che sfruttano il riconoscimento facciale, permette di giocare su come saremo tra trent&#8217;anni o ritoccare i nostri connotati per renderli diversi, e se vogliamo migliori. Pur avendo fatto il suo debutto negli store virtuali all&#8217;inizio &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/faceapp-privacy-azienda-russa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10040930-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10040930-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10040930-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10040930-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10040930-1-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p class="western" style="text-align: left;">La moda dell&#8217;estate? Vedersi “vecchi”. È questa la forza attrattiva di <strong>FaceApp</strong>: la “nuova” applicazione, grazie all&#8217;uso di alcuni filtri che sfruttano il riconoscimento facciale, permette di giocare su come saremo tra trent&#8217;anni o ritoccare i nostri connotati per renderli diversi, e se vogliamo migliori. Pur avendo fatto il suo debutto negli store virtuali all&#8217;inizio del 2017, solo questa estate l’app ha contagiato letteralmente tutti, tanto da invadere Facebook e Instagram con foto “ritoccate” grazie all&#8217;intelligenza artificiale. A oggi, circa 80 milioni di persone hanno già scaricato l&#8217;app sul proprio <strong>smartphone</strong>. Eppure, a finire nel ciclone del virale non sono state solo le immagini di calciatori dai capelli bianchi o di rugose attrici, ma anche la notizia secondo cui l’uso che FaceApp fa dei nostri dati e delle nostre foto non sia chiaro: infatti i documenti ufficiali pubblicati sui canali ufficiali della piattaforma e relativi alla privacy e alle condizioni d’uso, lasciano molti punti interrogativi.</p>
<h3>Chi c&#8217;è dietro FaceApp</h3>
<p class="western">La prima cosa da sapere in merito a tutta questa vicenda è che quando viene elaborato un selfie da FaceApp, la foto viene inviata ai server dell&#8217;azienda Wireless Lab Ooo, che ha sede in Russia, precisamente a San Pietroburgo. A muovere i primi dubbi sull&#8217;app è stato il portale<a href="https://www.wired.co.uk/article/old-face-app-age-android-ios"><em> Wired</em></a> che sostiene che: “Su questi server le foto restano archiviate per un tempo indefinito, potenzialmente per sempre, perché la società, fondata e diretta da Yaroslav Goncharov, una carriera iniziata all&#8217;università di San Pietroburgo e un passato in <strong>Yandex</strong> (motore di ricerca russo), non si preoccupa di dichiarare per quanto tempo le conserverà. Né dove”. Questo significa che ogni volta che cerchiamo di dare una sbirciata a come saremo tra un paio d&#8217;anni potenzialmente stiamo regalando il nostro volto a un&#8217;azienda che non ci dice cosa se ne farà della nostra faccia. Il ché potrebbe essere un potenziale pericolo per la nostra privacy.</p>
<p class="western">Ma chi c&#8217;è dietro FaceApp? Dietro quell&#8217;icona “furbetta”, che mescola un avatar simile a quello di Facebook ai colori di Instagram, in realtà non si cela Mark Zuckerbeg, come si potrebbe pensare in un primo momento. Infatti, come detto, dopo un&#8217;analisi più approfondita si scopre che l’applicazione è stata rilasciata nel gennaio 2017 dalla Wireless Lab, un’azienda russa con sede a San Pietroburgo, fondata da <strong>Yaroslav Goncharov</strong>. La pagina Facebook di FaceApp è stata fondata il 27 gennaio 2017, e a oggi conta oltre quasi 685mila like. E dalla sezione ‘trasparenza della pagina’ si apprende che i gestori sono quattro: tre russi e un ucraino. È evidente, insomma, che questa applicazione sia strettamente made in Russia. Ed è proprio facendosi un giro sui canali social dell&#8217;applicazione e nella sezione dedicata all’uso delle informazioni si legge che l’applicazione “potrebbe condividere i contenuti e le informazioni degli utenti con le aziende che fanno parte del gruppo di società di FaceApp”. Le incongruenze però continuano. Su Google Play FaceApp dichiara di avere base negli Stati Uniti e si fa riferimento a un indirizzo a Wilmington, città del Delaware ritenuta uno dei paradisi fiscali a stelle e strisce, dove la società immobiliare Regus detiene degli “uffici virtuali” da affidare ad aziende straniere che vogliono mettere piede nel continente americano. Ciò significa che lì non ci sono scrivanie e uffici ma solo un database in cui figura solo una casella di posta. Secondo quanto riportato da <em>Wired</em>, per la società di analisi di mercato Sensor Tower, solo a giugno 2019 FaceApp è stata scaricata 400mila volte e ha generato introiti per 300mila dollari.</p>
<h3>La risposta degli Stati Uniti</h3>
<p class="western">Denaro e dubbi che hanno fatto già muovere qualcosa negli Stati Uniti, <em>Reuters</em> parla di un primo intervento del leader di minoranza del Senato, Chuck Schumer, che “ha invitato FBI e Federal Trade Commission a condurre un’indagine sulla sicurezza nazionale e sulla privacy relativa FaceApp”. L’applicazione richiede “un accesso completo e irrevocabile alle foto e ai dati personali il che potrebbe comportare ‘rischi per la sicurezza nazionale e la privacy per milioni di cittadini statunitensi’, ha detto Schumer nella sua lettera al direttore dell’Fbi <strong>Christopher Wray</strong> e al presidente dell’Ftc Joe Simons. Il Comitato Nazionale Democratico, inoltre, ha anche inviato un’allerta ai candidati presidenziali del partito per il 2020, mettendo in guardia contro l’uso dell’applicazione, specificando la sua provenienza russa. Nell’e-mail, analizzata da Reuters e segnalata per la prima volta dalla <em>Cnn</em>, il capo della sicurezza della Dnc Bob Lord ha anche esortato i candidati alle campagne presidenziali democratiche a cancellare immediatamente l’app se loro o il loro staff l’avevano già usata”. Per il momento, però, si potrebbe stare ancora relativamente tranquilli. Anche la stessa<a href="https://mobile.reuters.com/article/amp/idUSKCN1UD062"><em> Reuters</em></a> sottolinea che “non ci sono prove che FaceApp fornisca dati dei suoi utenti al governo russo”. Fino a prova contraria, dunque, bisogna fidarsi, nonostante le ombre. Il sito <a href="https://www.hdblog.it/2019/07/25/faceapp-record-download-luglio-agechallenge/"><i>HdBlog</i></a>, spiega che FaceApp “carica effettivamente le foto su un server esterno”, e che la società sostiene che le elaborazioni sono molto complesse e richiedono una potenza di calcolo non raggiungibile da tutti gli smartphone presenti sul mercato. Applicare questi filtri richiederebbe troppo tempo, quindi si ricorre ai datacenter”.</p>
<h3>La risposta dell&#8217;azienda</h3>
<p class="western">A tutto ciò si è aggiunta la risposta dei diretti interessati. In una dichiarazioni rilasciata ai media, FaceApp ha negato la vendita o la condivisione dei dati utente con terze parti: “’Il 99% degli utenti non effettua il login – spiega la società dell&#8217;applicazione dell&#8217;estate &#8211; pertanto, non abbiamo accesso a nessun dato che possa identificare una persona e inoltre immagini vengono cancellate dai suoi server entro 48 ore dalla data di caricamento. Mentre il team di ricerca e sviluppo dell’azienda si trova in Russia, i dati utente non vengono trasferiti in Russia”. Questa tesi è avvalorata dal ricercatore di sicurezza Will Strafach, amministratore delegato di <strong>Guardian Firewall</strong>, che ha analizzato il traffico generato dall’app e non ha trovato alcuna prova che FaceApp carichi su cloud l’intero rullino del dispositivo su cui è installata, ma solo la foto da elaborare” e che, pertanto, bisogna credere alle parole della società: “Non c’è ragione di sospettare che stiano mentendo – ha dichiarato Strafach &#8211; quantomeno non più delle altre”.</p>
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		<title>Gun influencer per sponsorizzare le armi sui social</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/gun-influencer-usa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Carnieletto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jul 2019 07:06:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Armi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1181" height="628" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Kimberly-Matte.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Kimberly Matte, gun influencer americana" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Kimberly-Matte.jpg 1181w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Kimberly-Matte-300x160.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Kimberly-Matte-768x408.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Kimberly-Matte-1024x545.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1181px) 100vw, 1181px" /></p>
<p>&#8220;Quando sorge il sole, tiriamo fuori le armi, tiriamo fuori i muscoli&#8221;, scrive Kimberly Matte su Instagram ai suoi 85mila follower. Anche se, come dice lei, fuori c&#8217;è il sole e la giornata è spettacolare, lei è in casa, indossa un minuscolo perizoma giallo e imbraccia un fucile grande quasi quanto le sue gambe. In &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/gun-influencer-usa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1181" height="628" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Kimberly-Matte.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Kimberly Matte, gun influencer americana" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Kimberly-Matte.jpg 1181w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Kimberly-Matte-300x160.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Kimberly-Matte-768x408.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Kimberly-Matte-1024x545.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1181px) 100vw, 1181px" /></p><p>&#8220;Quando sorge il sole, tiriamo fuori le armi, tiriamo fuori i muscoli&#8221;, scrive Kimberly Matte su Instagram ai suoi 85mila follower. Anche se, come dice lei, fuori c&#8217;è il sole e la giornata è spettacolare, lei è in casa, indossa un minuscolo perizoma giallo e imbraccia un <strong>fucile</strong> grande quasi quanto le sue gambe. In quel post è riassunto il suo lavoro: Kimberly è un&#8217;influencer. Per un centinaio di dollari a foto e qualche prodotto gratuito pubblica ciò che le viene chiesto su Instagram e Facebook. Il suo profilo è pieno di selfie, di sue immagini in bikini o in lingerie di diversi marchi. Ma tra quelle foto ci sono anche altri tipi di &#8220;prodotti&#8221; che non siamo abituati a vedere nelle pagine delle influencer nostrane: pistole, fucili e munizioni. Il paradosso è che proprio lì, nella sua proprietà, adibita a set fotografico dei suoi shooting con le armi, è proibito sparare: la zona in cui vive è infatti una specie di riserva dedicata a cervi selvatici, di cui proprio Kimberly spesso si occupa. Eppure nel suo feed, che la stessa modella definisce come un &#8220;luogo in cui diffondere l&#8217;amore&#8221;, non c&#8217;è solo l&#8217;immagine di una bella ed eccentrica ragazza che ama mettersi in mostra. Kimberly fa parte delle &#8220;<strong>gun-influencer</strong>&#8220;. Un settore che è in rapida espansione nel mercato dei social network: grazie a loro, infatti, i produttori di armi raggirano i divieti di poter sponsorizzare armi su Instagram e Facebook.</p>
<p>A spiegare questo nuovo fenomeno è Kyle Clouse, direttore marketing di Liberty Safe, una società specializzata in casseforti per armi da fuoco: <a href="https://www.vox.com/features/2019/6/19/18644129/instagram-gun-influencers-second-amendment-tactical-community?fbclid=IwAR15Jy-aZvdJqIuKFAn3Yiz7KGNrwxuBbcuFiERtaUyVbymx9G-stV94mKU" target="_blank" rel="noopener">in un&#8217;intervista a <em>Vox</em></a>, Clouse ha raccontato come queste ragazze permettano alle aziende del settore di sviare le restrizioni presenti nelle piattaforme di Mark Zuckerberg. Non solo: il messaggio pubblicitario, con le loro foto, finisce per essere molto più immediato e diretto a un pubblico concreto. Kimberly Matte non è però sola, oltre a lei ci sono dozzine di ragazze che vivono grazie a questo tipo di pubblicità. Alcune sono amanti della caccia, altre sono tiratrici sportive professioniste e, addirittura, nel mercato delle &#8220;gun-influencer&#8221; c&#8217;è spazio anche per ballerine e calciatrici. Ad accomunarle tutte non ci sono solo munizioni e pistole, ma un&#8217;arma altrettanto efficace: grazie al loro seguito, infatti, sono in grado di superare quella barriera che proibisce ai produttori di armi di fare pubblicità su Instagram.</p>
<p>Un altro caso interessante è quello della <strong>Gunship Helicopters</strong> (una società di Las Vegas con cui è possibile sparare da un elicottero) e DeAnna Waddell, che ha iniziato a lavorare nel marketing della società appena un anno fa. Come è facilmente immaginabile, da queste parti del Nevada, il concetto di stranezza ha confini molto ampi e spesso coincidono con quelli del divertimento sfrenato. Quando Waddel è stata assunta, si è resa conto che l&#8217;azienda non stava facendo nulla per pubblicizzarsi su Instagram, sostenendo che &#8220;ci sono molte belle donne che amano le armi e potrebbero rendere questo posto il più sexy del mondo&#8221;. Detto, fatto: nel giro di 12 mesi, i profili social di Gunship Helicopters hanno subito un restyling in versione &#8220;Playboy&#8221; con una conseguente crescita di follower.</p>
<p>Wadell sottolinea che la pubblicità sui social non sarebbe possibile senza queste influencer. &#8220;Alla piattaforma non interessa questo tipo di prodotto &#8211; spiega a <em>Vox</em> -, tutti in questo campo per lavorare cercano di evitare le limitazioni imposte da Facebook, Instagram e, in misura minore, da YouTube&#8221;. Ecco perché scorrendo sul feed di Instagram, vi accorgerete che non vi apparirà mai un post in tema armi con la banda animata che recita &#8220;Contenuto sponsorizzato&#8221;, ma potrete imbattervi allo stesso modo in una procace modella che imbraccia un fucile semiautomatico. Inoltre, le &#8220;gun-influencer&#8221; permettono di dar visibilità a quella fetta di mercato che comprende non solo armi, munizioni o <strong>esplosivi</strong>, ma anche fucili paintball, gas lacrimogeni, <strong>coltelli</strong> (non da cucina), pistole elettriche, manganelli, così come una vasta gamma di accessori per l&#8217;autodifesa. Il tutto nasce nel momento in cui si decidere di effettuare una sponsorizzazione. Se le aziende decidono di destinare l&#8217;annuncio esclusivamente ai maggiorenni 18 anni, ai marchi è concesso promuovere, tra le altre cose, cassette di sicurezza per pistole, fondine o visiere. Ma bisogna fare attenzione: quando si cerca di creare una sponsorizzazione per Instagram, prima della sua pubblicazione, il post deve essere approvato dal centro di controllo della piattaforma.</p>
<p>Instagram e Facebook controllano quindi i link ai siti, le immagini postate dalla pagina in questione, ma soprattutto il messaggio. Per questo, anche se si vuol promuovere una cassetta di sicurezza per pistole &#8211; che sarebbe permesso &#8211; se il del messaggio dell&#8217;annuncio suona come: &#8220;Mi piacciono i fucili e penso che tutti dovrebbero usarli&#8221;, la sponsorizzazione viene negata. Ecco perché Clouse dice che all&#8217;inizio pubblicavano le foto delle loro casseforti aperte con le armi all&#8217;interno, ma ogni volta che cercavano di promuoverle, si vedevano respingere la richiesta di sponsorizzazione. Ora, invece, grazie alle &#8220;gun-influencer&#8221;, riescono a pubblicizzare le stesse casseforti &#8211; ma chiuse &#8211; facendovi posare accanto le modelle che imbracciano grandi fucili. E non è tutto. Quello che maggiormente attira gli inserzionisti verso queste &#8220;gun-influencer&#8221; è la loro autenticità. Più sono impegnate per la causa, più forte sarà l&#8217;impatto che avranno le aziende sui propri follower. In alcuni casi, alcune modelle arrivano a dire che i propri figli, vivranno circondati da ogni tipo di arma &#8211; come si può leggere in una foto condivisa dalla &#8220;gun-influencer&#8221; Charissa Littlejohn quando era incinta.</p>
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