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	<title>Chiara Sgreccia Archives - InsideOver</title>
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	<title>Chiara Sgreccia Archives - InsideOver</title>
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		<title>La bomba migratoria dell&#8217;Afghanistan può travolgere Asia ed Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Aug 2021 05:37:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Afghanistan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1312" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large-300x205.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large-1024x700.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large-768x525.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large-1536x1049.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large-2048x1399.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I talebani hanno preso Kabul. Il Palazzo presidenziale è in mano ai combattenti che hanno conquistato il potere a velocità lampo, da quando Usa e Nato hanno iniziato il ritiro definitivo dei militari. Gli eredi del Mullah Omar sono pronti a proclamare l’Emirato islamico dell’Afghanistan che vent’anni fa era stato abbattuto dall’intervento della coalizione internazionale &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/la-bomba-migratoria-dellafghanistan-puo-travolgere-asia-ed-europa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1312" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large-300x205.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large-1024x700.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large-768x525.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large-1536x1049.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/13493453_large-2048x1399.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>I talebani hanno preso Kabul. Il Palazzo presidenziale è in mano ai combattenti che hanno conquistato il potere a velocità lampo, da quando Usa e Nato hanno iniziato il ritiro definitivo dei militari. Gli eredi del Mullah Omar sono pronti a proclamare l’Emirato islamico dell’Afghanistan che vent’anni fa era stato abbattuto dall’intervento della coalizione internazionale dopo gli attacchi di Al-Qaeda alle Torri Gemelle.</p>
<p>Per molti a guidare il nuovo governo sarà il Mullah Abdul Ghani Baradar rientrato in Afghanistan dopo anni di esilio in Pakistan. È stato il cofondatore degli studenti coranici insieme al mullah Omar, morto nel 2013, che ha guidato l’Emirato afgano dal 1996 al 2001. Baradar è stato imprigionato in Pakistan e poi liberato sotto pressione degli Stati Uniti per condurre i negoziati di pace di Doha, in Qatar, nel 2020, voluti dall’ex presidente americano Donald Trump quando per primo annunciò il ritiro statunitense dal paese.</p>
<h2>Un Paese nel caos</h2>
<p>Nonostante i talebani stiano cercando di legittimarsi come soggetto politico arrivando ad affermare che il loro governo sarà «aperto ed inclusivo» seppur sotto il sistema della legge islamica, sono in molti coloro che temono la rinascita di un sistema di governo brutale simile a quello di vent’anni fa, quando i diritti delle donne erano stati quasi completamente eliminati.</p>
<p>Kabul subito dopo la presa del palazzo presidenziale, è piombata nel caos. Gli Stati Uniti hanno avviato un grosso ponte aereo per evacuare uomini e collaboratori paralizzando l&#8217;aeroporto che da oltre una settimana viene preso d&#8217;assalto dai civili, con diverse donne che &#8220;lanciano&#8221; i figli ai militari nella speranza di un futuro migliore in America o in Europa. Allo stesso tempo nelle città di Asadabad e Jalalabad i talebani hanno aperto il fuoco sui manifestanti che per il giorno dell’indipendenza del paese dal Regno Unito, sventolavano la bandiera afghana. Mentre la Bbc ha mostrato le immagini di centinaia di afghani in coda ai bancomat per prelevare gli ultimi risparmi e il traffico intenso lungo le strade, dove c’è chi abbandona la propria auto e prosegue a piedi. Tantissimi sono anche gli afghani che hanno deciso di scappare a piedi.</p>
