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	<title>Adele Ferrari Archives - InsideOver</title>
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	<title>Adele Ferrari Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>La Marcia delle Bandiere scatena la violenza a Gerusalemme</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-marcia-delle-bandiere-scatena-la-violenza-a-gerusalemme.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2022 11:46:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[Forze di difesa israeliane (Idf)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nonostante il monito della comunità internazionale e dell’Onu, migliaia di ebrei israeliani si sono radunati il 29 maggio a Gerusalemme per festeggiare la Marcia delle Bandiere. La marcia segna l’anniversario dell’occupazione di Gerusalemme Est avvenuta nel giugno del 1967 con la Guerra dei sei giorni. La guerra vide dispiegate le forze israeliane contro quelle di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-marcia-delle-bandiere-scatena-la-violenza-a-gerusalemme.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/la-marcia-delle-bandiere-scatena-la-violenza-a-gerusalemme.html">La Marcia delle Bandiere scatena la violenza a Gerusalemme</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220530173507371_4e35d209573acce6f28212f5c6d64f6c-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Nonostante il monito della comunità internazionale e dell’Onu, migliaia di ebrei israeliani si sono radunati il 29 maggio a Gerusalemme per festeggiare la <strong>Marcia delle Bandiere</strong>. La marcia segna l’anniversario dell’occupazione di Gerusalemme Est avvenuta nel giugno del 1967 con la Guerra dei sei giorni. La guerra vide dispiegate le forze israeliane contro quelle di diversi paesi arabi e finì con la decisione unilaterale di Israele di annettere e di riconoscere la parte est di Gerusalemme &#8211; musulmana e palestinese &#8211; come capitale “indivisibile” del Paese. La riunificazione della città va, secondo le autorità israeliane, celebrata ogni anno nel cosiddetto “Giorno di Gerusalemme” e ha una connotazione forte in quanto riconosce da quel momento la sovranità di Israele sull’intera città.</p>
<p>Domenica la marcia ha provocato un’ondata di odio e violenza che ha messo a ferro e fuoco tutta la città. Con la protezione di tremila agenti di polizia, decine di migliaia di persone provenienti da tutta Israele e dagli insediamenti ebrei presenti nei territori occupati in Cisgiordania, hanno sfilato per le strade della Città vecchia cercando di &#8220;recuoerare&#8221; due precedenti che erano saltate: nel 2020 la cancellazione a causa del Covid-19 e nel 2021 il divieto da parte dell’ex premier <strong>Benjamin Netanyahu</strong> di passare attraverso i quartieri palestinesi. Quest’anno, col benestare del governo che ha definito la marcia legittima, l&#8217;evento è stato organizzato in prossimità della Spianata delle Moschee, luogo sacro musulmano. Ricordiamo l’accordo del 1967, segnato subito dopo la guerra, prevede l’autonomia dei luoghi sacri musulmani, tra questi la Spianata delle moschee per l’appunto.</p>
<p>I partecipanti erano perlopiù uomini giovani ortodossi, studenti di <strong>Yeshiva</strong> &#8211; istituzione educativa ebraica &#8211; e studenti delle scuole militari del movimento religioso sionista. La folla ha iniziato a ritrovarsi nel primo pomeriggio e nelle ore successive sono scoppiati disordini tra le strade dei quartieri palestinesi dove la marcia non era prevista. Da entrambe le parti sono iniziate a volare bottiglie e oggetti di vario tipo e la polizia è intervenuta immediatamente con lacrimogeni e proiettili di gomma. Un’anziana palestinese è stata aggredita con calci e spray al peperoncino da due giovani ortodossi tra le strade del quartiere musulmano. Una giornalista inviata di <em>France24</em> è stata colpita alla testa da un oggetto indefinito arrivato dalla folla riunita dietro di lei.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true">
<p lang="en" dir="ltr">Watch the moment an Israeli man pepper-sprayed an elderly Palestinian woman during a so-called flag march yesterday in occupied East Jerusalem’s Old City.</p>
<p>Videos also show another Israeli man pulling out a gun at Damascus Gate ⤵️ <a href="https://t.co/0cO2fWeQcf">pic.twitter.com/0cO2fWeQcf</a></p>
<p>&mdash; Al Jazeera English (@AJEnglish) <a href="https://twitter.com/AJEnglish/status/1531191183988297728?ref_src=twsrc%5Etfw">May 30, 2022</a></p></blockquote>
<p><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script></p>
<p>Alla porta di Damasco i cori degli ultra nazionalisti intonavano “Shuaffat brucia”, riferendosi all’omicidio dell’adolescente <strong>Mohammed Abu Khdeir</strong> bruciato vivo insieme alla sua famiglia da un colono ebreo nel 2014. E ancora: &#8220;Morte agli arabi&#8221;, &#8220;Maometto è morto&#8221;, &#8220;Che il tuo villaggio bruci”. Altri hanno provocato giornalisti e residenti palestinesi urlando “Shireen è morta”, la giornalista palestinese <strong>Shireen Abu Akleh</strong> uccisa da un pallottola israeliana qualche settimana fa nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true">
<p lang="iw" dir="rtl">&quot;שועפט עולה האש&quot; <br />&quot;יהודי זה נשמה, ערבי זה בן זונה&quot; <br />&quot;מוות לערבים&quot; <br />&quot;מוחמד מת&quot;<br />&quot;שיישרף לכם הכפר&quot; <br />מפגן גזענות של היציע המזרחי ותומכיהם בשער שכם. <a href="https://t.co/DpyLZCmWzB">pic.twitter.com/DpyLZCmWzB</a></p>
<p>&mdash; Josh Breiner (@JoshBreiner) <a href="https://twitter.com/JoshBreiner/status/1530928525569572864?ref_src=twsrc%5Etfw">May 29, 2022</a></p></blockquote>
<p><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script></p>
<p>La <strong>Croce Rossa Palestinese</strong> ha dichiarato che sono state ferite dalla polizia israeliana 62 persone, 23 delle quali ricoverate in ospedale. L’esito violento della marcia era già stato messo in conto. È dal 2010 che le autorità israeliane cercano di limitare l’affluenza alla marcia poiché causa di violenze. Negli anni infatti la violenza è stata mitigata da regole restrittive e controlli delle forze dell’ordine, fino a quest’anno. Il governo, nonostante abbia dato l’ok per la marcia, ha condannato gli atti violenti ed estremisti. Per primo il ministro degli Esteri, <strong>Yair Lapid</strong> che ha denunciato Lehava e altre organizzazioni ebraiche radicali, di non essere “degni di portare la bandiera israeliana”. Anche il premier<strong> Naftali Bennett</strong> si è espresso condannando le due organizzazioni e promettendo azioni legali contro chi si è reso protagonista di atti violenti e razzisti. Ma il governo era già stato avvertito dall’intelligence riguardo i possibili attacchi eppure la marcia è stata fatta comunque passare attraverso i quartieri palestinesi.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Adesso si rischia un’escalation con Hamas che ha già lanciato un ultimatum allo stato ebraico. Movimenti e partiti palestinesi hanno annunciato congiuntamente uno stato di allerta e il coordinamento di un’operazione in risposta alla marcia e hanno dichiarato che se se verrà toccata nuovamente la moschea di Al-Aqsa la risposta palestinese sarà forte e “incendierà l’intera regione”. Tutti i palestinesi sono stati chiamati a difendere i luoghi sacri e a prepararsi a una possibile offensiva israeliana. Si teme una nuova pioggia di razzi da Gaza e una durissima e devastante risposta israeliana analoga a quella del maggio dell’anno scorso.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
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		<item>
		<title>Il Kurdistan come ricatto all&#8217;Europa?</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-kurdistan-come-ricatto-alleuropa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 May 2022 13:59:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk)]]></category>
		<category><![CDATA[Patto atlantico (Nato)]]></category>
		<category><![CDATA[Unità di protezione popolare (Ypg)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1433" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-300x224.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-1024x764.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-768x573.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-1536x1147.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-2048x1529.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Turchia torna di nuovo all’attacco del Kurdistan siriano. La scorsa settimana il Consiglio di sicurezza turco decise nuove operazioni militari contro il Kurdistan siriano e ieri, 1 giugno, Recep Tayyip Erdogan ha confermato la decisione. Il sultano giustifica questa mossa appellandosi alla sicurezza nazionale contro i “terroristi” dell&#8217; Unità di Protezione Popolare (Ypg).  La mossa &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/il-kurdistan-come-ricatto-alleuropa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1433" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-300x224.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-1024x764.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-768x573.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-1536x1147.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220527172712249_01879313b62f0d17fb7692e208bb59e2-2048x1529.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La Turchia torna di nuovo all’attacco del <strong>Kurdistan siriano</strong>. La scorsa settimana il Consiglio di sicurezza turco decise nuove operazioni militari contro il Kurdistan siriano e ieri, 1 giugno, Recep Tayyip Erdogan ha confermato la decisione. Il sultano giustifica questa mossa appellandosi alla sicurezza nazionale contro i “terroristi” dell&#8217; <strong>Unità di Protezione Popolare (Ypg). </strong> La mossa turca giunge a poca distanza dallo stop imposto da Erdogan all&#8217;ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato. Si tratta di una semplice coincidenza o di una strategia più articolata?</p>
<h2>Attaccare il Kurdistan siriano</h2>
<p>&#8220;Stiamo entrando in una nuova fase per costruire una zona di sicurezza profonda trenta chilometri lungo tutto il nostro confine meridionale. Stiamo ripulendo i territori di Tell Rifat e Manbij e continueremo con altre regioni. Vedremo chi ostacolerà o chi sosterrà la sicurezza della Turchia&#8221;. Così <strong>Erdogan</strong> ha dichiarato una nuova offensive contro il Kurdistan siriano. Gli Stati Uniti e i curdi siriani già dalle prime dichiarazioni del Consiglio di sicurezza turco della settimana scorsa, si erano dichiarati allarmati prendendo le dichiarazioni come “serie”. Le televisioni turche infatti cominciavano a diffondere informazioni riguardo un imminente attacco.</p>
<p>Il conflitto contro l’Ypg sta arrivando al suo 36 esimo anniversario e si sta acuendo soprattutto nella zona irachena dove le bare turche tornano continuamente in patria. L’obbiettivo: strappare sempre più territorio ai curdi. Questa sarebbe la quarta grande operazione lanciata nel nord della Siria dal 2016. Da allora Erdogan attacca le forze armate dello Ypg dichiarando che, così facendo, andrebbe a colpire direttamente il <strong>Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk)</strong> che rappresenta una minaccia esistenziale per la sicurezza nazionale turca. Cosa c’è di diverso questa volta?<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Nonostante le dichiarazioni fatte sulla sicurezza nazionale, dietro ad esse ci sarebbero profonde implicazioni interne. La Turchia infatti sta attraversando una delle sue peggiori crisi economiche e, in vista delle elezioni presidenziali del 2023, Erdogan deve trovare dei punti di forza volti per aumentare il consenso dei suoi elettori. Far leva sul sentimento anti rifugiati sempre più crescente tra la popolazione turca e “liberare” la zona del nord-est siriano dai curdi per far spazio ai rifugiati siriani potrebbero fare al caso del Sultano. Un&#8217;altra carta sarebbe sfruttare il conflitto con i movimenti armati curdi. E così sta facendo.</p>
<p>Secondo <strong>Fawza al-Yusuf</strong>, alto funzionario curdo siriano <a href="https://www.al-monitor.com/originals/2022/05/us-kurdish-officials-call-turkish-threats-military-operation-syria-serious">intervistato da<em> Al-Monitor</em></a>, un attacco turco alla regione potrebbe provocare una carneficina e favorirebbe indirettamente lo Stato islamico. Il piano turco è quindi quello di prendersi sempre più porzioni curde della Siria settentrionale preoccupando soprattutto gli Stati Uniti, impegnati da anni al fianco dei curdi del Rojava, che hanno chiesto ad Erdogan di rispettare l’accordo del 2019 sul cessate il fuoco nelle zone controllate dai curdi siriani. La minaccia turca è quindi seriamente presa in considerazione, considerando che già Ankara controlla ampie porzioni di territorio siriano e che alcune aree sotto il controllo dei ribelli siriani sono strettamente affiliate al governo turco. Attaccare ulteriori zone nel nord della Siria, infatti, significherebbe andare ad aggredire aree controllate dalla Russia, creando così un ulteriore contenzioso in un pericoloso clima di guerra.</p>
<h2>Un ricatto all’Occidente?</h2>
<p>La decisione del Consiglio di sicurezza turco nasce in una situazione internazionale tesa, soprattutto per la Turchia. Le minacce di Ankara arrivano nel mezzo di una disputa con gli alleati <strong>Nato</strong> sulla richiesta di Svezia e Finlandia di entrare a far parte dell’Alleanza, come risposta all&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina. I due Paesi sono noti per essere il rifugio di esponenti del Pkk &#8211; che ricordiamo essere riconosciuto anche dalla Nato come organizzazione terroristica &#8211; e la loro richiesta è stata per Erdogan uno schiaffo in faccia. Così, dopo varie minacce, il Sultano ha bloccato la loro adesione, affermando che <strong>Finlandia</strong> e <strong>Svezia</strong> non rispettano la sicurezza nazionale turca.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ecco che probabilmente vecchie abitudini ritornare in auge. Erdogan, secondo molti, sta sfruttando la guerra in Ucraina per provocare tutte le parti e ottenere da loro concessioni e il blocco dell’adesione di Finlandia e Svezia potrebbe essere letto come una mossa per compiacere la Russia. All’Europa invece il Sultano sta chiedendo una serie di richieste come, un alleggerimento delle sanzioni militari alla Svezia nate dopo l’invasione turca del 2019 nel Kurdistan siriano. Queste minacce servono ad Erdogan per sopravvivere in una situazione internazionale piuttosto delicata che lo vede in un modo o nell’altra protagonista, negoziatore e nemico allo stesso tempo. L&#8217;attacco al Kurdistan potrebbe garantire a Erdogan di restare al potere e di tenere sotto scacco l’intera alleanza atlantica.</p>
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		<item>
		<title>La scintilla che potrebbe innescare una nuova crisi tra Israele e Cisgiordania</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-scintilla-che-potrebbe-innescare-una-nuova-crisi-tra-israele-e-cisgiordania.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 May 2022 09:27:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1214" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-1024x647.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-768x485.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-1536x971.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-2048x1294.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 4 maggio la Corte Suprema israeliana ha respinto i ricorsi dei residenti palestinesi delle frazioni di Masafer Yatta che chiedevano di poter restare nelle loro terre. È dal 1999 che questa disputa tra le autorità israeliane e i palestinesi autoctoni va avanti. Questo accade in una delicata e fragile situazione politica che vede il &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-scintilla-che-potrebbe-innescare-una-nuova-crisi-tra-israele-e-cisgiordania.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1214" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-1024x647.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-768x485.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-1536x971.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220529111934355_24096b390a6bd3f70081f71ef0c4cd85-2048x1294.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il 4 maggio la <strong>Corte Suprema israeliana</strong> ha respinto i ricorsi dei residenti palestinesi delle frazioni di <strong>Masafer Yatta</strong> che chiedevano di poter restare nelle loro terre. È dal 1999 che questa disputa tra le autorità israeliane e i palestinesi autoctoni va avanti. Questo accade in una delicata e fragile situazione politica che vede il premier Naftali Bennett in affanno.</p>
<h2>Masafer Yatta, sfratto e ricorso negato</h2>
<p>Masafer Yatta è una raccolta di 19 frazioni palestinesi sotto il governatorato di Hebron, città situata in Cisgiordania. Qui vivono comunità dedite alla pastorizia che da decenni temono l’arrivo di questo momento e che hanno già vissuto una prima espulsione di massa nel 1999 che ha creato 700 nuovi rifugiati e 14 villaggi rasi al suolo. Questa zona viene chiamata dalle forze di difesa israeliane <i>Area 918</i>, da quando negli anni ’80 i funzionari israeliani ne hanno rivendicato l’appartenenza per scopi militari. Da quel momento la volontà di costruire al posto dei villaggi palestinesi un grande poligono di tiro dell’esercito israeliano.</p>
<p>Gli abitanti palestinesi della zona hanno dato vita a una battaglia legale presentando documenti che a loro dire attesterebbero la proprietà palestinese sull’area. Sono stati presentati filmati aerei per dimostrare che i villaggi esistevano già prima degli anni ’80, momento in cui l’esercito aveva decretato la proprietà sul territorio. Dopo decenni di braccio di ferro la Corte Suprema ha respinto i ricorsi dei residenti delle frazioni di Masafer Yatta sentenziando così lo sfratto di 1300 persone da otto villaggi, dei quali 500 sono bambini. Oltre a ciò i ricorrenti dovranno pagare una multa pari a 6 mila dollari. Già vari villaggi sono stati colpiti come al-Fukheit, al-Majaz e al-Markez.</p>
<p>Secondo attivisti e esponenti dell’ONU questa sarà probabilmente la più grande espulsione di massa di palestinesi dal 1967. Secondo la Corte Suprema i ricorrenti non erano veramente residenti permanenti dell’area ma bensì occupanti stabilitisi abusivamente in vecchie grotte riadattate ad abitazioni. La Corte ha inoltre aggiunto che da parte dei residenti di Masafer Yatta non è stata fornita nessuna documentazione che attestava la loro proprietà e che quindi hanno costruito abusivamente le loro abitazioni. Secondo l’esercito israeliano questa zona è importante perché consente metodi di addestramento specifici sia per piccoli che per grandi quadri grazie alla sua caratteristica topografica. Non dello stesso avviso alcuni attivisti per i diritti umani israeliani e palestinesi che affermano che la reale intenzione delle forze israeliane è quella di allontanare i palestinesi per far subentrare altri insediamenti di coloni ebrei considerati illegali secondo il diritto internazionale e non riconosciuti dalla comunità internazionale. A sostegno di questa tesi c’è un un documento risalente al 1981, che è anche stato presentato in aula come prova dai ricorrenti, in cui l’allora ministro dell’agricoltura &#8211; poi primo ministro &#8211; Ariel Sharon dichiarava di dovere rallentare l’espansione araba.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La situazione adesso diventa incandescente sotto molti punti di vista. Il fronte caldo è sicuramente quello tra palestinesi e forze israeliane ma da non sottovalutare e da monitorare è anche la crisi politica israeliana.</p>
<h2>Bennett in crisi e Bibi in auge per il ritorno</h2>
<p>Nell&#8217;ultimo periodo il governo ha dato regolarmente segni di cedimento. L’esecutivo è formato da una coalizione di otto partiti, sostenuta dalla Lista Araba Unita ma in questo anno alcuni hanno deciso di rendere le cose difficili al premier Naftali Bennett. Ultimo il caso della deputata araba Ghaida Rinawie Zoabi, esponente di Meretz, partito di sinistra, che il 19 maggio aveva annunciato la sua personale uscita dalla coalizione per poi tornare sui suoi passi.</p>
<p>Prima di lei anche la deputata delle destra radicale Idit Silman che ha lasciato la coalizione a sessanta seggi pari a quelli dell’opposizione. In un clima simile ogni mossa potrebbe essere fatale. Le voci internazionali sulla questione Masafer Yatta non si sono fatte attendere alla vigilia dell’arrivo di Biden in Israele. Washington ha esortato gli israeliani e i palestinesi a evitare che le tensioni aumentino e quindi fermare gli sgomberi. Anche l’Ue si è espressa esortando Tel Aviv a fermare le demolizioni sottolineando come il trasferimento forzato dei residenti palestinesi violerebbe leggi internazionali, umanitarie e dei diritti umani.</p>
<p>Israele è stata quindi indirettamente accusata di non rispettare del tutto le norme internazionali, e così il premier Bennett si ritrova ad affrontare voci provenienti dall’interno e dall’esterno con all’angolo l’ombra di un ritorno, non poco improbabile, di <strong>Benjamin Netanyahu</strong> che è più vicino al ritorno al potere di quanto non lo sia mai stato. Avendo perso altri due deputati Bennett è ormai in minoranza e Bibi potrebbe avere già la possibilità di chiedere il voto di sfiducia in grado di far crollare il governo, mettendosi in prima posizione per succedergli.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
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		<title>Come il Mali potrebbe condizionare la sicurezza europea</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/come-il-mali-potrebbe-condizionare-la-sicurezza-europea.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 May 2022 16:20:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Antiterrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Jihad in Mali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-2048x1363.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A metà maggio il Mali ha annunciato il suo ritiro dall&#8217;organizzazione G5 Sahel e dalla forza militare antijihadista. L’organizzazione era stata creata nel 2014 congiuntamente con Ciad, Niger, Burkina Faso e Mauritania proprio per far fronte al problema del terrorismo nella regione. Ogni azione della giunta maliana, da quando ha preso il potere tramite un &#8230; <a href="https://it.insideover.com/difesa/come-il-mali-potrebbe-condizionare-la-sicurezza-europea.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220524174556910_9fe5d3e795b518a11cc0f7eda74646ac-2048x1363.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>A metà maggio il Mali ha annunciato il suo ritiro dall&#8217;organizzazione <strong>G5 Sahel</strong> e dalla forza militare antijihadista. L’organizzazione era stata creata nel 2014 congiuntamente con Ciad, Niger, Burkina Faso e Mauritania proprio per far fronte al problema del terrorismo nella regione. Ogni azione della giunta maliana, da quando ha preso il potere tramite un <strong>colpo di stato</strong>, ha portato ad isolare il Paese dalla comunità internazionale e avvicinarsi sempre di più a Mosca e a Pechino segnando una svolta non solo nelle relazioni internazionali ma anche in quelle regionali. Dando inizio a un fenomeno che potrebbe coinvolgere gli altri Paesi del Sahel.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2>Il susseguirsi degli eventi</h2>
<p>Il 31 gennaio le autorità golpiste maliane del colonnello <strong>Assimi Goita</strong> hanno deciso di espellere l’ambasciatore francese <strong>Joël Meyer</strong> e dato l’ordine di ritiro delle truppe danesi della missione Barkhane dal paese, dando così il visto d’uscita simbolico a tutta l’Europa coinvolta nell’operazione. Dopo un mese concitato di dichiarazioni e supposizioni sull’avvenire, di deterioramento delle relazioni tra il Mali e la Francia, il presidente francese <strong>Emmanuel Macron</strong>, il 17 febbraio, ha annunciato il ritiro della Francia dal Mali mettendo quindi fine ad un capitolo militare durato nove anni. Macron ha annunciato che le forze francesi non sarebbero potute rimanere ancora in Mali dal momento che “non condividono le stesse strategie e gli stessi obbiettivi” con il nuovo governo militare di Goita.</p>
<h2>Cosa cambierà e cosa ne pensa la popolazione?</h2>
<p>Giorni dopo l’espulsione dell’ambasciatore Macron ha annunciato che il <strong>ritiro</strong> non sarà immediato e che ci vorranno almeno sei mesi per attuarlo. Verranno mano a mano chiuse le tre basi francesi di Gao, Gossi e Menaka in coordinamento con le autorità Maliane e ancora 2.400 soldati resteranno in Mali fino alla fine. Se nella capitale Bamako si è festeggiato, a Gao nella “zona delle tre frontiere”, a cavallo tra Niger, Mali e Burkina Faso, la situazione è più tesa e gli abitanti sono sempre più preoccupati di un possibile arrivo dei jihadisti.</p>
<p>La <strong>task force Takuba</strong> svolgeva un lavoro fondamentale a fianco dei soldati maliani per contrastare le forze jihadiste legate ad <strong>Al Qaida</strong>. Adesso la ritirata potrebbe lasciar spazio ad un preludio di caos regionale in cui i gruppi jihadisti potrebbero prendere sempre più piede. Per loro infatti il ritiro delle truppe significa una grande vittoria e un modo per poter agire indisturbati.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2>Cosa può succedere ora</h2>
<p>C’è da chiedersi cosa succederà alla regione? Il paese si avvicinerà a Mosca e Pechino? Gli altri Paesi del Sahel seguiranno le orme di Bamako? Gli scenari futuri si svilupperanno in un clima di incertezza. Intanto possiamo affermare &#8211; con le stesse parole di Macron &#8211; che la missione antiterroristica Barkhane non cesserà di esistere ma che molto semplicemente verrà rafforzata in altri paesi, come in Niger e nei paesi del Golfo di Guinea. La presenza francese &#8211; e quindi europea &#8211; rimarrà e verrà rafforzata al di fuori dei confini maliani.</p>
<p>Secondo l’editorialista e commentatore di notizie internazionali <strong>Gauthier Rybinski</strong> un probabile scenario potrebbe comprendere un accordo tra il governo maliano e i gruppi jihadisti in modo tale da creare una convivenza pacifica. Ma la situazione non riguarda soltanto i gruppi estemisti poiché il Sahel rientra in una zona strategica dove possono &#8211; e stanno &#8211; giocando diversi attori internazionali. <strong>Aldo Pigoli</strong>, professore di Storia dell&#8217;Africa Contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, contattato da <em>InsideOver</em> spiega che &#8220;la questione principale non è quella della lotta al terrorismo, che continuerà sia da parte della Francia, che dell&#8217;Ue, unitamente a quanto messo in campo dagli Usa attraverso vari programmi e il ruolo dello US AFRICOM. Il tema che già da qualche anno si va prospettando, è invece quello del progressivo affiancarsi e sostituirsi ai Paesi occidentali sulle  questioni della sicurezza di Paesi quali Russia e Cina&#8221;. &#8220;Se del ruolo economico e politico cinese in Africa se ne parla ampiamente da circa 15 anni&#8221;, continua il professore, &#8220;meno evidente è quanto Pechino sta portando avanti dal punto di vista della Difesa e Sicurezza e che vede alcuni Paesi africani, tra cui quelli saheliani, rivolgersi anche alla Cina per far fronte alle loro necessità. Dal 2011 in poi, invece, con la caduta di Qaddafi in Libia, l&#8217;area del Sahel e dell&#8217;Africa centrale hanno visto il crescente ruolo russo, sia diretto, come nel caso della Repubblica centrafricana, che indiretto, attraverso l&#8217;utilizzo di realtà come il Wagner Group. L&#8217;aspetto più significativo appare proprio questo, che riguarda lo spostamento del baricentro geostrategico in Africa, con il ruolo sempre più rilevante di attori non NATO&#8221;.</p>
<p>Il governo di Goita ha assoldato da poco proprio i mercenari della compagnia Wagner il cui numero è destinato a salire vertiginosamente.<span class="Apple-converted-space"> </span>Prosegue Pigoli: &#8220;Sicuramente, ogni calo di presenza e pressione da parte della comunità internazionale può costituire un elemento negativo in termini di capacità di contrasto e prevenzione alle attività di organizzazioni terroristiche. Il fatto che la Francia si ritiri dal Mali è dato sia dal peggioramento dei rapporti politico-diplomatici con la nuova leadership, sia dalla necessità di rivedere la strategia sviluppata in questi anni, che non ha manifestato una significativa capacità di impatto nel far fronte alle minacce jihadiste. Ma questo è dovuto anche ad un più ampio contesto di ridefinizione delle dinamiche politiche nel continente africano&#8221;.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La crisi securitaria che quindi investirà l’area non riguarderà solo i protagonisti &#8211; Bamako e Parigi &#8211; ma bensì altri attori che, in un modo o in un altro, sono già presenti nel territorio.<span class="Apple-converted-space"> </span>“Il Mali si sta isolando da tutti”. Queste le parole di Kassoum Tapo, portavoce del Framework of Parties for a Successful Transition. E secondo lui è proprio grazie alla missione Barkhane e ai suoi soldati che il paese non è stato completamente invaso dai jihadisti. Adesso invece rimane tutto nelle mani di Bamako e più in particolare del nuovo leader politico Asimi Goita. Sarà lui a guidare il paese ed è attraverso le sue prossime strategie che capiremo di più sulle sorti non solo del Mali, ma dell’intero Sahel e della sicurezza dell’Europa.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
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		<title>La crisi economica iraniana e le proteste. Cosa sta succedendo</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-crisi-economica-iraniana-e-le-proteste-cosa-sta-succedendo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 May 2022 18:15:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[crisi alimentare]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Proteste in Iran]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?p=358409</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Negli ultimi mesi sempre più Paesi sono sprofondati in una spirale pericolosa, fatta di crisi economica e carenze alimantari. Si è parlato soprattutto di Tunisia, Egitto, Libano e Siria ma da qualche settimana un altro Paese sta attirando l’attenzione internazionale: l’Iran. Una gravissima crisi sta colpendo Tehran limitando il potere d’acquisto della popolazione. Così i &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-crisi-economica-iraniana-e-le-proteste-cosa-sta-succedendo.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30191370-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Negli ultimi mesi sempre più Paesi sono sprofondati in una spirale pericolosa, fatta di crisi economica e carenze alimantari. Si è parlato soprattutto di Tunisia, Egitto, Libano e Siria ma da qualche settimana un altro Paese sta attirando l’attenzione internazionale: l’Iran. Una gravissima crisi sta colpendo Tehran limitando il potere d’acquisto della popolazione. Così i generi alimentari di base sono diventati inaccessibili anche per la classe media. A differenza delle altre nazioni, in Iran sono esplose proteste che hanno causato la morte di almeno cinque persone.</p>
<h2>Le origini della crisi<span class="Apple-converted-space"> </span></h2>
<p>Sono diversi i fattori che hanno favorito l’insorgere della <strong>crisi economica</strong> in Iran. Prima della lista la pandemia da Covid-19 che ha bloccato per mesi l’economia, intensificato le spese pubbliche e fatto crollare il prezzo del petrolio. Subito dopo la <strong>guerra in Ucraina</strong> ha esacerbato le tensioni geopolitiche che da anni affliggono il Paese e ne compromette lo svilupp. Un mix pericoloso potenziato anche con le durissime sanzioni imposte da Usa e Ue che da anni favoriscono la stagnazione economica.</p>
<p>L’economia del Paese è caratterizzata dai settori dell’agricoltura, dei servizi e principalmente degli idrocarburi. L’Iran è infatti al quarto posto al mondo per riserve di petrolio e al secondo per gas naturale. Nonostante abbia un sistema economico notevolmente differenziato, Tehran resta particolarmente dipendente dai proventi del settore energetico e quindi alla sua volatilità. Tra il 2021 e il 2022, un calo delle entrate petrolifere e un aumento delle spese hanno portato il governo ad affrontare un periodo di deficit fiscale che non da segni di diminuzione. Quasi ogni aspetto dell’economia è in regressione. Secondo la <a href="https://www.worldbank.org/en/country/iran/overview#1">World Bank</a> il PIL reale del 2020-2021 è regredito verso quello del 2010-2011 mentre quello pro capite è sceso al livello registrato tra 2004 e 2005.</p>
<p>Ma la crisi ha radici lontane, da quando gli Stati Uniti nel 2018 si sono ritirati dall&#8217;accordo sul nucleare iraniano per volontà dell&#8217;ex presidente Donald Trump e le <strong>sanzioni</strong> si sono intensificate. Da quel momento la valuta nazionale, il toman, ha perso l&#8217;82% del suo valore e l&#8217;inflazione è salita dal 30% a oltre il 40%. La popolazione vive in una situazione di estrema precarietà con la soglia di povertà fissata a 400 dollari al mese per nucleo familiare. La pensione non supera i 7 milioni di toman &#8211; 232 euro &#8211; e costringe milioni di persone a non riuscire ad arrivare a fine mese.</p>
<p>A causa della guerra in Ucraina prezzi dei <strong>generi alimentari</strong> sono saliti alle stelle. Prima i prezzi hanno toccato carne e pesce, poi farina e riso scatenando la collera della popolazione che non sa più di cosa cibarsi. Secondo un’intervista realizzata da <em>Le Monde</em> ad esempio il prezzo di una confezione di formaggio costa adesso 30.000 toman, cinque volte di più rispetto a un anno fa e la famiglia intervistata non riesce più a reperire nemmeno lo yogurt, uno degli alimenti fondamentali della dieta iraniana insieme al riso. I prezzi sono diventati inaccessibili sia alle classi povere che a quelle medie. Secondo molti la classe media ormai non esiste più. Già da gennaio in molti si sono riuniti in almeno 80 città iraniane ma è negli ultimissimi mesi che si sono fatte più intense e sono state represse violentemente.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2>Le proteste<span class="Apple-converted-space"> </span></h2>
<p>Il limite è stato raggiunto quando il 3 maggio il governo guidato dal fondamentalista <strong>Ebrahim Raisi</strong> ha dichiarato di voler ridimensionare i sussidi per il grano e la farina. Questa mossa ha portato ad un aumento dei prezzi fino al 300% mettendo in estrema difficoltà il potere d’acquisto delle famiglie. La fine dei sussidi ha portato la popolazione a scendere per le strade delle città iraniane dando vita ad una nuova ondata di manifestazioni dopo quelle del 2019. Le prime province toccate sono state quelle meridionali e occidentali tra cui le provincia del Khuzestan, del Chaharmahal Bakhtiari, e le città di Boroujerd nel Lorestan, e Dehdasht nel Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, aree già molto svantaggiate e povere. Sono state registrate anche altre manifestazioni in alcune città dell&#8217;area di Esfahan nel centro del Paese e più a est nella provincia di Khorosan Razzavi. A Tehran le manifestazioni sono arrivate il 15 maggio proseguendo per diversi giorni.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Le manifestazioni, che non sono state registrate in altri paesi affetti dalle stesse problematiche, sono state caratterizzate da slogan che chiedono il rovesciamento del potere. Slogan rivolti direttamente a Raisi e alla massima autorità del Paese, guida suprema <strong>Ali Khamenei</strong>, ritenuti responsabili della crisi. Alcuni hanno anche invocato il ritorno della dinastia Pahlavi, spazzata via dalla rivoluzione del 1979. Le manifestazioni hanno quindi assunto connotazioni politiche.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Le <strong>rappresaglie</strong> da parte delle forze dell’ordine non si sono fatte attendere anche se meno violente di quelle del 2019. Sono cinque le persone rimaste uccise durante le repressioni armate. Internet è stato bloccato per diversi giorni per evitare che le persone organizzassero raduni sul web. In confronto a quelle del 2019, le manifestazioni di adesso sono ben organizzate e presentano richieste ben precise e non oltrepassano mai il limite, negoziando con i leader politici<span class="Apple-converted-space">.</span></p>
<p>Ormai la fiducia degli iraniani per le istituzioni sta crollando sempre di più, testimone il crollo dell’affluenza alle urne delle elezioni lo scorso anno. Il tasso di astensione infatti ha raggiunto livelli record arrivando al 51% nelle elezioni presidenziali del 2021 e al 57% nelle elezioni legislative del 2020.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
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		<title>Cosa c&#8217;entra la guerra in Ucraina con il Corno d&#8217;Africa</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/cosa-centra-la-guerra-in-ucraina-con-il-corno-dafrica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 May 2022 07:17:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-2048x1362.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La regione del Corno d’Africa sta attraversando il più grave periodo di siccità degli ultimi quarant’anni, secondo l’International Rescue Committee (Irc). L’Etiopia e la Somalia in particolare sono quelle più soggette e figurano entrambe nella Emergency Watchlist 2022 dell’Irc come paesi a rischio umanitario. La guerra in Ucraina ha dato un ulteriore botta ai due &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/cosa-centra-la-guerra-in-ucraina-con-il-corno-dafrica.html">[...]</a></p>
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<h2>Siccità, carestia, fame</h2>
<p>Il cambiamento climatico si sa, ha cambiato territori ed aspettative dell’intero globo e il Corno d’Africa è una delle zone che è stata più colpita. Qua la siccità ha prosciugato la maggior parte delle fonti d’acqua e di conseguenza i raccolti, già scarsi, e l’allevamento di bestiame sono diventati quasi impossibili. La terra è arida, e non solo nelle zone desertiche o storicamente aride, ma anche in zone prettamente pluviali e quindi più fertili dell’Etiopia e della Somalia. Secondo le nazioni unite la siccità ha obbligato più di 13 milioni di persone alla fame. In Somalia quasi un terzo della popolazione, che già vive sotto la soglia di povertà a causa della crisi economica, non riesce più a nutrirsi. L’Etiopia a causa della guerra con l’Eritrea nella regione del Tigray, a nord del paese, ha milioni di persone da dover sfamare attraverso aiuti umanitari, nonostante la mancanza di mezzi. Qua l’insicurezza alimentare è più diffusa che mai negli ultimi sei anni. Si teme che la continua siccità possa portare a una perdita di vite enorme come accadde nel 2011 quando uscire 260.000 persone solo in Somalia. Il surriscaldamento globale sta peggiorando enormemente il fenomeno della siccità poiché la regione è soggetta<span class="Apple-converted-space">  </span>a variazioni di temperature troppo frequentemente alternando periodi di siccità a periodi piovosi da un decennio a un altro. Le temperature diventano estreme e i periodi di pioggia portano a catastrofi naturali con inondazioni inusuali e catastrofiche per il territorio.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ricordiamo anche l’evento devastante dell’infestazione di locuste a inizio 2020 provenienti dalla penisola araba che distrusse 300.000 tonnellate di cereali e centinaia di migliaia di ettari di terra coltivata. Anche la mano umana ha contribuito a ridurre le attività agricole della popolazione: la guerra civile in Etiopia e l&#8217;intensificarsi del conflitto etnico in Sudan hanno tutti contribuito alla distruzione di fattorie, all&#8217;esaurimento dei raccolti e a un peggioramento della crisi alimentare. Gli stati interessati non hanno i mezzi finanziari e tecnici per salvaguardare il territorio e per far fronte alla perdita degli agricoltori e dei pastori. I budget dipendono dagli aiuti internazionali. La regione ha quindi un disperato bisogno di aiuti internazionali ma l’ONU ha annunciato che solo il 3% dei 6 miliardi di dollari saranno stanziati a Etiopia, Somalia e Sud Sudan mentre il World Food Program ha annunciato di aver bisogno di 470 milioni di dollari entro settembre per sopperire alla carestia, soprattutto in Somalia.</p>
<h2>Gli effetti della guerra in Ucraina</h2>
<p>Le catene di approvvigionamento alimentare e ali aiuti internazionali erano già stati ridotti all’osso con la pandemia da Covid-19 e ora con lo scoppio della guerra in Ucraina e con il conseguente aumento dei prezzi del cibo, la situazione è diventata catastrofica. I programmi di aiuti si sono ridotti e il World Food Program ha dovuto drasticamente ridurre i pacchetti di aiuti ai rifugiati in Medio Oriente e in Africa Orientale. Quest’ultima dipende quasi completamente da grano, soia e orzo ucraino e russo: importa 84% del suo grano, dei quali 725 DALLA Russia e 18% dall’Ucraina. L’Eritrea ne dipende interamente.</p>
<p><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-356453" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-10-alle-13.35.04-1024x615.png" alt="" width="1024" height="615" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-10-alle-13.35.04-1024x615.png 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-10-alle-13.35.04-300x180.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-10-alle-13.35.04-768x461.png 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-10-alle-13.35.04-1536x922.png 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-10-alle-13.35.04.png 1982w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Altra onerosa conseguenza è quella dell’aumento dei prezzi che obbliga una grande fetta della popolazione alla fame e gli agricoltori a non poter più sostenere i costi di produzione. In Somalia il carburante è aumentato del 30%, 20 litri di olio sono passati da 32 a 55 dollari e il costo dei fagioli è raddoppiato. Il prezzo del pane, uno dei mezzi di sostentamento della popolazione, è raddoppiato dall’inizio dell’invasione russa e le importazioni di grano sono diminuiti del 60% secondo l’Islamic Relief. I paesi si ritrovano così a elemosinare aiuti umanitari che scarseggiavano già dall’inizio della guerra e il World Food Program ha annunciato che a causa dell’inflazione il prezzo dei pacchetti è aumentato del 23% (36% in Somalia e 66% in Etiopia) portando così l’organizzazione a decidere a chi destinare i pacchetti, facendo compromessi.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Il problema che affligge questi paesi più di quelli in Medio Oriente e Nord Africa è quello dell&#8217;incapacità dei governi di far fronte all&#8217;emergenza. In un<a href="https://www.voanews.com/a/ukraine-war-to-compound-hunger-poverty-in-africa-experts-say/6492430.html"> intervista</a> realizzata da Voa News a Peter Kamalingin, capo del programma Pan Africa di Oxfam International, si evince che gli stati in questione hanno dovuto far fronte a un crescente problema di debito pubblico e che almeno due terzi delle spese vengono impiegato proprio in questo. Ciò significa che poco o niente rimane per gli investimenti o per gli aiuti ad agricoltori e piccoli imprenditori adesso in difficoltà a causa della guerra in Ucraina. I governi non investono in niente ed il carico arriva sulle spalle delle famiglie che con l&#8217;aumento dei prezzi si ritrova a non saper cosa mettere in tavola.</p>
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		<title>La crisi alimentare in Tunisia (e non solo)</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/la-crisi-alimentare-in-tunisia-e-non-solo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 May 2022 07:14:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[crisi alimentare]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[primavera araba]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1282" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA29739336-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA29739336-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA29739336-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA29739336-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA29739336-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA29739336-1536x1025.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Tunisia rischia il crollo a causa della crisi alimentare e dell’instabilità politica. La fusione di questi elementi potrebbe portare a una nuova “Rivoluzione dei Gelsomini”? La crisi politica e alimentare L’equilibrio politico tunisino è sempre stato in bilico, ma si è definitivamente schiantato il 25 luglio scorso dopo che alcuni manifestanti si sono radunati &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/la-crisi-alimentare-in-tunisia-e-non-solo.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1282" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA29739336-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA29739336-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA29739336-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA29739336-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA29739336-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA29739336-1536x1025.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La Tunisia rischia il crollo a causa della crisi alimentare e dell’instabilità politica. La fusione di questi elementi potrebbe portare a una nuova “<strong>Rivoluzione dei Gelsomin</strong>i”?</p>
<h2>La crisi politica e alimentare</h2>
<p>L’equilibrio politico tunisino è sempre stato in bilico, ma si è definitivamente schiantato il 25 luglio scorso dopo che alcuni manifestanti si sono radunati davanti al palazzo dell’Assemblea Nazionale chiedendo al Presidente tunisino <strong>Kais Saied</strong> di licenziare il primo ministro<strong> Hichem Mechich</strong>i e l’intero governo da lui nominato. Il presidente ha risposto congelando il parlamento e impossessandosi di ampi poteri. In seguito si è dato il potere di governare e legiferare per decreto e ha preso il controllo del sistema giudiziario. Alla luce di ciò la popolazione tunisina era e rimane fortemente fratturata: c’è chi sostiene le mosse del presidente, con la convinzione che questo stia facendo l’interesse della nazione per combattere la corruzione, e chi invece grida al colpo di stato. Da quel momento il Paese è caduto in un vortice di caos.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Il colpo di grazia per il morale popolare è arrivato con la guerra in <strong>Ucraina</strong> e concerne il grano e quindi il sostentamento della popolazione. Gli stock di grano del 2021 sono fermi nei porti di Mariupol’ e di Odessa, bloccati dai russi che non li fanno uscire e a rischio è la semina del nuovo raccolto che dovrebbe iniziare in primavera inoltrata. Con il blocco navale il prezzo del grano è schizzato alle stelle mettendo molti paesi in difficoltà nel comprarlo. L’Ucraina da sola, con il suo grano, sfama 400 milioni di persone soprattutto nel Nord Africa che vede il Marocco esserne dipendente del 12%, l’Egitto del 42%, la Libia del 64% e la Tunisia del 37%. Inutile dire che per la Tunisia questo<span class="Apple-converted-space">  </span>rappresenta una catastrofe e un elemento aggiuntivo di destabilizzazione poiché la crisi alimentare arriva in un periodo di<span class="Apple-converted-space"> </span>instabilità economica: l’elevata inflazione ha portato i prezzi del cibo ad aumentare vorticosamente.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2>Dissenso popolare</h2>
<p>Intanto le proteste continuano, l’ultima si è svolta a fine marzo dopo che più della metà dei membri del parlamento ha tenuto una sessione online per revocare i decreti del presidente. La polizia antiterrorismo ha convocato il principale esponente dell&#8217;opposizione <strong>Rached Ghannouchi</strong> &#8211; che è lo speaker del parlamento e il capo di Ennahda &#8211; insieme ad altri legislatori per un interrogatorio dopo la sessione online, indice quindi di una reale intenzione ad accentrare su di sé tutto il potere.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Dopo questo affronto centinaia di tunisini hanno protestato contro il presidente Kais Saied e la risposta repressiva alla sessione online. Le manifestazioni sono state organizzate da <strong>Ennahda</strong>, che ricordiamo è il partito di opposizione e di stampo islamista, e da un movimento chiamato Cittadini contro il colpo di stato. Nella capitale si sentivano canti che recitavano: “il popolo vuole destituire il presidente”, “abbasso il colpo di stato”<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2>Il ritorno della Rivoluzione?</h2>
<p>C’è da chiedersi se questo connubio di elementi possa destabilizzare ancora di più il Paese e portarlo ad una nuova rivoluzione. Infatti furono proprio queste le cause dello scoppio della rivoluzione. Come ricordiamo il popolo contestava l’inflazione che aveva colpito il Paese, soprattutto per l&#8217;aumento del prezzo dei generi alimentari, analogia che troviamo oggi. E come sappiamo, il popolo si solleva quando arriva la “fame”. La Tunisia potrebbe essere sull’orlo del precipizio? Questa crisi potrebbe allargarsi ai paesi limitrofi, già poco stabili, e provocare una <strong>seconda primavera araba</strong>? La crisi alimentare nel Nord Africa non ha solo coinvolto la Tunisia, come già analizzato in precedenza, anche l’Egitto ne è stato notevolmente colpito. L’Algeria invece soffre da anni una realtà politica completamente distante dal consenso popolare. Questi due paesi quindi potrebbero in qualche modo veder scoccare la scintilla tunisina e così simularla, come nel 2011.</p>
<p>Non tutti gli esperti sono di questo avviso, come il Professor <b>Francesco Tamburini </b>dell’Università di Pisa. Secondo lui: “senza una stabilità economica la Tunisia sarà condannata a un abisso di insicurezza e di disordini politici […] nessun potere esecutivo forte potrà migliorare l&#8217;economia tunisina” ma continuando ha affermato: “non sono però molto propenso a credere in scenari catastrofisti, sebbene la situazione sia estremamente grave da ogni punto di vista”.</p>
<p>Chiedendo un’opinione a <b>Giuseppe Dentice</b>, responsabile del Desk Medio Oriente e Nord Africa del Ce.SI &#8211; Centro Studi Internazionali, riusciamo a capire quanto la situazione sia fragile ma quanto le istituzioni siano cambiate e sembrino più pronte a gestire il problema. “Ci sono tutti gli ingredienti perfetti perché ci possa essere una riproposizione di quello che è stato il 2011” dice il Dott. Dentice e continua “e questo vale per la Tunisia come per l’Egitto e gli altri paesi. Però all’epoca le stesse autorità centrali sono state prese alla sprovvista, non si aspettavano quel grado di protesta e di continuità della contestazione e pensarono che il modo migliore per placare gli animi fosse quello di comprare la pace sociale facendo qualche tipo di concessione. Oggi anche sulla base di quell’esperienza la gestione sta cambiando. Il presidente Saied sta usando forti misure aggressive nel tentativo di impedire speculazioni e di contenere i prezzi già saliti alle stelle per il pane. Il paese sta trattando con il<strong> Fondo Monetario Internazionale</strong> un robusto quantitativo di aiuto per cercare di rimettere in sesto l’economia. Nella sua debolezza il governo riesce a mantenere la sua forza e la sua presa nei confronti della protesta”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2>Analogie coi paesi vicini</h2>
<p>Per quanto riguarda alcuni paesi della regione ci si trova di fronte a molte analogie. Sia l’Egitto che l’Algeria stanno affrontando crisi simili: crisi alimentare e politica. Ma entrambi i paesi sia in una direzione che in un’altra stanno attuando misure per contenere le crisi. “In <strong>Egitto</strong> l’atteggiamento del governo è più gradualista, più attento a ottemperare le necessità del popolazione e ha adottato delle misure meno stringenti e soprattuto cercando di non tagliare i prezzi sui beni alimentari sussidiari, misura di welfare usata ovunque nel medio oriente allargato, questo è motivo per tenere a bada la popolazione”, afferma Dentice e continua “l’<strong>Algeria</strong> che ha delle istituzioni completamente delegittimate dalle proteste popolare sta comunque continuano ad attuare misure repressive”. In Algeria infatti pochi giorni fa è stata rinnovata la sentenza di 10 anni di reclusione al giornalista Khaled Drareni, una delle voci delle proteste algerine del 2019 che da tre anni sta lottando contro la giustizia algerina. Gli elementi ci sono tutti, sia in Tunisia che in questi paesi. Sono cambiate però le politiche dei governi, impauriti da un ritorno rivoluzionario.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
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		<title>Le tre crisi infiammate dalla guerra in Ucraina</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/le-tre-crisi-infiammate-dalla-guerra-in-ucraina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 May 2022 07:12:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[crisi alimentare]]></category>
		<category><![CDATA[Esplosione in Libano]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile in Siria]]></category>
		<category><![CDATA[guerra in Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La guerra in Ucraina ha messo a dura prova l&#8217;economia e l&#8217;alimentazione di molte aree del mondo. Questo il caso di Siria, Libano e Libia. Questi tre Paesi attraversano crisi analoghe e battaglie comuni come l’inflazione alle stelle, una crisi istituzionale che imperversa e in almeno due casi guerre civili che durano da anni. Un &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-tre-crisi-infiammate-dalla-guerra-in-ucraina.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220429144918413_8ab96618055160a4b245dce2e4dc5bcd-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La guerra in Ucraina ha messo a dura prova l&#8217;economia e l&#8217;alimentazione di molte aree del mondo. Questo il caso di <strong>Siria</strong>, <strong>Libano</strong> e <strong>Libia</strong>. Questi tre Paesi attraversano crisi analoghe e battaglie comuni come l’inflazione alle stelle, una crisi istituzionale che imperversa e in almeno due casi guerre civili che durano da anni. Un pericoloso mix esasperato dal conflitto che insanguina l&#8217;Est Europa.</p>
<h2>La Siria tra mancanza di cibo e crisi turca</h2>
<p>Il Paese dopo undici anni di conflitto è al collasso e la situazione è stata aggravata dalla pandemia di Covid-19. Almeno il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e gran parte di essa dipende dagli aiuti umanitari ma a adesso le forniture alimentari internazionali, indispensabili per il sostentamento della popolazione, vengono dirottate dalla Siria all’Ucraina creando così una gravissima crisi alimentare e umanitaria. Secondo un <a href="https://reliefweb.int/report/syrian-arab-republic/syria-11-years-hunger-drought-and-collapsing-economy-threatens-even-more">rapporto</a> dell&#8217;Ocha (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari) più del 60% della popolazione siriana &#8211; 12 milioni di persone &#8211; soffre la fame e non riesce a mettere cibo in tavola. Le organizzazioni umanitarie non riescono più a reperire cibo &#8211; principalmente farina e olio &#8211; a causa della guerra russo-ucraina e del drastico aumento dei prezzi.</p>
<p>Il <strong>World Food Program</strong> ha già annunciato che dovrà ridurre i pacchetti alimentari destinati alle famiglie siriane poiché con l’aumento dei prezzi alimentari è moltiplicato se non triplicato anche il costo degli aiuti stessi. I fondi insomma sono limitati e le crisi a cui sopperire aumentate. Questo ha portato il Paese ad attingere alle riserve di grano che, già molto ridotte, dureranno solo per qualche mese. La produzione locale, già quasi inesistente, è stata messa a dura prova da un periodo di grave siccità, il peggiore in più di 70 anni, che ha colpito l&#8217;accesso all&#8217;acqua potabile. La crisi idrica ha decimato il raccolto di grano locale con una produzione scesa di 2,8 milioni di tonnellate nel 2020 ad appena 1,05 milioni di tonnellate nel 2021.</p>
<p>La Siria è stata toccata e influenzata anche dalla <strong>crisi economica turca</strong> che ha reso la situazione ancora più complicata a quella zona del Paese che ha adottato la lira turca come valuta. Ankara ha visto la sua moneta perdere di almeno il 44% del suo valore, quasi la metà, e questo ha portato a un aumento del prezzo del carburante e dei prodotti alimentari. Si stima che i prezzi dei prodotti alimentari siano aumentati del 65% e quelli del carburante siano passati da 1,37 dollari al litro in aprile a 1,35 nel marzo del 2022. La crisi della lira turca ha colpito in particolare la zona di Idlib, controllata da quello che resta dei ribelli siriani e che vive sotto la valuta turca da un anno a questa parte.</p>
<p>Già a gennaio i prezzi erano aumentati dell’86%. Ma non è solo la connessione monetaria il problema, anche quella commerciale ha il suo peso. Nel nord del Paese tutto viene importato e poco o niente prodotto, questo porta ovviamente la popolazione ad essere quasi completamente dipendente da Ankara. I siriani di Idlib faranno fatica a far fronte agli shock dei prezzi e ad ogni oscillazione della lira turca l’economia siriana ne risente particolarmente.</p>
<p>Mentre la crisi promette di peggiorare, le organizzazioni umanitarie chiedono di avere più fondi per poter fronteggiare la situazione e poter fornire cibo e assistenza alla popolazione siriana. Il direttore esecutivo del World Food Program, David Beasley ha detto che servirebbero almeno 480 milioni di dollari ma che riusciranno a finanziarne solo il 31% lasciando così scoperti milioni di persone che hanno bisogno di assistenza. Le organizzazioni che operano nella zona di Idlib inoltre non riescono a trovare donatori stranieri perché riluttanti a investire in progetti di stabilizzazione nell&#8217;area a causa della presenza turca e della morsa dell&#8217;organizzazione islamista <strong>Hayat Tahrir Al-Sham</strong> sulle autorità locali.</p>
<h2>Libano e quella dipendenza da Kiev</h2>
<p>Tra chi fa i conti con la fame c&#8217;è sicuramente il Libano. Il paese soffre la mancanza di cibo dal 2019, quando il debito pubblico ha raggiunto i massimi livelli con circa il 170% del Pil, facendo sprofondare il Paese in una gravissima crisi finanziaria. Il baratro è stato raggiunto nel 2020 quando è stata dichiarata la bancarotta non riuscendo a ripagare la prima tranche di debito su un eurobond emesso nel 2010. La conseguenza immediata di questa crisi finanziaria è stata la svalutazione della lira libanese rispetto al dollaro. D’un tratto il paese, chiamato la Svizzera del Medio Oriente per il suo alto tenore di vita, si è ritrovato con gli scaffali vuoti e con prezzi altissimi. Una condizione che non poteva andar bene per le tasche dei libanesi che disponevano di salari svalutati in brevissimo tempo, infatti il potere di acquisto si è ridotto del 90% e circa il 70% della popolazione vive sotto o al limite della soglia di povertà. Il cibo è diventato un bene di lusso, in un Paese dove le importazioni di generi alimentari supera il 28% delle importazioni totali e che riguarda una vasta gamma di generi alimentari.</p>
<p>A tutto questo si è aggiunge la tonnellata di grano andata distrutta nell’esplosione del porto di Beirut del 2020, dove erano stipati vari silos di grano. Il Libano importa più dell’80% del suo grano dall’Ucraina e adesso soffre della riduzione di importazione di grano dal suo principale fornitore e dall’aumento dei prezzi. La farina è pesantemente razionata e i prezzi del pane sestuplicati.</p>
<p>La crisi ha anche toccato l’aspetto energetico. Il Paese importa tutto il petrolio e il gas che consuma aggirandosi sui 30 milioni di dollari. A marzo un’isteria di massa ha imperversato nella popolazione che ha assaltato le stazioni di servizio per precedere l’aumento dei prezzi sul gasolio. Il problema energetico potrebbe avere ripercussioni più gravi di quelle del grano poiché genererebbe pressioni inflazionistiche che andrebbero ad attaccare l’intera economia libanese, già al collasso da due anni. L’elettricità viene razionata e le città ne possono usufruire solo per poche ore al giorno di conseguenza tutte le attività rimangono ferme comprese quelle alimentari come panifici e supermercati. Uno scenario pericoloso che potrebbe anche riaprire le vecchie ferite della guerra civile.</p>
<h2><span style="font-family: 'TT Travels', sans-serif; font-size: 1.8rem;">Libia: un caos politico e umanitario</span></h2>
<p>Altra area di crisi che con la guerra in Ucraina ha visto peggiorare la sua situazione economica e sociale è la Libia che è dipendente del 90% dal grano ucraino e russo. Al contrario del Libano, la Libia ha una scorta strategica di grano che potrebbe permettere al Paese di sopravvivere alla crisi per tre mesi ma la situazione rimane grave dal momento in cui i panifici non riescono più a rivendere il pane al prezzo precedente. Ma stranamente è la crisi energetica il vero problema della Libia a causa della guerra.</p>
<p>Nonostante sia ricca di petrolio, membro dell’Opec e fornitore per molti paesi, la Libia deve comprare il gas straniero perché non riesce a sopperire al consumo interno, esponendosi così ai prezzi di mercato e alle sue oscillazioni. Tutto questo in una situazione politico istituzionale delicata che vede conflitto tra due governi autoproclamatisi legittimi. Un esecutivo con sede a Tripoli riconosciuto dal mondo occidentale e un altro eletto a <strong>Tobruk</strong> sostenuto da Mosca. Questi due governi non convengono tra di loro riguardo a come gestire i sussidi e approvare i cambiamenti negli stanziamenti di bilancio. Ma i disaccordi non si esauriscono nelle sedi esecutive. A peggiorare ulteriormente vi sono la <strong>National Oil Corporation</strong> e la Banca Centrale della Libia che da marzo non riescono a trovare un accordo su dove depositare gli introiti della vendita di petrolio. Queste divergente comportano uno stallo e un ritardo nelle mosse strategiche volte a tamponare la crisi ma soprattutto ad alleviare l’aumento dei prezzi sulle materie prime.</p>
<p>A differenza degli altri due paesi la questione politico istituzionale gioca un ruolo preponderante nell’ambito della guerra in Ucraina. La rivalità tra i due esecutivi è diventata più feroce per la vicinanza tra Tobruk e Mosca. Quest’ultima infatti è l’unica ad aver riconosciuto il governo guidato da Fathi Bashagha aprendo così un’altra spaccatura con l’Onu e l’Occidente. Malgrado ciò Bashagha vuole comunque mantenere le distanze da Mosca e il 26 marzo ha incontrato l’ambasciatore ucraino annunciando il suo sostengo al popolo ucraino. Ma ricordiamo che nel paese sono stanziati i mercenari russi del gruppo Wagner che dal 2019 hanno avuto un grande impatto sulla guerra libica e sulla spaccatura in seno alle istituzioni. Ed è questo uno degli elementi di crisi scaturiti dalla guerra Ucraina. Mosca potrebbe utilizzate la Libia e le risorse che vi ha dispiegato nella lotta contro l’Occidente. La Libia ridiventa così una pedina nello scacchiere Russia-Occidente debole delle sue crisi interne.<span class="Apple-converted-space"> Una matassa difficile da districare che allontana sempre di più la possibilità di andare al voto.<br />
</span></p>
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		<title>&#8220;Siete andati oltre le mie aspettative&#8221;. Com&#8217;è andato il secondo ciclo della Newsroom Academy</title>
		<link>https://it.insideover.com/academy/siete-andati-oltre-le-mie-aspettative-come-andato-il-secondo-ciclo-della-newsroom-academy.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 May 2022 08:49:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Academy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Giunge al termine il secondo corso dell Newsroom Academy di InsideOver, tenuto dal reporter Daniele Bellocchio. Il corso, durato tre mesi, ha visto gli studenti cimentarsi nel mondo del giornalismo di reportage, confrontandosi continuamente con il docente per comprendere come costruire un reportage, come andare a caccia di storie e sviluppare il proprio progetto anche &#8230; <a href="https://it.insideover.com/academy/siete-andati-oltre-le-mie-aspettative-come-andato-il-secondo-ciclo-della-newsroom-academy.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/academy/siete-andati-oltre-le-mie-aspettative-come-andato-il-secondo-ciclo-della-newsroom-academy.html">&#8220;Siete andati oltre le mie aspettative&#8221;. Com&#8217;è andato il secondo ciclo della Newsroom Academy</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/30042022-6M1A7456-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Giunge al termine il secondo corso dell <strong>Newsroom</strong> <strong>Academy</strong> di <em>InsideOver</em>, tenuto dal reporter <strong>Daniele Bellocchio</strong>. Il corso, durato tre mesi, ha visto gli studenti cimentarsi nel mondo del giornalismo di reportage, confrontandosi continuamente con il docente per comprendere come costruire un reportage, come andare a caccia di storie e sviluppare il proprio progetto anche in base alle esigenze delle redazioni. L&#8217;Academy ha ospitato alcuni de nomi più interessanti del panorama giornalistico italiano, che hanno raccontato la realtà attraverso una pluralità di linguaggi: testo, video, audio. Come il corso precedente anche qui i partecipanti avevano l&#8217;opportunità di pubblicare il proprio reportage realizzato sotto l&#8217;attenta e accurata supervisione del docente, e di realizzare un ulteriore progetto interamente finanziato da <em>InsideOver</em> e <em>ilGiornale.it</em>.</p>
<h2>Gli ospiti</h2>
<p>Il primo appuntamento è stato aperto dal reporter <strong>Fausto Biloslavo </strong>che con la sua decennale esperienza ha raccontato aneddoti e pratiche per diventare un reporter di guerra. L&#8217;incontro avvenuto con Fausto ha anticipato di poco la sua partenza per l&#8217;Ucraina, dove è rimasto due mesi.</p>
<p><strong>Marco Maisano</strong>, ex collaboratore di <em>InsideOver</em> e oggi autore e protagonista del programma &#8220;Piacere Maisano&#8221; ha partecipato alla seconda lezione<i>, </i>spiegando come costruire un reportage dal punto di vista visuale, partendo dalle basi fino ad arrivare allo sviluppo di video e contenuti visuali.</p>
<p><strong>Floriana Bulfon, </strong>terza ospite del corso, pluripremiata giornalista dell’<em>Espresso</em> è stata la terza ospite del corso<b>. </b>Floriana ha saputo coinvolgere tutti i partecipanti coi suoi racconti, parlando di tutto ciò che comporta essere una giornalista d&#8217;inchiesta del suo calibro. Gli studenti hanno imparato come accedere alle storie e quali sono i problemi di chi vuole portare avanti progetti investigativi anche in situazioni ad alto rischio.</p>
<p><strong>Giampaolo Musumeci,</strong> giornalista di esteri e oggi autore e conduttore dei programmi di Radio24 “Nessun luogo è lontano” e “Io sono il cattivo”<strong>, </strong>ha chiuso il ciclo di incontri con gli ospiti dedicando tutto il suo tempo ai più vari aspetti della realizzazione di un reportage, raccontando il suo punto di vista sul mestiere e le sue avventure come reporter.</p>
<h2>I progetti scelti</h2>
<p>Il livello dei lavori realizzati dalla classe è stato così alto che il vincitore non è stato solo uno ma ben cinque. &#8220;Siete andati oltre le mie aspettative&#8221;, ha confermato entusiasta Bellocchio chiudendo i lavori e preminado i partecipanti. Scopriamo però i talentosi vincitori di questa Academy:</p>
<ul>
<li><strong>Giulia Narisano</strong> ci porta a scoprire le vite delle persone sfollate dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova in un toccante racconto che esplora ricordi e attaccamento ad un quartiere ormai scomparso.</li>
<li><strong>Teresa Bernabè</strong> è entrata nella realtà della nazionale del cricket italiano che, con grande sorpresa di tutti, è composta esclusivamente da stranieri. I suoi componenti raccontano la passione per questo sport che però in Italia &#8220;resta invisibile e giudicato minore tra gli sport minori&#8221;, dice Teresa.</li>
<li>Un progetto ambizioso quello raccontato da <strong>Debora Corti</strong>, che indaga su come restituire il sorriso a bambini e adulti disabili attraverso la mototerapia. Questo è uno di quei progetti che esplora sia il dolore che la medicina al tempo stesso. Imperdibile.</li>
<li>Osservare la crisi libanese sotto un diverso punto di vista, questo ha fatto <strong>Isabel Demetz</strong> con la storia di un dipinto centenario di estremo valore che viaggia tra Italia e Libano per essere restaurato dopo l&#8217;esplosione nel porto di Beirut.</li>
<li><strong>Manuele Avilloni</strong> ci porta invece nel mondo del cyberbullismo, e in particolare dello Zanshin Tech, la disciplina con radici nelle arti marziali che insegna ai giovani come difendere il proprio Io digitale.</li>
</ul>
<p>Tutti temi e progetti degni di nota che non hanno lasciato indifferente la redazione e l&#8217;occhio attendo del docente Daniele Bellocchio, e che leggeremo a breve sulle pagine di InsideOver e ilGiornale.it.</p>
<h2>I progetti che verranno finanziati</h2>
<p>La redazione di <em>InsideOver</em> è sempre alla ricerca di nuovi progetti, di nuovi collaboratori per stimolare il lavoro e la grande passione che la caratterizza. Di qui la possibilità data ai ragazzi di finanziare i loro progetti. Sono tre quelli selezionati: il sovraffollamento delle Dolomiti, con tutte le conseguenze sull&#8217;ambiente e il turismo (Isabel Demetz); l&#8217;incubo delle cucine stellate, dove i giovani lavorano come in trincea (Giulia Narisano);  lo sconosciuto mondo del Wheelchair-karting (Debora Corti).</p>
<div id="gallery_355596" class="inline-gallery-container"></div><script>var gallery_355596 = [{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7467-scaled.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7467-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p>Giulia Narisano che coi suoi due progetti ha vinto pubblicazione e finanziamento <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7477-scaled.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7477-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p>Teresa Bernab\u00e8 col progetto del cricket<\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7481-scaled.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7481-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p>Debora Corti e la mototerapia vincitori di pubblicazione e finanziamento <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7496-scaled.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7496-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p>Isabel Demetz vincitrice di pubblicazione e finanziamento <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7499-scaled.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7499-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p>Manuele Avilloni vincitore di pubblicazione e finanziamento <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7508-scaled.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7508-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p>Daniele Frison e i seminaristi <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7503-scaled.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/30042022-6M1A7503-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p>Simone Speciale e la storia del capperaio<\/p><\/div>"}];</script>
<p>Un&#8217;Academy ricca di passione, quella appena conclusa, che certamente arricchirà l&#8217;informazione di nuove, sorprendenti storie.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/academy/siete-andati-oltre-le-mie-aspettative-come-andato-il-secondo-ciclo-della-newsroom-academy.html">&#8220;Siete andati oltre le mie aspettative&#8221;. Com&#8217;è andato il secondo ciclo della Newsroom Academy</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Cosa c&#8217;è dietro alle violente proteste in Sri Lanka</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cosa-ce-dietro-alle-violente-proteste-in-sri-lanka.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 May 2022 16:18:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[default]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In Sri Lanka la popolazione è scesa per le strade a manifestare chiedendo le dimissioni di tutto il governo e un cambiamento radicale del potere istituzionale. Le manifestazioni sono state violentemente represse dai militari e gli scontri sembrano non placarsi. L&#8217;Isola sta attraversando la più grave crisi economica ed istituzionale da quando nel 1948 raggiunse l’indipendenza &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/cosa-ce-dietro-alle-violente-proteste-in-sri-lanka.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/cosa-ce-dietro-alle-violente-proteste-in-sri-lanka.html">Cosa c&#8217;è dietro alle violente proteste in Sri Lanka</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022051112325957_5752efad07b448893f9471b89587855d-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>In <strong>Sri Lanka</strong> la popolazione è scesa per le strade a manifestare chiedendo le dimissioni di tutto il governo e un cambiamento radicale del potere istituzionale. Le manifestazioni sono state violentemente represse dai militari e gli scontri sembrano non placarsi. L&#8217;Isola sta attraversando la più grave crisi economica ed istituzionale da quando nel 1948 raggiunse l’indipendenza dalla Regno Unito. Da gennaio i prezzi di generi alimentari ed energia sono vorticosamente aumentati e il governo cingalese si è trovato impreparato non riuscendo a rispondere alle domande della popolazione che attraverso delle violente manifestazioni chiedeva le dimissioni del primo ministro.</p>
<h2>La crisi economica</h2>
<p>La rabbia è alimentata da una profonda crisi non recente che risiede in una cattiva gestione dei fondi pubblici e di una profonda corruzione in seno al governo cingalese che è al pari di un vero e proprio clan familiare. Il presidente <strong>Gotabaya Rajapaksa</strong>, eletto nel novembre 2019, ha infatti da subito installato fratelli e parenti ai posti più ambiti delle istituzioni. Suo fratello <strong>Mahinda</strong> ad esempio, anch’esso presidente dal 2005 al 2015, è<span class="Apple-converted-space"> </span>adesso primo ministro, mentre le finanze sono state affidate a un altro fratello, Basil. In tutto sono ben cinque i Rajapaksa che occupano posizioni governative.</p>
<p>Il clan familiare è ritenuto responsabile di non aver saputo gestire la crisi ma anzi di aver approfittato delle finanze del paese e di aver fatto degli investimenti sbagliati sperperando soldi pubblici. Uno dei tanti è stato voler trasformare il paese nel primo a eliminare i fertilizzanti e diventare totalmente bio, azione non riuscita e che ha provocato l’ira degli agricoltori. Un altro investimento non riuscito è stato quello di modernizzare le infrastrutture turistiche ma che ha portato il Paese a indebitarsi ancora di più.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Il crollo economico è anche dovuto da altri fattori: il calo del turismo dovuto alla pandemia di Covid-19, una politica fiscale non adeguata, la decisione di abolire alcune tasse e il gravoso debito pubblico pari a 51 miliardi di dollari. Adesso lo Sri Lanka ha le casse praticamente vuote e non dispone più di valuta estera per poter comprare i beni di prima necessità. Così da gennaio i prezzi dei generi alimentari e dell’energia sono aumentati vertiginosamente e lo Stato è a corto di tutto costringendo la popolazione a vivere con carenze e interruzioni di corrente. Manca tutto: cibo, gas, benzina, medicine.</p>
<p>L’inflazione è alle stelle toccando il 19% a marzo e la Borsa si è contratta del 3,6%. A tutto ciò si aggiungono anche le conseguenze della guerra in Ucraina che stanno stravolgendo tutto il mondo e più di tutti i paesi già in estrema difficoltà come lo Sri Lanka. Per cercare di tamponare la situazione il governo a gennaio ha cercato di attuare delle politiche che però non hanno avuto successo: un piano di aiuti di un miliardo di euro che avrebbe riguardato almeno due milioni di cittadini. Non avendo però accostato a questo piano un aumento delle tasse si è così incrementato ancora di più il debito pubblico. Per la penuria di cibo è stato chiesto alla popolazione di coltivarsi da soli verdure e ortaggi, per l’energia invece si è chiesto aiuto &#8211; non per la prima volta &#8211; all’India che ha inviato 40.000 tonnellate di gasolio a inizio aprile. La popolazione, stanca dei prezzi diventati insostenibili e capito che il governo non sarebbe stato in grado di risolvere la situazione, ha deciso quindi di scendere in piazza a manifestare.</p>
<h2>Le proteste e le dimissioni del presidente</h2>
<p>I cingalesi da subito hanno chiesto le dimissioni del governo che in quel momento aveva appena chiesto al Fondo Monetario Internazionale un prestito di 3-4 miliardi di dollari. Dopodiché il 12 aprile il paese ha annunciato il default sul debito estero. Da quel momento le manifestazioni sono diventate più cruente e la richiesta di dimissioni più pressante. Decine di migliaia di automobilisti hanno bloccato le strade per protestare contro l’aumento del carburante. Rajapaksa ha cercato di tamponare la situazione nominando un nuovo governo e rimuovendo alcuni suoi familiare ma mantenendo suo fratello Mahinda come primo ministro.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Nel tentativo di disinnescare la crisi, il 9 maggio il Presidente Rajapaksa ha nominato un nuovo governo, dal quale sono stati rimossi due suoi fratelli e un nipote. Lo stesso giorno il primo ministro Mahinda, fratello del presidente, ha dato le sue dimissioni, segnando un gran cambiamento. Le dimissioni del premier hanno portato automaticamente allo scioglimento del governo<strong>.</strong> Da quel giorno le manifestazioni si sono radicalizzate portando i sostenitori del presidente ad attaccare armati di bastoni e manganelli gli accampamenti creati dai manifestanti davanti al palazzo presidenziale. Quesi hanno risposto e durante la notte del 10 maggio sono usciti per le strade della capitale e hanno dato fuoco alle case di vari politici.</p>
<p>A sud dell’Isola invece alcuni rivoltosi hanno attaccato e distrutto la residenza storica della famiglia Rajapaksa. Le proteste sembrano non volersi placare. Il 10 maggio, nonostante le rassicurazioni da parte del presidente di un cambiamento in seno al governo e a tutto il sistema politico, le occupazioni di strade e piazze sono continuate. