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	<title>Andrea Beccaro Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Mon, 21 Sep 2026 04:40:49 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Andrea Beccaro Archives - InsideOver</title>
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		<title>Guerra ibrida? Altro che Russia, tutti a lezione dagli Houthi</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/guerra-ibrida-altro-che-russia-tutti-a-lezione-dagli-houthi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Beccaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 04:40:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1208" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="houthi" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen-300x189.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen-1024x644.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen-768x483.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen-1536x966.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen-600x378.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli Houthi non hanno impiegato nuove tecnologie, ma hanno sfruttato la moderna tecnologia a loro vantaggio.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/guerra-ibrida-altro-che-russia-tutti-a-lezione-dagli-houthi.html">Guerra ibrida? Altro che Russia, tutti a lezione dagli Houthi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1208" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="houthi" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen-300x189.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen-1024x644.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen-768x483.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen-1536x966.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/yemen-600x378.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In un precedente <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-guerra-ibrida-non-lha-inventata-la-russia-e-forse-nemmeno-esiste.html">articolo </a>si era messo in luce i limiti del concetto di guerra ibrida, una definizione che nell’uso mediatico europeo di questi ultimi anni è servita per descrivere azioni russe, ma che in realtà è confusa nei suoi contenuti e non indica nulla di realmente nuovo né di prettamente russo. Come si evidenziava in quell’articolo, il concetto di guerra ibrida, però, è stato usato in modo più efficace dalla letteratura accademica per descrivere un’altra situazione tattica/strategica che proprio in questi giorni è tornata di grande attualità, ovvero <strong>le recenti conquiste degli Houthi in Yemen con le relative conseguenze geopolitiche.</strong><br><br>Infatti, l’etichetta di guerra ibrida nacque proprio per indicare, tra altre cose, le aumentate capacità di gruppi irregolari e quindi non-statuali come gli Houthi. Il primo ad analizzare il problema attraverso questa lente interpretativa fu l’analista americano <a href="https://www.potomacinstitute.org/images/stories/publications/potomac_hybridwar_0108.pdf">Frank Hoffman</a> che in un saggio del 2006 studiava <strong>la guerra tra Israele ed Hezbollah in Libano </strong>e ne ricavava che l’efficacia operativa mostrata dal gruppo sciita derivava da alcune “nuove” capacità. In sostanza, si sottolineava come nel contesto del XXI secolo i gruppi irregolari possano sfruttare alcuni elementi, <strong>in particolare la moderna tecnologia</strong>, per aumentare le proprie capacità operative bilanciando in parte il divario con quelle degli eserciti regolari. Da qui l’aggettivo ibrido, non si tratta di un “semplice” attore non statuale mal armato e addestrato, bensì di un gruppo con armi, tattiche e addestramento più simili agli eserciti regolari. In tale contesto la guerra ibrida serve per designare in modo efficace le trasformazione e le “nuove” capacità di milizie e quindi a individuare una sorta di evoluzione del concetto di guerriglia aggiornandolo al XXI secolo.</p>



<p>Tale schema interpretativo ha funzionato nel sottolineare le capacità di Hezbollah, ma <strong>è poi stato impiegato con successo per descrivere le operazioni militari dello Stato Islamico in Iraq e Siria </strong>dove furono evidenti le ibridazioni tra un gruppo irregolare come ISIS in grado però di impiegare moderne armi e di innovare visto che fu proprio quel gruppo a impiegare per la prima volta in modo integrato con le operazioni sul campo droni commerciali. <strong>L’attacco del 7 ottobre 2023 di Hamas si inserisce perfettamente in questa griglia interpretativa</strong> con il gruppo palestinese capace di operare in modo sincronizzato in diversi domini militari e di impiegare armi moderne e relativamente avanzate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le strategie degli Houthi</h2>



<p><br>Gli Houthi yemeniti rientrano, pur con alcune differenze, in questa riflessione. Infatti, essi hanno recentemente conquistato la città strategica e portuale di Mokha e conquistato l’isola di Perim, ma tali azioni non sono il frutto del caso, bensì testimoniano capacità strategiche, operative, logistiche e tattiche. Infatti, tali conquiste sono arrivate al termine di alcuni mesi di preparazione che hanno permesso al gruppo, da un lato, di organizzare le proprie forze e la propria capacità di manovra, e dall’altro di sfruttare le debolezze del nemico: <strong>fin da agosto gli Houthi avevano ammassato forze e armi vicino a Mokha </strong>sia con l’obiettivo di preparasi all’azione sia con lo scopo di indebolire e minacciare le linee logistiche del nemico, ciò ha anche consentito di instillare in quest’ultimo, e nella popolazione locale che lo supportava, un certo sentimento di paura e di confusione che poi ha facilitato la successiva azione militare. Quest’ultima poi è stata rapida in perfetto stile guerrigliero ha sfruttato l’elemento sorpresa per disarticolare il nemico e non affrontarlo frontalmente dove la superiorità negli armamenti avrebbe certamente giocato a loro sfavore.</p>



<p>Da questa breve descrizione emergono due riflessioni più generali. Primo, <strong>gli Houthi sono un gruppo non statuale, ma ideologicamente sono compatti e hanno una singola catena di comando</strong>, al contrario del governo yemenita riconosciuto internazionalmente che gode di un supporto importante esterno (Arabia Saudita e Stati Uniti), ma tali attori hanno agende politiche e obiettivi divergenti. Ciò porta diverse problematiche non solo in termini di organizzazione delle azioni da compiere sul campo, ma anche in termini di velocità e coerenza della risposta. Nulla di nuovo nella storia militare, ma aspetti cruciali da considerare per un’analisi approfondita. </p>



<p>Ne consegue, inoltre, che <strong>gli Houthi non hanno impiegato nuove tecnologie, ma hanno sfruttato la moderna tecnologia a loro vantaggio</strong>, si pensi all’impiego dei droni o dei missili per colpire sia il naviglio nello Stretto di Bab-el-Mandeb sia obiettivi sauditi. In questo senso si conferma ormai una realtà delle guerre moderne, ovvero l’ampliamento del campo di battaglia, un qualcosa che fino a pochi anni fa era una possibilità quasi esclusiva di attori statuali dotati di armamento avanzato, ma che oggi, invece, è possibile per molti attori non-statuali, ecco l’elemento ibrido che emerge. Le accresciute capacità militari di questi gruppi sono ormai evidenti e riconosciute, tuttavia il recente <a href="https://www.bbc.com/news/articles/c8vgy3p6k3y9o">abbattimento </a>di un F15 saudita che operava in Yemen non solo è un’ulteriore conferma, ma è anche un campanello di allarme per azioni future più dei droni che colpiscono installazioni militari saudite che sono ormai una costante da anni.</p>



<p>La seconda riflessione è relativa al quadro politico perché gli Houthi fanno parte del cosiddetto Asse della resistenza costruito dall’Iran nel corso degli anni e che include Hezbollah in Libano e le milizie sciite in Iraq. Con questa rete di alleanze Teheran è stata in grado di <strong>alzare sensibilmente il costo delle operazioni contro l’Iran </strong>bilanciando la propria inferiorità militare nei confronti di USA e Israele sia perché amplia enormemente il teatro operativo sia perché grazie a questi gruppi riesce a controllare punti strategici per l’economia mondiale mettendo in seria difficoltà i propri nemici.</p>
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		<item>
		<title>La guerra ibrida? Non l&#8217;ha inventata la Russia e forse nemmeno esiste</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-guerra-ibrida-non-lha-inventata-la-russia-e-forse-nemmeno-esiste.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Beccaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 04:59:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Esercito russo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/guerra-ibrida.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="guerra ibrida" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/guerra-ibrida.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/guerra-ibrida-300x160.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/guerra-ibrida-1024x546.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/guerra-ibrida-768x410.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/guerra-ibrida-1536x819.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/guerra-ibrida-600x320.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel dibattito europeo  il termine guerra ibrida viene impiegato come contenitore di qualunque azione che non fosse l’azione militare diretta. </p>
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<p>Dopo i fatti di Lipsia si è tornati prepotentemente a parlare di <strong>guerra ibrida.</strong> Ma che cosa si intende di preciso con questo termine? In realtà non esiste una definizione condivisa di guerra ibrida. È un termine coniato intorno al 2006 per descrive le azioni militari particolarmente efficaci di Hezbollah (quindi un attore non-statuale) nella guerra contro Israele, <strong>ma dopo l’invasione della Crimea nel 2014 l’UE e la NATO lo hanno massicciamente impiegato per descrivere le azioni russe.</strong> Qui emerge già un chiaro problema di sostanza. Come può una definizione descrivere prima le azioni militari, il <em>warfare </em>si direbbe in inglese, di un gruppo non statuale che, malgrado potesse essere considerato molto avanzato e preparato, rimaneva un attore con limiti economici e organizzativi evidenti, e allo stesso tempo azioni non militari non solo di un attore statuale, ma anche di <strong>un Paese che possiede l’arsenale nucleare più grande al mondo,</strong> oltre che enormi risorse naturali, ricopre cruciali posizioni diplomatiche (come per esempio il ruolo di potenza all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU),  come la Russia? </p>



<p>La risposta è scontata: non può. Infatti, nel dibattito europeo (l’aggettivo europeo è importante perché il dibattito strategico americano, per esempio, è stato meno interessato a questo aspetto) post-2014, il termine guerra ibrida viene impiegato come contenitore di qualunque azione che non fosse l’azione militare diretta, finendo così per includere qualunque cosa e perdendo qualsiasi utilità se non quella narrativa. Essendo un contenitore per svariate situazioni il termine guerra ibrida ha finito per includere: <strong>azioni di propaganda</strong> più o meno organizzate in una reale strategia; <strong>azioni economiche</strong> di contrasto al nemico o di supporto a fazioni amiche; <strong>interferenza interna</strong>; <strong>operazioni nella dimensione cyber</strong>; impiego di milizie locali; impiego di forze speciali. L&#8217;elenco potrebbe continuare ma per ragioni di spazio ci fermiamo qui. </p>



<p>Così però emergono due problematiche fondamentali che minano alla base l’idea di guerra ibrida. Primo, tali azioni pur essendo molto variegate tra loro non sono una novità nello scenario della politica internazionale né sono appannaggio della sola Russia. Per fare un esempio <strong>gli Stati Uniti fondarono durante la Guerra fredda Radio Free Europe proprio per diffondere oltre la Cortina di ferro la loro propaganda </strong>e di certo negli ultimi anni non si sono astenuti dal suo uso. Le sanzioni economiche sono da sempre strumento prediletto di Washington. Nel 2011 Cia e Mossad impiegarono strumenti di cyberwarfare per distruggere le centrifughe del programma nucleare iraniano grazie al worm informatico Stuxnet. Il supporto a milizie locali in contrapposizione al governo e l’invio di forze speciali è un marchio di fabbrica dell’impiego militare americano negli ultimi decenni, <strong>si pensi alle prime fasi dell’operazione <em>Enduring Freedom </em>in Afghanistan </strong>(da qui il termine sviluppato proprio in America di <em>Afghan Model)</em> o al supporto ai curdi in Medio Oriente. Di conseguenza, non solo la definizione di guerra ibrida fa passare per novità elementi che non lo sono offrendo una falsa idea di sorpresa, ma anche <strong>appiattisce sull’attualità aspetti e problematiche che sono invece vecchie quanto la guerra stessa. </strong>La propaganda ha una storia millenaria e non è certo una novità odierna, tanto meno russa, anche se oggi con internet, social media e AI ha indubbiamente conosciuto un impatto e un ruolo maggiore rispetto al passato. Ma ciò vale per tutti gli attori del sistema internazionale, non solo per Mosca.</p>



<h2 class="wp-block-heading">A Mosca non sanno cosa sia</h2>



<p>E qui risiede l’altro problema, ovvero: <strong>in Europa si è affermata l’idea che la guerra ibrida sia russa, ma la realtà è un po’ diversa. </strong>Nella dottrina russa il termine non esiste, è un qualcosa coniato in Europa e poi applicato ad azioni russe. Come ho scritto altrove, la dottrina russa e il modo di combattere russo sono ben più complessi e articolati rispetto a quello che la semplice definizione di guerra ibrida vorrebbe sottolineare, e soprattutto si concentra sul campo di battaglia come si è visto  in Siria e Ucraina pur con risultati non ottimali. Secondariamente, <strong>tutti gli Stati pongono una forte attenzione sulle informazioni e sulle narrative (che per la vulgata sono i tratti distintivi della guerra ibrida).</strong> Nei documenti ufficiali NATO, per esempio, si dice espressamente che la comunicazione strategica mira: “a influenzare gli atteggiamenti e i comportamenti del pubblico per conseguire lo stato finale desiderato, adottando un approccio basato sulla narrazione a tutti i livelli”.</p>



<p>Infine, un problema più sottile ma estremamente pericoloso che si nasconde dietro il termine guerra ibrida è che <strong>confonde due aspetti diversi: quello della diplomazia e quello della guerra. </strong>È scontato dire che i due sono strettamente connessi e non serve citare Clausewitz per riconoscere che la politica internazionale, e quindi la diplomazia, possa in taluni contesti impiegare lo strumento della guerra per raggiungere i propri obiettivi. Tuttavia dire che le azioni di propaganda, che nessuno vuole negare, siano una forma di guerra implica due conseguenze molto pericolose. Primo, <strong>conduce a un’immediata escalation dall’ambito diplomatico-politico</strong>, dove da sempre si sono impiegati questi strumenti insieme a quelli economici e simili, a quello bellico dove le armi iniziano a sparare e il controllo politico si fa più difficile. Secondo, <strong>introduce una narrativa bellica all’interno del discorso politico </strong>molto rischiosa perché offre, soprattutto al pubblico meno esperto di queste tematiche, una visione delle dinamiche di politica internazionale estremamente semplificata, che non solo non corrisponde al vero, ma è anche dal punto di vista teorico e analitico alquanto debole e dunque incapace di leggere nel modo corretto gli eventi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-guerra-ibrida-non-lha-inventata-la-russia-e-forse-nemmeno-esiste.html">La guerra ibrida? Non l&#8217;ha inventata la Russia e forse nemmeno esiste</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;information warfare negli scenari bellici del XXI secolo: il libro di Corrado Stefanachi</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/linformation-warfare-negli-scenari-bellici-del-xxi-secolo-il-libro-di-corrado-stefanachi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Beccaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 04:26:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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<p>il ruolo egemone nei decenni dopo il crollo del Muro di Berlino ha consentito a Washington di sviluppare ulteriormente il concetto. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/linformation-warfare-negli-scenari-bellici-del-xxi-secolo-il-libro-di-corrado-stefanachi.html">L&#8217;information warfare negli scenari bellici del XXI secolo: il libro di Corrado Stefanachi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Le informazioni sono sempre state uno degli elementi centrali di qualunque guerra in ogni epoca storica. Già <strong>Sun Tzu</strong>, uno dei più antichi pensatori strategici vissuto nella Cina del V secolo a.C. circa, ne sottolineava l’importanza sia insistendo sulla necessità di conoscere il nemico sia dedicando al tema dell’intelligence l’ultimo capitolo della sua opera <em>L’Arte della guerra</em>. Tuttavia negli ultimi decenni, e soprattutto a seguito della rivoluzione informatica e dell’Operazione <em>Desert Storm</em> nel 1991, il tema delle informazioni declinato in vari modi è diventato uno degli argomenti dominanti del dibattito strategico occidentale e non solo.<br>Il professore <strong>Corrado Stefanachi</strong>, che insegna Studi Strategici presso l’Università degli Studi di Milano, ha recentemente pubblicato un libro, <em>Guerra e informazione nell’era digitale</em>, che ricostruisce questo dibattito in modo dettagliato e puntiglioso offrendo al lettore utili spunti di riflessione da un punto di vista sia storico militare per valutare l’evoluzione del pensiero strategico e le capacità operative, sia di analisi della politica internazionale odierna, offrendo uno studio approfondito su come le grandi potenze impiegano le informazioni negli scenari odierni.</p>



<p>I primi tre capitoli prendono in esame il tema dell’<em>information warfare</em> focalizzandosi soprattutto sul pensiero strategico americano che, partendo dall’esperienza maturata con <em>Desert Storm</em> (prima operazione che vide impiegati i moderni sistemi informatici e per questo ritenuta uno spartiacque), sviluppa varie idee. Tre macro approcci si sviluppano all’interno di quella riflessione che l’autore ricostruisce. La guerra a impronta leggera è l’idea secondo cui attraverso la combinazione tra un dominio delle informazioni sul campo di battaglia e la capacità di colpire con precisione l’obiettivo, non serva più avere grandi eserciti ma si possa vincere rapidamente e facilmente con bassi costi le guerre del futuro. <strong>Come si può facilmente intuire è un’idea che in Occidente è stata ampiamente diffusa pur mostrando costantemente i suoi limiti e l’eccessiva semplificazione</strong>. È ancora la base delle operazioni condotte contro l’Iran o dell’eccessiva fiducia riposta nelle armi inviate in Ucraina. Il secondo macro tema è quello del <em>strategic information warfare</em> ovvero l’idea che si possa attaccare e disarticolare il potere politico, militare ed economico del nemico attraverso la guerra dell’informazione. Si allacciano a questa riflessione molti degli aspetti legati alle operazioni nel cyber spazio.</p>



<p>Il terzo macro tema è la <strong>riscoperta del concetto di <em>political warfare </em>che qui ci interessa maggiormente</strong>. Il <em>political warfare</em> è un concetto nato a inizio Guerra Fredda negli Stati Uniti per indicare una serie di azioni di supporto a fazioni amiche in contrapposizione a quelle nemiche sia all’interno del proprio blocco, quindi per rafforzarlo, sia nel blocco avversario per indebolirlo dall’interno. In quegli anni <strong>la nascita di Radio Free Europe fu forse l’aspetto più visibile di questo approccio,</strong> poiché significò la creazione di una radio che faceva da megafono nei vari Paesi del blocco sovietico alla propaganda americana/occidentale. Tuttavia ci furono moltissimi altri progetti: sovvenzione di gruppi politici (Solidarnosc in Polonia per esempio), istituzione di borse di studio o finanziamenti per artisti e studiosi, contributi per vari organi di informazione. </p>



<p>Tale approccio non è finito con la Guerra Fredda, infatti come ricostruisce molto bene il professor Stefanachi proprio il ruolo egemone degli Stati Uniti nei decenni seguiti al crollo del Muro di Berlino ha consentito a Washington di sviluppare ulteriormente il concetto di <em>political warfare </em>e le opportunità legate ai nuovi strumenti digitali. Come viene ricostruito dettagliatamente nel capitolo quattro un primo esempio del rinnovato impiego americano di questi strumenti si ebbe nella Repubblica Federale di Jugoslavia al termine dei bombardamenti NATO sul Kosovo. Quell’azione militare, infatti, non era riuscita a rovesciare <strong>Slobodan Milosevic</strong>, di conseguenza gli Stati Uniti presero contatto con la resistenza locale e, attraverso seminari ad hoc tenuti tra marzo e aprile 2000 a Budapest, gli attivisti serbi di Otpor furono istruiti su varie tecniche di resistenza che sono state poi impiegate per rovesciare il governo. Tale approccio segna l’inizio di una modalità operativa che si ripeterà in modi similari e con una significativa sovrapposizione di personaggi in altri contesti e che prevede un ventaglio di enti governativi finanziati da Washington, anche se mascherati da enti indipendenti, per lo più legati in modo più o meno diretto al <em>National Endowment for Democracy</em> e che supporta organizzazioni di opposizione interne nei vari Paesi finanziariamente, offrendo addestramento specifico e supporto mediatico.</p>



<p>Nel 2000 i <strong>veterani di Otpor furono presenti a Minsk in Bielorussia</strong> per le locali elezioni, ma qui ebbero meno successo. Lo schema si ripeté nei mesi e anni successivi in Georgia e in Ucraina nelle elezioni del 2004 e poi negli anni a venire creando il contesto da cui poi emergerà l’attuale frattura e in cui in parte si ritrovano le radici del conflitto. Le grandi manifestazioni in Ucraina furono il simbolo più evidente di questa influenza sia perché fu organizzata da ONG legate ai finanziamenti americani, sia perché la logistica necessaria per portare in piazza una massa di persone, offrire loro servizi e cibo non può essere in alcun modo improvvisata.</p>



<p>I capitoli 5 e 6 si focalizzano poi su come Russia e Cina affrontano il tema delle informazioni, con la Russia sicuramente più indietro su diversi aspetti come l’intelligenza artificiale e la Cina, invece, decisamente avanzata e in prima fila anche dal punto di vista tecnologico.</p>



<p>Il libro è un’importante riflessione per due motivi. <strong>Da un lato permette, anche a un pubblico di non addetti ai lavori, di approfondire il dibattito strategico intorno al tema delle informazioni in guerra sotto vari aspetti</strong>. Dall’altro offre un utile antidoto a una certa propaganda, o superficialità nel leggere le fonti e le situazioni, che domina da noi da diverso tempo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/linformation-warfare-negli-scenari-bellici-del-xxi-secolo-il-libro-di-corrado-stefanachi.html">L&#8217;information warfare negli scenari bellici del XXI secolo: il libro di Corrado Stefanachi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La chimica come arma: gas e altre sostanze nelle guerre del nostro tempo</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-chimica-come-arma-gas-e-altre-sostanze-nelle-guerre-del-nostro-tempo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Beccaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 05:31:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[chimica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/armi-chimiche.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="armi chimiche" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/armi-chimiche.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/armi-chimiche-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/armi-chimiche-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/armi-chimiche-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/armi-chimiche-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/armi-chimiche-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le armi chimiche, sebbene impiegate fin dalla Prima guerra mondiale, rischiano di essere le armi del futuro. Ecco perché.  </p>
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<p>Un aspetto dei conflitti degli ultimi anni che viene spesso ignorato, o comunque non particolarmente messo in evidenza, riguarda <strong>l’impiego di sostanze chimiche di vario genere. </strong>Ciò non deve sorprendere perché, benché queste ultime siano comparse con una certa costanza in confitti recenti e anche vicini a noi, in realtà il loro impiego è comunque limitato se paragonato a quello di altre armi. Tuttavia è un aspetto che deve essere affrontato.</p>



<p><strong>L’impiego di armi chimiche di varia natura è un tratto distintivo delle guerre moderne</strong> a partire dalla Prima guerra mondiale, poi sono state impiegate dagli italiani e da altre potenze europee nelle colonie, dagli americani in Vietnam con l’Agente arancione, ovvero un defogliante, dall’Iraq di Saddam Hussein contro i curdi negli anni Ottanta, dal regime di Assad durante la guerra civile in Siria e poi ancora, specialmente le bombe al cloro, dall&#8217;ISIS. Negli ultimi anni si ha la certezza dell’impiego da parte di Israele di defoglianti ed erbicidi in Siria e Libano per tenere sgombro il terreno di fronte alle posizioni occupate. Ovviamente tali sostanze hanno poi ripercussioni da valutare su terreni che le popolazioni locali utilizzavano, almeno in alcune circostanze, per la locale produzione agricola.</p>



<p>L’impiego di tale tipologia di arma è anche stato registrato, e non solo ora, anche in Ucraina dove, probabilmente, stiamo assistendo a un interessante sviluppo. <strong>Sia la Russia sia l’Ucraina hanno sperimentato in modi, tempi e quantità diverse queste sostanze,</strong> per esempio Kiev pubblicizzò un paio di anni fa il &#8220;drone drago&#8221; ovvero un FPV equipaggiato con una miscela di termite spruzzata come metallo fuso ad altissime temperature per incendiare filari di alberi, vegetazione e fortificazioni nemiche ed esporre così il nemico. Chi scrive dubita della reale efficacia di tale strumento, ma è una testimonianza dell’impiego di queste armi. Comunque è un altro uso che risulta molto più interessante e foriero di impieghi futuri, infatti <strong>ci sono ormai vari riscontri dell’impiego di droni che utilizzano munizionamento basato su gas non letali </strong>come, per esempio, varie tipologie di gas lacrimogeni o simili. La tattica più utilizzata è quella di impiegare delle bombe a mano appositamente costruite per forze di polizia e di sicurezza agganciandole sotto un drone commerciale con un dispositivo di sgancio che quando viene aperto sgancia la spoletta, attiva l’ordigno che quindi diffonde la sostanza in prossimità del nemico che si intende colpire.</p>



<p> La granata maggiormente impiegata, ma non l’unica, è la K-51 di produzione ancora sovietica che presumibilmente contiene l’agente irritante denominato clorobenziliden malononitrile. Quando viene attivata, la granata rilascia l’agente riempiendo in pochi secondi un’ampia stanza rendendo le persone al suo interno inabili se sono prive di dispositivi di protezione. Oltre a queste <strong>sono state impiegate anche versioni più moderne, più artigianali</strong> (sono stati documentati casi di munizioni chimiche improvvisate, in cui, ad esempio, uno spray per autodifesa è stato fissato con del nastro adesivo a una granata esplosiva modificata, oppure munizioni improvvisate contenenti ammoniaca o altri agenti irritanti sono state modificate per essere sganciate da un drone) o con altri scopi (come per esempio le flash-bang).</p>



<p>L’impiego di tali armi è particolarmente interessante perché prevede che il drone voli sulla trincea nemica o all’interno dell’edificio occupato dal nemico e sganci l’ordigno. A quel punto se le truppe presenti non hanno protezioni adeguate saranno costrette a uscire diventando facile bersaglio per gli attaccanti che possono poi occupare la posizione. Tali munizioni non sono quindi pensate per uccidere gli occupanti di una determinata posizione, bensì per costringerli semplicemente a uscire allo scoperto e abbandonare la stessa oppure renderli incapaci di reagire all’attacco.</p>



<p>A fronte di questa situazione serve svolgere qualche riflessione aggiuntiva. La prima riflessione è che, sebbene ci siano riscontri da entrambe le parti del fronte dell’impiego di tale munizionamento, <strong>in realtà è la Russia ad avere dimostrato una maggiore continuità di impiego. Secondo il Ministero della Difesa Ucraino, fonte certamente non super partes, i russi avrebbero impiegato questa tipologia di arma chimica circa 13.300 volte durante il conflitto</strong>. Inoltre, il fatto che vengano utilizzate, come detto in precedenza, granate risalenti alla Guerra fredda ma anche di produzione moderna, sottolinea che Mosca ritiene questo strumento utile e impiegabile sui campi di battaglia moderni. Questi due aspetti non devono sorprendere particolarmente per due ragioni. Primo, come si è messo in luce, queste granate servono per liberare una postazione dai difensori, di conseguenza è l’attaccante, ovvero i russi, che necessitano maggiormente di utilizzare tale arma che è efficace senza essere mortale (si tratta solo di forme diverse di gas lacrimogeni) e senza arrecare danni agli edifici. Secondo, le guerre di oggi e molto probabilmente del prossimo futuro saranno principalmente combattute in ambito urbano, che è esattamente la situazione tattica più favorevole all’impiego di gas di qualunque derivazione. Infatti, fin dalla Prima guerra mondiale, <strong>il problema principale nell’impiego di tali armi erano le condizioni meteorologiche </strong>(vento, umidità e simili) che impattavano in modo significativo sulla loro efficacia: basta che il vento cambi direzione e chi usa il gas si trova investito dalla sua stessa sostanza. In ambienti chiusi come appunto gli edifici di una città, invece, il gas rimane più concentrato e non si disperde mantenendo la sua efficacia.</p>



<p>Una seconda riflessione riguarda gli utilizzi futuri. Perché se, come appena detto, con l’urbanizzazione dei conflitti queste armi potrebbero essere maggiormente impiegate, non va nemmeno dimenticato che milizie come ISIS e gruppi terroristici hanno già impiegato rudimentali armi chimiche, principalmente cloro, e con un più facile accesso a queste tecnologie tali scenari sono sicuramente da prendere in considerazione.</p>
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		<title>Israele oggi: tre anni di guerra, sette fronti aperti e un&#8217;ambizione egemonica che si rivolta contro se stessa</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/israele-oggi-tre-anni-di-guerra-sette-fronti-aperti-e-unambizione-egemonica-che-si-rivolta-contro-se-stessa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Beccaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 09:23:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israele" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La superiorità militare e le ambizioni egemoniche si fanno sentire sulla regione ma provocano anche la reazione degli altri Paesi. </p>
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<p>Il 7 ottobre 2023 ha aperto una nuova era per ciò che riguarda gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. L’attacco di Hamas ha avuto come conseguenza quella di liberare Israele dalle briglie della comunità internazionale, permettendogli di agire liberamente, o quasi, in varie direzioni. Parallelamente altri attori regionali come <strong>Turchia, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e ovviamente Iran </strong>si sono riposizionati per affrontare lo scenario emergente. Al contempo il ruolo di garante della sicurezza regionale degli Stati Uniti è stato decisamente indebolito. Come tutti questi elementi evolveranno in futuro e quindi come andranno a impattare la stabilità della regione è al momento impossibile indicarlo, tuttavia è doveroso prendere atto di queste dinamiche e analizzare più nello specifico il ruolo di Tel Aviv.</p>



<p>Dal citato attacco di Hamas ,Israele è chiaramente emerso come la potenza espansionista nella regione, la potenza militare più avanzata (sebbene con limiti evidenti) e un possibile egemone regionale. Se idealmente questi aspetti potrebbero apparire positivi soprattutto per le frange filo israeliane, in realtà sono elementi estremamente pericolosi e forieri di una possibile forte instabilità futura. Fino al 7 ottobre Israele, pur con variazioni e cambiamenti, basava la propria sicurezza su almeno tre presupposti principali: <strong>guerre brevi; guerre condotte sul territorio nemico; principio della deterrenza.</strong> È chiaro che nell’attuale situazione tutti questi tre elementi sono venuti meno.</p>



<p>La deterrenza non ha evidentemente funzionato per l’attacco di Hamas, per Hezbollah e per l’Iran che in modi e tempi diversi hanno sempre colpito il territorio israeliano (e gli ultimi due possono continuare a farlo). Questo aspetto inoltre indebolisce anche il secondo punto, perché la guerra fin dall’inizio si è sempre combattuta anche sul territorio nazionale di Tel Aviv, seppur con modalità e criticità diverse rispetto agli altri teatri. Infine, le operazioni militari che Israele sta conducendo dall’autunno 2023 hanno ormai raggiunto un’estensione territoriale e temporale del tutto nuova. Dal punto di vista temporale siamo di fronte a un conflitto che, seppur con varie forme, intensità e fronti coinvolti, perdura da quasi tre anni, una situazione mai vista nella breve storia di Israele e che ha e avrà ripercussioni profonde sulla sua società, per via dei feriti (l’incidenza dei suicidi tra gli ex militari è particolarmente allarmante), dei morti e del coinvolgimento dei riservisti, e sulla sua economia. Dal punto di vista territoriale siamo, invece, al cospetto di una guerra regionale molto ampia, articolata e di cui non si vede una conclusione. <strong>Al momento Israele, infatti, ha ben sette fronti aperti: Gaza, l’invasione del Libano, raid in Yemen, Iran e a Beirut; operazioni nella West Bank; invasione della Siria. </strong></p>



<p>Qui serve fare però fare almeno tre riflessioni più accurate. Primo, <strong>Hamas benché non del tutto smantellato è un gruppo che al momento è solo il fantasma di sé stesso.</strong> I suoi vertici sono stati tutti eliminati così come molti dei nuovi capi, visto che a maggio le forze israeliane hanno assassinato <strong>Izz al-Din al-Haddad,</strong> il capo dell’ala militare di Hamas e pochi giorni dopo il suo successore, <strong>Mohammed Odeh,</strong> entrambi insieme alle famiglie. Questo indica due elementi: da un lato Israele colpisce la miliazia impedendo la creazione di una struttura in grado di riorganizzarsi; dall’altro è venuto meno il cordone di sicurezza intorno ai leader, che possono essere colpiti praticamente a casa loro.  Sicuramente esiste ancora la struttura sotterranea dei tunnel ma è stata pesantemente degradata e il gruppo ha perso le capacità di costruire i razzi per colpire Israele. Infine <strong>anche il supporto esterno iraniano è venuto meno per Hamas </strong>che quindi si trova assediato nella Striscia e isolato dal punto di vista internazionale. Israele però ha tutto da guadagnarci nel mantenere viva una narrativa su Hamas (che comunque è ancora presente, dispone ancora di armi leggere ed è la milizia più temibile nella Striscia, sebbene non sia l’unica) in modo da <strong>giustificare la creazione di 40 avamposti militari nella Striscia</strong> che indicano la chiara volontà di non ritirarsi dai territori occupati negli ultimi anni.</p>



<p>La seconda riflessione da fare, su cui si parla molto poco, <strong>riguarda la Siria.</strong> Con la caduta del regime di Assad, Israele ha invaso il territorio siriano dove ha costruito basi militari, utilizza agenti chimici per deforestare le zone antistanti e quindi impedire che la vegetazione copra eventuali nemici in avvicinamento e conduce raid nei villaggi vicini. Per esempio il 27 giugno le forze israeliane hanno ucciso due siriani durante un attacco preventivo. La questione siriana è particolarmente rilevante per due ragioni. Primo, il nuovo presidente <strong>Ahmed al-Sharaa</strong> è un uomo molto vicino alla Turchia che non solo ha importanti interessi geopolitici nel Paese ma mira anche a stabilire basi militari. La presenza di Israele con le sue capacità militari, che sono nettamente superiori a quelle degradate siriane, pone i due Paesi in rotta di collisione. Secondo,  l’espansionismo israeliano e le capacità militari mostrate in questi anni hanno sicuramente messo in allarme varie capitali regionali (Riad, Ankara e Il Cairo su tutte), il che compromette proprio il ruolo egemonico che Tel Aviv sembra stia cercando di conquistarsi e difendere. Inoltre non va dimenticato che la creazione della base segreta in Iraq piuttosto che l’invio di Forze Speciali in Azerbaigian sono altri segnali di una rete militare e di <strong>una indifferenza verso le basilari regole internazionali </strong>che non possono far altro che aumentare l’allarme nei Paesi limitrofi.</p>
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		<title>Usa e Iran firmano il Memorandum ma il Medio Oriente non si fida più di Washington</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/usa-e-iran-firmano-il-memorandum-ma-il-medio-oriente-non-si-fida-piu-di-washington.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Beccaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 04:38:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1008" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="medio oriente" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-300x158.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-1024x538.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-768x403.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-1536x806.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-600x315.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il Memorandum certifica una sorta di sconfitta americana, ma al contempo apre scenari di instabilità nella regione. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1008" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="medio oriente" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-300x158.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-1024x538.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-768x403.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-1536x806.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-600x315.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dopo varie settimane di proclami puntualmente smentiti e dopo mesi di conflitto più o meno aperto, Washington e Teheran hanno finalmente firmato un accordo in 14 punti su cui però è giusto fare approfondite riflessioni. Primo, si tratta di un accordo preliminare propedeutico per aprire una fase negoziale più approfondita di 60 giorni, ma lo stesso presidente Trump ha detto che quel limite temporale non è categorico. Secondo, malgrado la sua natura transitoria e precaria <strong>è un trattato che certifica chiaramente la debolezza della posizione americana. </strong>Sia perché l’Iran in sostanza non cede praticamente nulla (promette di non ottenere l’arma nucleare, ma anche prima dichiarava di non essere interessato, per cui non sembra essere una grande concessione) e dal canto loro gli Stati Uniti non raggiungono nessun obiettivo ventilato all’inizio della campagna (non il crollo del regime, non la distruzione dell’arsenale missilistico, non lo smantellamento dei proxy); sia perché Washington ha dimostrato di non essere più in grado di garantire sicurezza ai suoi alleati locali, aprendo così la strada a un rimescolamento degli equilibri regionali di cui solo in futuro potremo vedere più chiaramente le conseguenze.</p>



<p>Su queste pagine avevamo già previsto un tale scenario di debolezza americano quando era emerso con chiarezza che la guerra non poteva essere risolta rapidamente. Infatti, in questo articolo si era messo in luce come senza l’impiego di forze a terra a Washington restassero solo due opzioni: escalare il conflitto, cosa impossibile visti i costi dell’operazione e la difficoltà di dislocare gli asset militari necessari; o ridurre significativamente i propri obiettivi per avvicinarsi alla richieste dell’avversario su cui chiaramente l’azione militare non aveva svolto la giusta forma di coercizione. Il trattato firmato in questi giorni va esattamente in quest’ultima direzione: <strong>certifica un ridimensionamento significativo delle richieste americane a fronte di un accettazione di quelle iraniane. </strong></p>



<p>Se questo aspetto era già evidente da tempo e frutto di una pianificazione quanto meno lacunosa, il risultato dell’indebolimento di Washington è però significativo e avrà ripercussioni sul lungo periodo che potrebbero andare ben al di là della regione del Golfo o del Medio Oriente. Infatti, il problema per gli Stati della regione non è tanto il come la guerra si è conclusa (per ora?), quanto piuttosto <strong>la posizione americana, che è stata  erratica e imprevedibile. </strong>Ciò, da  un lato, spinge gli attori locali a non fidarsi troppo degli Stati Uniti e dall’altro a cercare nuove partnership di sicurezza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La frattura</h2>



<p>Durante la Guerra Fredda la regione, pur con alterne vicende interne e cambi in alcuni Paesi, era divisa tra le due Superpotenze che avevano i propri alleati, ma a seguito del crollo dell’Unione Sovietica e dell’operazione <em>Desert Storm </em>gli Stati Uniti emersero come l’unico garante dell’ordine regionale in cui i Paesi del Golfo dipendevano da Washington per la loro sicurezza. In tale contesto, le sanzioni e la deterrenza militare hanno contenuto l’aggressione iraniana e si è avviato un lento e assolutamente limitato e parziale percorso verso la normalizzazione arabo-israeliana con gli Accordi di Abramo durante la prima amministrazione Trump.</p>



<p>In tale contesto possiamo individuare una frattura interna alla regione che potrebbe delineare i limiti americani nella gestione e aprire i nuovi scenari futuri. Da un lato, <strong>possiamo indicare la “coalizione abramitica”, guidata da Israele e dagli Emirati Arabi Uniti, che è strettamente allineata con gli Stati Uniti</strong> (ma i cui membri non è scontato che condividano gli stessi interessi americani) e talvolta include Grecia (soprattutto in funzione anti-turca) e India su questioni militari, economiche ed energetiche. Le radici di questo blocco risalgono al 2020, quando Israele ha normalizzato le relazioni con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco con i cosiddetti Accordi di Abramo.</p>



<p><strong>Dall’altra parte c&#8217;è una coalizione islamica, guidata da potenze sunnite come l’Arabia Saudita, la Turchia, il Pakistan e, sempre più spesso, l’Egitto. </strong>Queste potenze regionali di medio livello fanno ancora affidamento su Washington per la loro sicurezza, ma si sono avvicinate tra loro in risposta alle minacce percepite non solo dall’Iran, ma anche da Israele, che proiettava la sua influenza oltre i confini di Gaza e della Cisgiordania, in Siria, Libano e nel Corno d’Africa.</p>



<p>La guerra non ha fatto altro che ampliare il divario già esistente tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, le due maggiori economie del Golfo, che malgrado agende politiche similari (consolidamento del potere interno e ambiziosi progetti di trasformazione nazionale) a livello di politica estera <strong>si sono con il tempo posizionati su fronti opposti nei conflitti in Sudan e Yemen. </strong>In tale contesto l’attacco israeliano in Qatar nel 2025 ha rappresentato una sorta di punto di rottura. Per Riad quella fu la dimostrazione che Israele era un attore tanto imprevedibile e pericoloso quanto l’Iran e poco dopo ha siglato un trattato di aiuto reciproco con il Pakistan e ha avuto contatti con Turchia ed Egitto. Abu Dabhi, invece, si è maggiormente avvicinata a Tel Aviv che durante il conflitto con l’Iran ha anche offerto asset di difesa aerea. Queste due “coalizioni” sono tutt’altro che rigide ma hanno visioni opposte del conflitto. Mentre l’Arabia Saudita mira a bilanciare l’influenza iraniana e magari arrivare a un accordo, quella legata agli accordi di Abramo vede l’Iran come una minaccia esistenziale da eliminare.</p>



<p>Il trattato firmato in questi giorni quindi certifica una sorta di sconfitta americana, ma al contempo <strong>apre scenari di instabilità</strong> perché Israele continuerà i suoi conflitti e con la sua continua politica di espansione non potrà che essere guardato con sempre più sospetto da varie potenze sunnite. Tale situazione inoltre riduce di molto la capacità americana di garantire sicurezza perché Washington si trova a dover agire con alleati locali molto variegati, in contrapposizione fra loro e che in generale non guardano più agli Stati Uniti come un alleato credibile ed efficace.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/usa-e-iran-firmano-il-memorandum-ma-il-medio-oriente-non-si-fida-piu-di-washington.html">Usa e Iran firmano il Memorandum ma il Medio Oriente non si fida più di Washington</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Solo bombardamenti aerei e costi alle stelle: ecco perché la guerra Usa all&#8217;Iran è ferma</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/solo-bombardamenti-aerei-e-costi-alle-stelle-ecco-perche-la-guerra-usa-alliran-e-ferma.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Beccaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 04:39:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="iran" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran-600x399.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Niente operazioni di terra e costi enormi: queste sono le ragioni per cui la guerra Usa all'Iran è finita in uno stallo. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="iran" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/iran-600x399.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il conflitto iniziato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran a fine febbraio si sta ormai trascinando da varie settimane in una situazione di stallo di cui è difficile intravedere la conclusione. <strong>Malgrado i post del presidente Trump e i titoloni dei media occidentali </strong>che ciclicamente propinano l’idea che la pace sia vicina, salvo poi smentire tutto nel giro di poche ore, il quadro è estremamente complesso e non ha al momento alcuna via di uscita praticabile in termini di soluzione pacifica.</p>



<p>Stante tale congiuntura possiamo fare alcune riflessioni. La prima è che il presidente Trump ha condotto gli Stati Uniti in una situazione estremamente difficile e pericolosa come raramente se ne ricordano nella storia recente. Non è ovviamente la prima volta che Washington si trova ad affrontare problemi militari e a faticare a uscirne, ma in precedenza i contesti erano meno rilevanti dell’attuale, <strong>si pensi all’invasione dell’Iraq nel 2003 o agli impegni in Afghanistan oppure a situazioni più limitate come i bombardamenti in Libia nel 2011.</strong> L’attuale stallo con l’Iran rappresenta uno smacco militare significativo perché ha messo in luce le difficoltà americane di proiettare la propria potenza e perché ciò ha portato anche a forti ripercussioni economiche globali che le precedenti operazioni non hanno mai coinvolto. Possiamo provare a spiegare tale situazione attraverso due dinamiche evidenti nell’operazione lanciata da Washington.</p>



<p>Per prima cosa però serve partire da una comprensione di cosa sia la guerra che è lo strumento scelto da Trump per raggiungere i suoi obiettivi politici. Nelle parole del generale prussiano <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/scienze-sociali/politica/della-guerra-carl-von-clausewitz-9788806184261/">Carl von Clausewitz</a>, punto di riferimento per qualunque riflessione seria sul fenomeno bellico, la guerra non è solo la continuazione della politica con altri mezzi, bensì è “un atto di violenza per costringere l’avversario a eseguire la nostra volontà”. Lo scopo ultimo è quindi quello di forzare il nemico a fare qualcosa che di sua iniziativa non vuole fare, ovvero seguire la volontà dell’attaccante, nel caso in oggetto, e a seconda dei post di Trump, si va dal consegnare l’uranio arricchito alla rinuncia del nucleare o dei missili/droni ecc. Ma come si costringe l’avversario? Con l’impiego della forza armata è una risposta banale e semplicistica perché in realtà per costringere l’altra parte serve impiegare, ovviamente con il supporto delle forze navali e aeree, le <a href="https://www.amazon.it/Understanding-Land-Warfare-Christopher-Tuck/dp/0367560534">forze di terra</a>. Infatti, queste ultime sono le uniche che consentono a chi le impiega di ottenere ciò che si vuole “semplicemente” prendendolo al nemico attraverso l’uso della forza. </p>



<h2 class="wp-block-heading">40 miliardi per un mese e mezzo di guerra</h2>



<p>Ogni altro approccio, come il potere aereo che è stato lo strumento scelto in questo contesto, è invece coercitivo ovvero mira a ottenere un risultato politico impiegando sì violenza e forza armata, ma sostanzialmente con l’idea di convincere l’altro a cedere ciò che noi vogliamo<strong>. Semplicisticamente la logica è: ti bombardo e quindi tu mi cedi quello che voglio per non essere più bombardato</strong>. Tuttavia tale approccio applicato al potere aereo ha forti e insuperabili limitazioni. Per prima cosa lascia la decisione all’altra parte, è chi viene bombardato che decide se accettare la (presunta) superiorità del nemico o continuare a subire attacchi. Finché la volontà di resistere permane, l’attaccante non ha che due alternative: continuare a bombardare (o escalare l’impiego della forza); o desistere dal perseguimento del proprio obiettivo politico iniziale. Secondariamente, è un approccio che <a href="https://www.amazon.it/Bombing-Win-Air-Power-Coercion/dp/0801483115">storicamente</a> non ha mai raccolto risultati <a href="https://www.amazon.it/logica-potenza-LAmerica-guerre-controllo/dp/8883500415">apprezzabili</a> se utilizzato come strumento a se stante come in questo caso. Pensare al solo strumento aereo ha di fatto compromesso fin dall’inizio le possibilità americane di successo.</p>



<p>La seconda dinamica che spiega la situazione attuale e la sua difficile soluzione è relativa ai costi dell’attuale guerra. Le stime variano, ma l’ultima citata da <a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/us-war-iran-has-cost-29-billion-pentagon-says-2026-05-12/">Reuters</a> parla di 29 miliardi di dollari. Tale somma è superiore a quella indicata in precedenza perché includerebbe anche i costi per riparare varie strutture colpite dall’Iran durante le settimane di conflitto aperto. Tuttavia, dobbiamo segnalare tre elementi cruciali. Primo, <strong>la cifra potrebbe essere comunque al ribasso</strong> sia perché le infrastrutture americane che sono state danneggiate o distrutte dai precisi attacchi iraniani potrebbero prevedere costi maggiori e la quantità di danni è al momento non disponibile pubblicamente anche se un recente report della <a href="https://edition.cnn.com/2026/05/01/world/video/us-military-bases-iran-strikes-images-invs-digvid">CNN</a> ha fatto luce sui significativi danni subiti. Questi ultimi poi creano un vuoto nelle capacità militari americane, e questa potrebbe essere una ragione per la pausa operativa a cui stiamo assistendo in attesa che quelle capacità vengano in qualche modo ripristinate, e sottolineano anche una decrescente capacità di deterrenza americana nella regione. </p>



<p>Secondariamente, il problema dei costi maschera un altro problema strettamente correlato, ovvero quello della <strong>disponibilità di munizionamento </strong>necessario negli arsenali. Infine, altre stime non ufficiali indicano costi ben superiori, ovvero circa 40 miliardi di dollari per solo il periodo tra il 28 febbraio e il cessate il fuoco di inizio aprile quindi senza prendere in considerazione gli armamenti e i costi logistici di mantenere flotta, uomini e mezzi nella regione.</p>



<p>In conclusione possiamo dire che la scelta dello strumento, il solo potere aereo, che lascia la scelta sul continuare o meno il conflitto all’altra parte, e i costi esorbitanti evidenziati sono i due elementi che spiegano l’attuale situazione di stallo in cui Washington si è impantanata e non offrono facili soluzioni perché la ripresa del conflitto o la sua escalation porterebbe a costi umani ed economici molto superiori, senza la certezza di un risultato politico; mentre cedere sulle proprie richieste causerebbe agli Stati Uniti un danno di immagine e prestigio incalcolabile a livello internazionale.</p>
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		<title>Le possibili conseguenze regionali della guerra in Iran</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/le-possibili-conseguenze-regionali-della-guerra-in-iran.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Beccaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 23:24:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1463" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iraq" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-300x229.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-1024x780.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-768x585.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-1536x1170.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-600x457.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> I Paesi del golfo Persico, la Siria, l'Iraq: tutti tornati in prima linea in una guerra che minaccia la stabilità dell'intera regione. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1463" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iraq" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-300x229.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-1024x780.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-768x585.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-1536x1170.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-600x457.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La guerra tra Stati Uniti e Israele,da un lato, e Iran con i suoi proxy dall’altro, ha ormai scollinato il mese e al momento non sembrano esserci segnali che possano far pensare a una rapida conclusione, malgrado le roboanti dichiarazioni del presidente Trump. In questo contesto siamo ormai abituati sentire analisi più o meno catastrofiste sulla questione energetica, lo stretto di Hormuz o le capacità militari dei contendenti. Un aspetto però che viene spesso lasciato in disparte, ma che in realtà è centrale per comprendere sia come la guerra possa ampliarsi ed evolvere sia per evidenziare possibili conseguenze, <strong>è la stabilità regionale che può essere divisa in tre macro aspetti.</strong></p>



<p><strong>Il primo è relativo ai Paesi del Golfo Persico</strong> che affrontano due cruciali problemi. Il più immediato è sicuramente relativo ai danni alle infrastrutture energetiche, alle conseguenze economiche sia riguardo la riduzione dell’esportazione di petrolio e gas sia quella del turismo e in generale dell’appeal che nel corso degli ultimi anni quei Paesi erano riusciti a sviluppare. Il secondo problema è relativo al tema della sicurezza. L’idea che ha guidato per anni il rapporto tra Stati Uniti e gli stati del Golfo era basata sul consentire la presenza di asset militari americani in cambio di garanzie di sicurezza (aspetto emerso fin dall’operazione <em>Desert Shield</em> nel 1990 per difendere l’Arabia Saudita da un’eventuale invasione irachena). L’impiego di missili e droni da parte di Teheran fin dall’inizio del conflitto <strong>ha messo quei Paesi in prima linea </strong>e pone una questione di sicurezza che andrà poi affrontata. Molto dipenderà da come si concluderà il conflitto, ma chiaramente il ruolo di Washington come garante di sicurezza potrebbe essere diverso rispetto a quando la guerra è iniziata.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La Siria e la questione curda</h2>



<p><strong>Il secondo aspetto su cui è giusto riflettere guardando alla stabilità regionale riguarda la Siria.</strong> Con la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024 è venuta meno una buona parte della penetrazione strategica iraniana, ma i suoi proxy e le dinamiche conflittuali non sono sparite. La <a href="https://warontherocks.com/2026/03/islamic-state-containment-is-collapsing-in-syria/">Siria</a> resta un tema cruciale perché <strong>nel Paese erano e sono ancora presenti cellule di quello che fu lo Stato Islamico.</strong> A gennaio le forze del governo di Damasco hanno sferrato un’offensiva nella zona di Aleppo che ha ricacciato indietro i curdi di circa 80km. Questo aspetto è importante per due motivi. Primo, ciò è avvenuto nel contesto di un progressivo ritiro americano dalla Siria (Washington per anni ha mantenuto piccoli contingenti in varie aree del Paese che ora ha quasi interamente restituito al governo) che ha chiaramente ridotto l’esposizione dei militari americani a rappresaglie iraniane e di milizie collegate, ma dall’altro ha anche ridotto significativamente sia il controllo del territorio sia la raccolta di informazioni. Secondo, è stato mandato il messaggio ai curdi che non erano più supportati dagli Stati Uniti che hanno lasciato carta bianca al governo siriano. <strong>Ciò ha chiaramente avuto un impatto sulla volontà curda di collaborare con Stati Uniti e Israele nel contesto iraniano come si paventava nei primi giorni dell’operazione. </strong>Il ritiro curdo dalle regioni siriane prima indicate ha altresì condotto alla fuga di ex membri di ISIS da alcuni campi nella zona, in particolar modo da quello di Al-Hol, che ospitava 24.000 persone circa, primariamente donne e bambini, e 9.000 ex combattenti sotto custodia curda. Circa la metà sono stati frettolosamente trasferiti in Iraq dagli americani, ma molti sono riusciti a scappare anche grazie alla complicità delle forze siriane. Infatti, serve ricordare che l’attuale presidente siriano è un ex membro di al-Qaeda che nel corso degli ultimi 10 anni ha cercato in vari modi di ripulire la propria immagine pubblica e di conseguenza molti membri delle attuali forze di sicurezza siriane arrivano da quelle realtà estremiste. </p>



<p>Sono quindi due aspetti di cui tenere conto. Da un lato le forze armate siriane, e in generale il tessuto sociale del Paese, risultano alquanto deboli sia perché carenti in addestramento e armamento sia perché sono il risultato di un Paese profondamente diviso tra la maggioranza sunnita rappresentata dall’attuale governo e varie minoranze che nel corso degli ultimi anni hanno ripetutamente contestato l’autorità di Damasco come Alawiti, vicino a Teheran, e Druzi, coinvolti nel Sud dalla presenza israeliana. Dall’altro lato il rischio che tali criticità portino al riemergere di gruppi estremisti è alquanto serio e ciò si lega all’ultimo macro tema che si deve analizzare, ovvero l’Iraq.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Se dovesse riemergere l&#8217;Isis&#8230;</h2>



<p>Infatti, l’<a href="https://www.newarab.com/analysis/after-iran-war-turning-point-iraqs-political-order">Iraq</a> dopo l’invasione americana del 2003 ha cercato di portare avanti un duplice binario: data la maggioranza sciita nel Paese, che ha sempre portato a governi sciiti, questi hanno sempre tentato di mantenere buoni rapporti con Teheran e con Washington. Tuttavia, al momento questa scelta potrebbe rivelarsi difficile da mantenere non solo per la cronica instabilità e insicurezza del Paese, ma anche perché la presenza di proxy iraniani <strong>ha trasformato l’Iraq in un altro terreno di scontro </strong>dove agiscono e combattono entrambi i contendenti. Mentre le milizie sciite hanno condotto alcuni attacchi contro obiettivi americani e curdi, sia gli Stati Uniti sia Israele hanno colpito più volte vari edifici in Iraq definiti come centri di comando delle milizie sciite. Dati precisi su questi attacchi non ci sono ma l’<em>Institute for the Study of War</em> identifica almeno tre momenti (<a href="https://understandingwar.org/map/us-and-israeli-strikes-in-iraq-between-march-3-2026-at-400-pm-et-and-march-4-2026-at-400-pm-et/">3-4 marzo</a>; <a href="https://understandingwar.org/map/us-and-israeli-strikes-on-iraq-between-march-10-2026-at-300-pm-et-and-march-11-2026-at-300-pm-et/">10-11 marzo</a>; <a href="https://understandingwar.org/map/us-and-israeli-strikes-in-iraq-between-march-16-2026-at-300-pm-et-and-march-17-2026-at-300-pm-et/">16-17 marzo</a>) in cui sono stati colpiti obiettivi legati alle milizie sciite in Iraq. Il fatto curioso è che per la maggior parte dei casi si tratta di obiettivi situati in province a maggioranza sunnita (Mosul, le province di Al-Anbar o di Ninive), cosa che potrebbe indebolire ulteriormente la capacità del governo di Baghdad, che dal 2014 in poi ha sempre fatto ampio affidamento su tali milizie per combattere ISIS, di mantenere un stabile controllo del Paese. </p>



<p>Alla luce anche di quanto detto riguardo la Siria, ciò rischia di rappresentare una nuova finestra di opportunità per il riemergere di un gruppo estremista come ISIS che in chiave anti-iraniana al momento potrebbe fare comodo, si pensi anche alla situazione libanese, ma che in prospettiva potrebbe rappresentare un rischio non secondario. Infine, i temi qui evidenziati riguardo a Siria e Iraq fanno temere anche la possibilità di una loro maggiore instabilità interna indipendentemente da come e quando finirà la guerra con l’Iran.</p>
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		<title>Iran: nessuna vittoria per gli Usa senza le truppe sul terreno</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/iran-nessuna-vittoria-per-gli-usa-senza-le-truppe-sul-terreno.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Beccaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 05:41:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="usa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Trump ha parlato, tra i possibili obiettivi, di regime change e in questo caso la componente terrestre è imprescindibile. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="usa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/usa-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Siamo ormai entrati nella seconda settimana di conflitto contro l’Iran e, benché la nebbia della guerra continui a dominare lo scenario, qualche riflessione e analisi più attenta si può certamente fare.</p>



<p>Per prima cosa, le capacità di colpire in profondità gli obiettivi in Iran da parte degli Stati Uniti e Israele si sono dimostrate molto efficaci tanto da permettere di <strong>decapitare la leadership nemica al primo colpo</strong>, malgrado Teheran si aspettasse da tempo un’azione simile e avesse cercato, tramite il supporto primariamente cinese, di rinforzare le sue difese aeree già indebolite dalla Guerra dei 12 giorni di giugno scorso. Fin dall’inizio gli attaccanti hanno quindi potuto godere di una sorta di <em>air superiority</em> se non addirittura <em>air supremacy</em> che gli ha permesso di agire nei cieli iraniani senza una reale opposizione nemica. </p>



<p>Ciò però non deve far dimenticare le capacità di risposta di Teheran che ,nello stesso lasso di tempo, ha colpito con precisione non solo varie basi americane nella regione, ma <strong>anche e soprattutto il radar strategico AN/FPS-132 Block 5 in Qatar e il sistema mobile AN/TPY-2 (THAAD) in Giordania</strong>. Il primo è una struttura di notevoli dimensioni e con apparecchiature in grado di individuare minacce balistiche fino a 5.000 km di distanza. Il secondo è una sistema di difesa aerea molto avanzato e molto costoso. Senza questi due elementi il tempo di allerta dal lancio di un missile dal territorio iraniano è molto più ridotto.</p>



<p>La guerra senza contatto che, dopo l’anticipazione di giugno, si ripropone ora, pone però alcune questioni cruciali, come per esempio <strong>il ruolo della componente di terra di questa operazione</strong>, perché senza di essa semplicemente non si può pensare di poter influire sugli eventi politici.</p>



<p>L’idea di vincere il conflitto con il solo impiego dell’arma aerea è una longeva credenza dei teorici del potere aereo che trova le sue origini già in <a href="https://www.idrovolanteedizioni.com/prodotto/il-dominio-dellaria/">Giulio Dohuet</a>. È stata più volte rivista e riproposta (dai bombardamenti strategici della Seconda guerra mondiale a quelli sul <a href="https://www.amazon.com/Bombing-Win-Coercion-Cornell-Security/dp/0801483115">Vietnam del Nord</a>, fino ad arrivare ai bombardamenti sul Kosovo nel 1999 e a operazioni più recenti come quella in Libia nel 2011), ma si è sempre scontrata con la realtà della guerra, ovvero: se la componente aerea è oggi imprescindibile, essa è <strong>del tutto insufficiente a vincere se non è accompagnata dalla componente terrestre della forza militare.</strong> È il potere terrestre che permette di <a href="https://www.difesaonline.it/2026/03/09/boots-on-the-ground-in-iran-unopzione-plausibile/">imporre</a> al nemico la decisione e di assicurarsi il controllo del territorio al termine del conflitto per affermare la propria visione politica e impedire che attori locali non in linea con quest’ultima possano prendere il sopravvento. </p>



<p>Questo aspetto spiega anche la differenza profonda che sussiste tra il dominio terrestre e quello aereo: il secondo mira, attraverso i bombardamenti di infrastrutture, centri di comando o governativi, della popolazione, a convincere il nemico che la guerra è persa e quindi deve arrendersi; il primo mira a prendere con la forza ciò che si pone come obiettivo finale del conflitto. Ne consegue che il potere aereo necessita di una collaborazione da parte dell’altra parte, ovvero chi viene colpito accetta la decisione dell’attaccante, ma è una sua libera scelta poiché può decidere di continuare a subire i bombardamenti e proseguire lo scontro. <strong>Il potere terrestre, invece, impone la decisione </strong>sia che dall’altra parte ci sia cooperazione o meno. Con questo non si vuole sostenere che se si inviano truppe di terra si ottiene sempre ciò che si desidera, non è così. Ma di sicuro senza quella componente non esistono esperienze storiche che possano avvalorare l’idea che il solo potere aereo possa vincere.</p>



<p>L’assenza dell’elemento terrestre nell’attuale conflitto in Iran è particolarmente preoccupante da questo punto di vista perché, anche nel caso di un crollo del regime, <strong>a terra gli Stati Uniti non avrebbero nessuno per sfruttare l’occasione.</strong> Le opzioni potrebbero essere diverse. L’invio di truppe aviotrasportate come si è <a href="https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/03/06/army-82nd-airborne-iran/">ventilato</a> in questi giorni, ma numericamente si tratterebbe di un contingente ridotto di unità aviotrasportate che inoltre, per loro natura, possono operare sul territorio nemico solo per un numero limitato di giorni, 3-4 al massimo, e poi necessitano di essere supportate da truppe più pesanti che non ci sono in zona. </p>



<p>L’impiego di contingenti di forze speciali è sicuramente un’opzione valida che richiama il cosiddetto <a href="https://press.armywarcollege.edu/monographs/809/">afghan model</a>, permetterebbe di supportare da vicino le varie milizie, per esempio di curdi, ma non potrebbe in alcun modo rappresentare una forza militare per prendere il potere. Entrambi gli scenari, però, consentirebbero al potere aereo di colpire con maggiore forze le truppe iraniane perché con una componente terrestre l’esercito iraniano sarebbe costretto a operare sul campo per contrastare quelle milizie, il che <strong>renderebbe le forze di Teheran visibili e un bersaglio pagante e facile da colpire per l’aviazione</strong> che ha ormai il controllo dei cieli iraniani.</p>



<p>L’inserimento della componente terrestre però porta con sé anche rischi elevati di perdite e dipende anche molto dagli obiettivi che si vogliono raggiungere e per ora sia da Tel Aviv sia da Washington non pare che emerga molta chiarezza. Infatti, da quanto finora emerso potremmo supporre che per Tel Aviv l’obiettivo sia una frammentazione territoriale dell’Iran e la distruzione di tutto il suo arsenale militare, che potrebbe avvenire anche senza una componente terrestre. Il presidente Trump ha invece parlato, tra gli altri possibili obiettivi, di <em>regime change </em>e in questo caso la componente terrestre è imprescindibile.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/iran-nessuna-vittoria-per-gli-usa-senza-le-truppe-sul-terreno.html">Iran: nessuna vittoria per gli Usa senza le truppe sul terreno</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Ucraina-Russia 2022-2026: le vere lezioni strategiche della guerra</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/ucraina-russia-2022-2026-le-vere-lezioni-strategiche-della-guerra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Beccaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Feb 2026 10:35:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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<p>4 anni di guerra in Ucraina: responsabilità russa indiscussa, ma radici nell’espansione Nato; dubbi sul concetto di guerra ibrida.</p>
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<p>Proprio ieri, 24 febbraio, si è ricordato l’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Sono quindi ormai<strong> 4 anni di combattimenti che ci offrono vari spunti di riflessione a livello politico e strategico</strong>.</p>



<p>Il primo punto che va indubbiamente ricordato per capire le ragioni profonde del conflitto e non solo quelle più recenti è sottolineare che sulle responsabilità russe nell’invasione non vi possono essere dubbi, ma che le frizioni tra Stati Uniti e Russia (perché è questo il livello di analisi da prendere in considerazione per comprendere il conflitto) sulla questione dell’Ucraina hanno radici ben più lontane e profonde. Trovano, infatti, <strong>origine nella fine della guerra fredda e nell’ampliamento verso Est della NATO</strong> e quindi dell’influenza americana in una zona ritenuta da Mosca di propria pertinenza geopolitica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;avvertimento (inascoltato) di George Kennan</h2>



<p>Già negli anni Novanta uno dei massimi esponenti della diplomazia americana e l’ideatore della dottrina del <em>containment</em> contro l’Unione Sovietica all’inizio della contrapposizione trai blocchi, <strong>George Kennan</strong>, <a href="https://www.foreignaffairs.com/ukraine/george-kennan-warning-on-ukraine?utm_medium=newsletters&amp;utm_source=fatoday&amp;utm_campaign=Kennan%E2%80%99s%20Warning%20on%20Ukraine&amp;utm_content=20230127&amp;utm_term=FA%20Today%20-%20112017">avvisava</a> del rischio che l’espansione verso Est della NATO avrebbe potuto portare a un conflitto con Mosca. In quegli stessi anni ,nel libro <em><a href="https://www.amazon.it/Libri-universitari-Zbigniew-Brzezinski/s?rh=n%3A15216198031%2Cp_lbr_books_authors_browse-bin%3AZbigniew%2BBrzezinski">La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana</a>, </em>l’autore, <strong>Zbigniew Brzezinski</strong>, consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter, dal 1977 al 1981, sosteneva apertamente la necessità di sganciare Kiev da Mosca per togliere a quest’ultima profondità geopolitica e indebolirla sensibilmente. Si registrano poi nel primo decennio del nuovo millennio altre avvisaglie di crisi, fino ad arrivare all’invasione della Crimea, a seguito di una <a href="https://edizionidedalo.it/collane/collane-attive/orwell/le-guerre-che-ti-vendono.html">campagna</a> di <a href="https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR1772.html">political warfare</a> orchestrata da Washington in <a href="https://fazieditore.it/libro/9791259674265">Ucraina</a>, nel 2014. Se non si capisce il contesto, qui brevemente tratteggiato, della guerra è difficile comprendere le dinamiche attuali.</p>



<p>Se dal livello più di politica internazionale scendiamo verso il tema della guerra guerreggiata, un secondo elemento che emerge più che evidente è il tema della cosiddetta guerra ibrida, che si è dimostrata una chiave di lettura delle intenzioni e delle capacità belliche di Mosca del tutto inadeguata. A partire dal 2014 NATO e UE iniziarono a <strong>impiegare il termine guerra ibrida per descrivere la strategia di Mosca</strong> ma già all’epoca tale uso poneva seri dubbi dal punto di vista metodologico e analitico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">&#8220;Guerra ibrida&#8221;, un termine inadatto</h2>



<p>Primo, il termine era già in uso tra gli esperti di studi strategici ma indicava una situazione ben diversa, ovvero lo sviluppo moderno delle capacità operative di gruppi irregolari come <a href="https://apps.dtic.mil/sti/pdfs/ADA516871.pdf">Hezbollah</a>. Era quindi del tutto inadatto e non contestualizzato per descrivere un attore statuale dotato per di più del maggiore arsenale nucleare al mondo. Secondo, nell’accezione adottata da NATO e UE il termine <strong>non è mai stato definito in modo preciso ma era un insieme di vari aspetti, dalla propaganda</strong> al supporto di attori non statuali, dall’aiuto economico alle pressioni economiche contro gli avversari e via discorrendo. Tali elementi sono stati indubbiamente impiegati dal Cremlino ma di certo non distinguono in alcun modo la normale prassi politica internazionale di tutti gli attori (la propaganda americana in occasione dell’invasione dell’Iraq nel 2003 o quella dell’UE che abbiamo notato in questi anni, tanto per citare esempi evidenti ed eclatanti) da quella russa.</p>



<p>In realtà, <strong>la guerra in Ucraina ha mostrato in modo più che evidente come la guerra sia primariamente l’atto di combattere</strong>. La Russia, quando ha deciso di invadere, lo ha fatto combattendo, certo a supporto di quelle azioni se ne contavano altre come propaganda, attacchi <em>cyber</em> o impiego di infiltrati tipici del dibattito sul concetto di <em>hybrid warfare</em>, ma che erano appunto a supporto, non rappresentavano l’essenza dell’attacco che si stava realizzando. In tale contesto, poi, l’attuale conflitto ha fatto riemergere due temi centrali per comprendere la guerra, ma che il pensiero strategico occidentale degli ultimi decenni aveva accantonato, sperando che la moderna tecnologia potesse risolvere problemi insiti alla natura stessa del fenomeno bellico: ovvero massa e attrito.</p>



<p>L’attuale dibattito sul <a href="https://www.ispionline.it/it/il-futuro-del-riarmo">riarmo</a> italiano ed europeo è figlio di tali constatazioni, che mettono in luce come con una grande potenza di fuoco e l’enorme capacità di osservazione (sintetizzata nel concetto di campo di battaglia trasparente) offerta da satelliti, droni e vari componenti di ascolto (delle comunicazioni, dei segnali di vario tipo), <strong>chi combatte si trova costretto a dover sopperire a perdite importanti che devono essere ripianate in tempi brevi</strong>. </p>



<p>L’idea di vincere con l’impiego di precisi colpi portati a distanza con armi di precisione aveva già mostrato tutti i suoi limiti nei bombardamenti NATO sui Balcani negli anni Novanta e nell’operazione <em>Iraqi Freedom</em> nel 2003 e li ha confermati in Ucraina, dove però è emersa anche la problematica dei costi. Infatti, creare un arsenale basato su quella tipologia di arma presenta costi economici enormi, senza dimenticare che sono armi complesse con componentistica elettronica avanzata che non può essere prodotta rapidamente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La questione droni</h2>



<p>Chiudiamo questa riflessione sulla <strong>questione droni</strong>. Indubbiamente la guerra in Ucraina è stata la prima dove i droni hanno giocato un ruolo così marcato e onnipresente, tuttavia già le esperienze contro lo <a href="https://www.newtoncompton.com/libro/isis-storia-segreta-della-milizia-islamica-piu-potente-e-pericolosa-del-mondo">Stato islamico</a> avevano mostrato chiaramente l’importanza dei droni, che sono impiegati sul campo di battaglia ormai da decenni. Serve quindi meglio riflettere su tale aspetto perché se da un lato offrono la capacità di osservare costantemente il campo di battaglia, sono anche <a href="https://warontherocks.com/2025/06/i-fought-in-ukraine-and-heres-why-fpv-drones-kind-of-suck/">soggetti</a> a interferenze di guerra elettronica e condizioni climatiche. Di conseguenza, possiamo dire che rappresentano indubbiamente uno strumento essenziale, <strong>ma non possono essere in alcun modo considerati il fulcro del riarmo.</strong></p>
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