<h2>Verso l&#8217;esodo</h2>
<p>Secondo le stime di Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, nel 2021 più di <strong>550 mila</strong> persone hanno dovuto abbandonare la propria casa ma sono rimasti all’interno dei confini del paese, di questi 126 mila l’hanno fatto tra il 7 luglio e il 9 agosto 2021. Vessati da oltre 40 quarant’anni di conflitti, dall’invasione sovietica del 1979, i rifugiati afghani nel mondo erano già, prima della presa di Kabul, almeno 2,7 milioni. «È difficile prevedere che cosa succederà adesso data l’instabilità del paese &#8211; spiega ad <em>InsideOver</em> Ilaria Masinara di Amnesty International Italia &#8211; decine di migliaia di persone stanno attraversando i confini afghani nelle ultime settimane. Si può presupporre che la maggioranza rimarrà nella regione, in particolare nei paesi confinanti che storicamente ospitano un numero significativo di rifugiati afghani, oltre il 90%».</p>
<p>Il <strong>Pakistan</strong> è il paese che ne ha accolti di più al mondo, sono quasi un milione e mezzo quelli registrati ma secondo quanto ha dichiarato l’Ambasciatore pakistano in Italia, Jauhar Saleem, al momento il paese non ha ulteriore capacità di accoglienza e un massiccio afflusso di persone rappresenterebbe anche un grave rischio sanitario per il paese di 225 milioni di abitanti. Il confine con l’Afghanistan è presidiato dai militari che rendono impossibile l’ingresso degli afghani senza il visto necessario per entrare. Nonostante alcuni video diffusi dai media mostrino migliaia di persone che provano a lasciare l&#8217;Afghanistan attraversando il confine col Pakistan da Torkham vicino a Jalalabad e dal valico della Porta dell&#8217;Amicizia nella città di Chaman, le autorità pakistane dichiarano che al momento non c’è nessuna ondata di profughi lungo confine.</p>
<p>In <strong>Iran</strong>, invece, &#8211; dove ci sono già 780 mila rifugiati provenienti dall’Afghanistan a cui si devono aggiungere gli altri due milioni di afghani senza documenti &#8211; le autorità stimano che arriveranno irregolarmente circa 5 mila persone al giorno. Il governo di Teheran ha allestito lungo i 900 km di confine che condivide con il paese in mano ai talebani, campi per accogliere coloro che in questi giorni stanno attraversando la frontiera a piedi. Famiglie in fuga che la polizia iraniana ferma e conduce nei campi di accoglienza. Si tratta, però, di assistenza soltanto temporanea. «Quando la situazione afghana tonerà stabile procederemo con i rimpatri» ha dichiarato Hossein Ghassemi, capo degli affari di frontiera del ministero dell&#8217;Interno. Le condizioni della società iraniana sono peggiorate molto negli ultimi anni a causa della crisi economica per la pandemia di Covid 19 e le sanzioni statunitensi. A questo si aggiungono i problemi di sicurezza interna che un ingente flusso di migranti potrebbe causare.</p>
<p><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-329055" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/flussi-migratori-afghanistan-mappa-1024x656.png" alt="" width="1024" height="656" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/flussi-migratori-afghanistan-mappa-1024x656.png 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/flussi-migratori-afghanistan-mappa-300x192.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/flussi-migratori-afghanistan-mappa-768x492.png 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/flussi-migratori-afghanistan-mappa-1536x984.png 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/flussi-migratori-afghanistan-mappa-2048x1313.png 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/08/flussi-migratori-afghanistan-mappa.png 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<h2>Flussi contenuti negli -stan</h2>
<p>«La paura del radicalismo &#8211; e la conseguente volontà di non mettere a rischio la stabilità interna &#8211; è anche uno dei motivi che ha spinto i governanti di Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan, che confinano con l’Afghanistan, a centellinare i flussi migratori» spiega Fabio Indeo dell’<strong>Osservatorio Asia Centrale e Caspio</strong>. Fin dagli inizi dell’avanzata talebana le tre repubbliche centroasiatiche hanno manifestato un atteggiamento avverso all’accoglienza di un alto numero di profughi tenendo, però, sempre a mente la porosità dei confini centroasiatici costituiti da un reticolo di vie che permette il passaggio ovviando i controlli.</p>
<p>Mentre l’autorità ufficiali del <strong>Turkmenistan</strong>, che manca di fonti di informazione indipendenti, negano la presenza di migranti lungo il confine, il <strong>Tagikistan</strong> e l’<strong>Uzbekistan</strong> all’inizio hanno accolto i militari afghani, principalmente di nazionalità uzbeka, che sconfitti dopo la presa talebana delle città del nord dell’Afghanistan, in particolare dopo la conquista di <strong>Mazar-i-Sharif</strong>, hanno varcato il confine a bordo di una quarantina tra aerei ed elicotteri. «La successiva decisione di rafforzare i controlli alle frontiere va interpretata anche alla luce della volontà delle repubbliche centroasiatiche di trattare con i talebani – continua Indeo – al fine di garantire la sicurezza e il prosieguo dei lavori di importanti infrastrutture nell’area come il gasdotto TAPI che attraverserà sia l’Afghanistan, sia il Turkmenistan». I talebani che, a quanto dichiarano, hanno intenzioni nazionalistiche e quindi che l’emirato islamico non si estenda oltre i confini dell’Afghanistan, sono visti dagli stati confinanti come probabili garanti di una stabilità maggiore rispetto a quella che era stata in grado di offrire l’ex presidente Ghani.</p>
<p>«Dalla capacità dei talebani di trattare diplomaticamente con gli stati confinanti dipenderà anche l’intensità del flusso dei migranti afghani perché condizionerà l’approccio dei governi nei confronti di chi scappa dall’Afghanistan e gli eventuali rimpatri di quelli che i talebani potrebbero considerare traditori». Per Fabio Indeo vista la mancata volontà degli stati confinanti di accogliere i profughi afghani a cui si aggiungono le difficoltà logistiche e economiche che questi hanno, l’unica soluzione per ovviare allo scoppio di una crisi umanitaria sarebbe quella di costruire un ponte aereo diretto con i paesi occidentali. La situazione in Afghanistan, però, è ancora in divenire e quello che succederà dipende anche dalla forza e dall’appoggio esterno che un eventuale movimento di opposizione ai talebani potrebbe avere.</p>
<h2>Il lungo viaggio verso la Turchia</h2>
<p>Alla ricerca di pace e maggiore sicurezza, sono tanti anche coloro che, in fuga dall’Afghanistan, si dirigono verso la <strong>Turchia</strong> situata sulla <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/profughi-afghanistan-turchia.html">rotta migratoria che dall’Est conduce all’Europa</a>. Secondo alcune stime già mezzo milione di afghani potrebbe essere entrato nel paese. Intraprendono un viaggio lungo ed insidioso tra le montagne al confine con l’Iran e in terre che sempre meno sono disposte a supportare la loro presenza. Ciascun migrante paga circa mille dollari, riporta il <em>Washington Post</em>, ai trafficanti per superare il confine orientale turco aggirando i controlli.</p>
<p>«La Turchia non sarà il deposito dei migranti d’Europa», però, <a href="https://it.insideover.com/politica/erdogan-minaccia-ancora-l-ue-non-saremo-deposito-di-migranti-afghani.html">ha dichiarato il Presidente Recep Tayyip Erdoğan</a>, alla guida del paese che ospita il numero più alto al mondo di persone in fuga da persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani. Sono quattro milioni i rifugiati in Turchia, la maggior parte dei quali proviene dalla Siria.  Il secondo gruppo più numeroso tra i rifugiati in Turchia è quello afghano. «Non li voglio nel mio paese» scrivono molti sui social. Sta crescendo di nuovo il sentimento anti-migranti che aveva portato qualche anno fa l’hashtag SuriyelileriIstemiyoruz, noi non vogliamo i siriani, tra i trending topic di Twitter. E un altro muro, dopo quello che segna il confine con la Siria, sta per essere completato: separa la provincia turca di Van dall’Iran per fermare le migliaia di persone che arrivano dall’Afghanistan e dal Pakistan. Altri chilometri che si aggiungono a quelli già costruiti lungo il confine con l’Iran, nelle province di Agru, Hakkari e Igdir.</p>
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<p>Sebbene in Turchia la crisi causata dalla <strong>pandemia</strong> di Covid-19 non abbia fermato l’economia che nel primo trimestre del 2021 ha registrato una crescita seconda solo alla Cina tra i paesi del G20, ha aggravato gli squilibri interni e accresciuto il divario sociale. La povertà è passata dal 10,2% del 2019 al 12,2%. Secondo un sondaggio realizzato da Metropoll, il 27% della popolazione non riesce a soddisfare i propri bisogni di base mentre il 57% non andrebbe oltre quelli. Le conseguenze della crisi pesano soprattutto sulle spalle delle donne, dei giovani, degli operatori meno qualificati e di coloro che lavorano nell’economia informale.</p>
<p>Tra questi ci sono anche i quattro milioni di rifugiati, l’85% dei quali, secondo un’indagine del 2019, si sostentava grazie al lavoro nero. Uno studio effettuato dalla Mezzaluna Rossa Turca e dalla Federazione internazionale delle Società della <strong>Croce Rossa</strong> su come sia peggiorata la condizione dei rifugiati con il Covid 19 riporta che oggi il 72% degli intervistati riesce a malapena a comprare il cibo necessario al mantenimento della famiglia. Uno su quattro dichiara di aver esaurito quasi tutte le risorse che aveva a disposizione mentre il 15% dice che la propria salute mentale e fisica meriterebbe urgente attenzione medica che non può permettersi. In molti riescono a cavarsela comprando cibo a credito, prendendo denaro in prestito e sacrificando altre spese importanti come quelle per l’istruzione e la sanità.</p>
<p>Ad oggi, il paese di Erdogan non sembra in grado di sopportare un’altra emergenza migratoria come quella siriana. L’Europa, però, è impreparata, incapace di adottare una politica d’accoglienza comune e si è già impegnata per rinnovare l’accordo con Ankara del 2016, da tanti chiamato l’accordo della vergogna, con il quale Bruxelles ha affidato al Presidente turco sei miliardi di euro e il compito di fermare i migranti prima che oltrepassino i confini dell’Unione europea.</p>
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		<title>Il ritorno dei Talebani in Afghanistan, spiegato</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/il-ritorno-dei-talebani-in-afghanistan-spiegato.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jul 2021 08:19:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Afghanistan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-1536x1024.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-2048x1365.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I Talebani avanzano in Afghanistan mentre le truppe statunitensi e Nato si ritirano. Ad oggi circa un terzo dei 421 distretti in cui si divide il paese è in mano ai talebani e molte altre sono le aree contese con le forze governative del presidente della Repubblica islamica Ashraf Ghani, circa il 42% del territorio &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-ritorno-dei-talebani-in-afghanistan-spiegato.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-1536x1024.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/afghanistan-talebani-la-presse-2048x1365.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>I <strong>Talebani</strong> avanzano in <strong>Afghanistan</strong> mentre le truppe statunitensi e <strong>Nato</strong> si ritirano. Ad oggi circa un terzo dei 421 distretti in cui si divide il paese è in mano ai talebani e molte altre sono le aree contese con le forze governative del presidente della Repubblica islamica <strong>Ashraf Ghani</strong>, circa il 42% del territorio secondo <em>Al Jazeera</em>. Le conquiste avvengono soprattutto nelle province del nord, zone strategiche perché lungo il confine con gli altri stati dell&#8217;Asia centrale e considerate, fino a non molti mesi fa, roccaforte degli americani e dei loro alleati.</p>
<p>Domenica scorsa le truppe dell’esercito regolare afghano hanno perso il controllo di decine di distretti. Nella provincia di <strong>Badakhshan</strong>, dove la resistenza ha tenuto testa ai talebani per vent’anni, alcuni rappresentanti locali hanno abbandonato le istituzioni e si sono rifugiati a Kabul mentre centinaia di membri delle forze di sicurezza sono scappati oltre il confine, in Tajikistan, per sfuggire ai talebani. Sono tanti anche i civili che decidono di rifugiarsi all’estero: circa 2,8 milioni di profughi e oltre 4 milioni di sfollati interni secondo le organizzazioni internazionali.</p>
<p>«L’avanzata sta procedendo anche più in fretta di quanto ci aspettavamo» ha detto un comandante della provincia di Ghazni a <em>NBC News</em>. Secondo il loro portavoce, Zabihullah Mujahid, tanti territori vengono conquistati senza neanche combattere grazie al morale basso delle truppe dell’esercito afghano che si arrendono perché rimaste senza rifornimenti e la possibilità di chiedere rinforzi. Sebbene i talebani non siano ancora riusciti a prendere il controllo dei capoluoghi di provincia, sono vicini a molte città importanti, da <strong>Ghazni</strong>, a sud di <strong>Kabul</strong>, a Maymana, a nord-ovest, vicino al <strong>Turkmenistan</strong>.</p>
<p>La violenza in Afghanistan non è diminuita da quanto gli americani hanno annunciato il ritiro definitivo delle truppe dal paese. Dopo gli accordi di Doha nel 2020 tra Usa e i talebani e quelli di Kabul tra Stati Unti e governo afgano, promossi da Trump, il numero degli attentati è cresciuto. «Si sono ridotti gli attacchi di grossa portata ma sono aumentati gli assassinii, le aggressioni, gli assalti alle auto, ai rappresentanti del governo. D’inverno, di solito, i combattimenti si diradano ma quest’anno non è accaduto» ha dichiarato a <em>InsideOver</em> Marco Puntin, coordinatore dei progetti Emergency che da tre anni vive a Kabul. «Nel centro chirurgico per vittime di guerra della capitale arrivano in media 300 pazienti al mese, a Lashkar-gah più di 200, la maggior parte è per traumi dovuti ai conflitti». Secondo il report del<em> New York Times</em> a giugno 2021 ci sono stati 703 morti tra i soldati, il numero più alto da quando, a settembre 2018, la testata ha iniziato a stilare un rapporto mensile sulle vittime di guerra. 208 i civili deceduti.</p>
<p>«È tempo di concludere la guerra infinita» aveva detto il neopresidente americano <strong>Joe Biden</strong> a metà dello scorso aprile dalla stessa stanza della Casa Bianca in cui furono annunciati i primi attacchi aerei in Afghanistan. Con l’operazione <strong>Enduring Freedom</strong>, nell’ottobre del 2001, gli Stati Uniti e i loro alleati avevano invaso il paese con l’intenzione di sconfiggere al-Qaeda e di trovare il leader <strong>Osama Bin Laden</strong>, considerato il responsabile degli attentati alle <strong>Torri Gemelle</strong> dell’11 settembre (poi ucciso in Pakistan dalle forze speciali statunitensi nel 2011).</p>
<p>Vent’anni dopo gli attacchi aerei al World Trade Center per Biden si deve concludere la guerra più lunga della storia americana e terminare il ritiro degli ultimi 2.500 soldati statunitensi. Anche le truppe Nato seguono il coordinamento Usa. I militari italiani hanno lasciato definitivamente il paese alla fine di giugno. «Sebbene non rimarremo coinvolti militarmente in Afghanistan, il nostro lavoro diplomatico e umanitario continuerà, continueremo a sostenere il governo afghano» aveva dichiarato il presidente americano durante il suo discorso. Ma l’abbandono repentino di Bagram &#8211; la più grande base militare statunitense in Afghanistan &#8211; avvenuto una settimana fa secondo quanto riporta <em>Associated Press</em>, avrebbe colto di sorpresa anche il comandante afgano Mir Asadullah Kohistani, ed è letto come il simbolo della confusione in cui sta precipitando il paese.</p>
<p>Dopo vent’anni di conflitto in cui sono stati spesi 2.300 miliardi di dollari, ci sono state 3.600 vittime della coalizione internazionale e più di 70 mila civili uccisi, a preoccupare la società civile afghana e gli osservatori internazionali è il progressivo disfacimento delle conquiste democratiche che almeno in parte sono state raggiunte, e che potrebbe avvenire qualora l’Afghanistan torni sotto il controllo dei Talebani. Prima del 2001 sapeva leggere e scrivere solo una bambina su cinque, oggi più del 60%. Per Nadia Hashimi &#8211; pediatra e celebre scrittrice con i diritti delle donne nel cuore, nata a New York da genitori afghani &#8211; tra il 1996 ed il 2001, quando il paese era per la maggior parte sotto il controllo dei talebani, le donne avevano difficoltà nell’accedere all’istruzione e al sistema sanitario. Non potevano rivestire ruoli pubblici di spicco. «Potrebbe accadere di nuovo qualcosa di simile e porterebbe all’aumento del tasso di mortalità, all’iniquità di genere, a matrimoni precoci e a famiglie inadeguate a prendersi cura dei figli, povertà e analfabetismo. Ma d’altra parte in questi anni la società afghana è anche progredita, ci sono donne nel parlamento, nei media, nell’arte, nel design, nella moda, atlete, rappresentanti del governo nel mondo. Se si raggiungesse un accordo di pace l’Afghanistan potrebbe crescere. Ogni negoziato, però, ha un costo, la paura è il prezzo richiesto dai talebani sia troppo alto».</p>
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		<title>La tensione post elettorale che può spaccare il Perù</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/tensione-post-elettorale-che-puo-spaccare-il-peru.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jun 2021 14:52:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="8173" height="5449" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/06/elezioni-peru%CC%80-la-presse.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/06/elezioni-peru%CC%80-la-presse.jpeg 8173w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/06/elezioni-peru%CC%80-la-presse-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/06/elezioni-peru%CC%80-la-presse-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/06/elezioni-peru%CC%80-la-presse-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/06/elezioni-peru%CC%80-la-presse-1536x1024.jpeg 1536w" sizes="auto, (max-width: 8173px) 100vw, 8173px" /></p>
<p>«Solo el pueblo salva el pueblo, por eso voté por Castillo». Vidal ha 38 anni, viene da un piccolo villaggio rurale lungo la cordigliera delle Ande in Perù. Proprio come José Pedro Castillo, l’ex maestro elementare che ha sfidato la politica di professione Keiko Fujimori alle presidenziali, i suoi genitori sono campesinos, agricoltori. «Castillo è &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/tensione-post-elettorale-che-puo-spaccare-il-peru.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="8173" height="5449" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/06/elezioni-peru%CC%80-la-presse.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/06/elezioni-peru%CC%80-la-presse.jpeg 8173w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/06/elezioni-peru%CC%80-la-presse-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/06/elezioni-peru%CC%80-la-presse-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/06/elezioni-peru%CC%80-la-presse-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/06/elezioni-peru%CC%80-la-presse-1536x1024.jpeg 1536w" sizes="auto, (max-width: 8173px) 100vw, 8173px" /></p><p><span style="font-weight: 400;">«</span><i><span style="font-weight: 400;">Solo el pueblo salva el pueblo, por eso voté por Castillo»</span></i><span style="font-weight: 400;">. Vidal ha 38 anni, viene da un piccolo villaggio rurale lungo la cordigliera delle Ande in <strong>Perù</strong>. Proprio come </span><strong>José Pedro Castillo</strong><i><span style="font-weight: 400;">, </span></i><span style="font-weight: 400;">l’ex maestro elementare che ha sfidato la politica di professione <strong>Keiko Fujimori</strong> alle presidenziali, i suoi genitori sono </span><i><span style="font-weight: 400;">campesinos, </span></i><span style="font-weight: 400;">agricoltori. «Castillo è uno di noi, farà il nostro bene. Nell’anno del bicentenario dell’indipendenza peruviana finalmente il paese può tornare nelle mani del popolo» dice un attimo prima di chiudere la telefonata. La sua voce è coperta a tratti delle trombe da stadio, dai canti popolari, dalle grida dei sostenitori dell’ex insegnante e sindacalista che ogni sera si riuniscono in attesa di veder ufficializzato l’esito delle elezioni, sotto la sede della Tribunale nazionale elettorale (Jne) vicino Plaza San Martín</span><span style="font-weight: 400;">, </span><span style="font-weight: 400;">la piazza simbolo delle proteste antigovernative, a Lima, la capitale del Perù. È così dal 6 giugno, il giorno del voto. Stando ai risultati, Castillo, fondatore del partito di ispirazione <strong>marxista </strong></span><i><span style="font-weight: 400;">Peru Libre</span></i><span style="font-weight: 400;">, ha battuto per poco più di 44 mila voti <strong>Keiko Fujimori</strong>, la Señora K. Populista di destra, candidata di </span><i><span style="font-weight: 400;">Fuerza Popular,</span></i><span style="font-weight: 400;"> figlia del dittatore che ha guidato il paese dal ’90 al 2000: Alberto Fujimori, detto </span><i><span style="font-weight: 400;">el chino</span></i><span style="font-weight: 400;"> &#8211; nonostante le sue origini siano giapponesi &#8211; che è in carcere per corruzione, abuso di potere e violazione dei diritti umani e accusato anche di aver organizzato una campagna di sterilizzazione forzata di circa 300 mila donne, perlopiù indigene.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo i dati diffusi dall’Onpe, la <strong>commissione elettorale</strong> peruviana, Castillo ha ottenuto il 50,12% delle preferenze ma sono passati più di dieci giorni e la Giuria elettorale nazionale non ha ancora proclamato il vincitore. Keiko Fujimori ha contestato il voto e denunciato irregolarità nonostante gli osservatori internazionali abbiano decretato la correttezza del processo elettorale. Ha reclutato gli avvocati più importanti e costosi di Lima per annullare 200 mila schede, quasi tutte provenienti dalle regioni andine più povere che hanno votato in modo schiacciante per Castillo.  </span><span style="font-weight: 400;">Nessun nuovo presidente fino a quando non saranno risolti i contenziosi legali. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel paese che attende di capire quale sarà la direzione da seguire per i prossimi cinque anni cresce la polarizzazione politica e il malcontento della popolazione. Molti considerano illegittimi i tentativi della Señora K di invalidare il risultato delle elezioni, un attacco alla democrazia. Altri invece temono che l’ex maestro sia incapace di governare e che le sue politiche socialiste possano concretizzarsi in un atteggiamento ostile verso il libero mercato e in una regolamentazione più stringente per lo sfruttamento delle miniere. Tra le attività che hanno trainato l’economia del Perù degli ultimi anni, infatti, c’è proprio l’estrazione di materie prime dal sottosuolo, che ha tratto vantaggio dall’apertura verso gli investitori internazionali, favorita dalla Costituzione del 1993, promulgata durante il governo di <strong>Alberto Fujimori</strong>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In una terra ricca di risorse, le imprese estraggono rame, argento, oro, piombo, zinco, gas naturale e petrolio grazie ai contratti che stringono con lo Stato peruviano. Accordi che, almeno secondo chi vive vicino siti estrattivi, non tengono conto della tutela dei diritti delle persone e delle conseguenze ambientali e sociali dell’attività mineraria. Secondo la rivista specializzata <em>Energiminas</em> oggi ci sono 191 conflitti attivi, contenziosi tra forze dell’ordine e popolazione locale preoccupata per il deterioramento delle proprie condizioni di vita. Il 30% di questi è al sud, area in cui Castillo ha ottenuto molti consensi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In più, il Perù è segnato da anni di scandali politici e devastato dalla <strong>crisi</strong> pandemica. Agli inizi dello scorso novembre ci sono state proteste in piazza che hanno causato due morti tra i manifestanti e centinaia di feriti. In una sola settimana sono stati nominati tre presidenti e l’ultimo di questi, Francisco Sagasti, che ha guidato il governo di transizione fino alle elezioni, non è riuscito ad impedire che il crollo dell’economia causato dal Covid 19 aggravasse il divario sociale già marcato. Infatti, sebbene fino al 2020 il Perù fosse uno dei paesi con il più alto tasso di crescita dell’<strong>America Latina</strong>, la disparità tra ricchi e poveri è rimasta sempre molto alta, soprattutto nelle aree rurali. Secondo i dati del governo, nel 2018 il 20% più ricco della popolazione possedeva circa la metà del reddito complessivo del paese, anche se il trend era in decrescita. La pandemia ha peggiorato la situazione: il Pil è sceso dell’11% e secondo il <strong>Fondo Monetario Internazionale</strong> i poveri sono aumentati di due milioni. Ci sono stati più di 180 mila morti per Covid, soprattutto tra chi non ha potuto smettere di lavorare e a causa di un accesso limitato al sistema sanitario. Circa sette lavoratori su dieci operano nell’economia informale senza avere garanzie sociali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chi sarà nominato presidente si troverà a governare un paese in crisi e fortemente diviso. Keiko Fujimori e José Pedro Castillo rappresentano le due anime del Perù. Come si vede dal sito dell’Onpe Castillo ha vinto grazie ai voti ottenuti nelle zone rurali e più povere del paese mentre Fujimori soprattutto nelle aree benestanti del dipartimento di Lima, dove risiede quasi un terzo della popolazione totale. La Señora K, che qualora non fosse eletta rischierebbe fino a 30 anni di prigione perché implicata nello <strong>scandalo Odebrecht</strong>, uno dei casi di corruzione più grandi dell’America Latina, rappresenta le élite che vogliono mantenere il potere e che non accettano la vittoria di Castillo. L’ex insegnante in campagna elettorale ha promesso che si adopererà per eliminare le disuguaglianze e per realizzare una riforma agraria e una fiscale finalizzata ad aumentare le tasse alle imprese che operano nel settore minerario, così da redistribuire i guadagni nella sanità, istruzione e lavori pubblici. Vorrebbe convocare un Assemblea costituente per superare la Costituzione fujimorista. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se Castillo dovesse diventare presidente si troverebbe di fronte ad un parlamento frammentato in cui nessun partito avrebbe i numeri per governare da solo. Per Antonella Mori, Head del programma dedicato all’America Latina, dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, non ci sarà un’ondata di nazionalizzazioni che potrebbe far fuggire gli investitori esteri e ridurre le prospettive di crescita. Ma l’ascesa inaspettata di Castillo ha ridato fiducia a quegli elettori che fino ad ora si erano sentiti abbandonati e lontani dalla politica della Capitale e la paura di una marea rossa che dal Perù si estende anche altri paesi del Sud America &#8211; come Cile, Brasile e Colombia- spaventa i sostenitori di Fujimori.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I loro tentativi di non riconoscere la vittoria dell’ex maestro elementare nascondono il valore minore che le classi benestanti assegnano al voto rurale. C’è un esempio, verificato dal sito <em>sudaca.pe</em>, in cui un trentenne di Lima scrive in chat ai suoi amici «Pedro Castillo è un fottuto </span><i><span style="font-weight: 400;">cholo</span></i><span style="font-weight: 400;">. Non è istruito e manderà a puttane il paese, i suoi elettori sono degli alpaca che non sanno nemmeno per cosa stanno votando». La sfida per le presidenziali ha riportato all’attenzione la questione del razzismo interno e Michelle Bachelet, l&#8217;Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha condannato le espressioni di odio razziale. «Ripudio i discorsi d&#8217;odio e la discriminazione in tutte le sue forme, poiché sono inaccettabili in qualsiasi società democratica» ha dichiarato la scorsa settimana mentre invitava i peruviani ad accettare il risultato delle elezioni.</span></p>
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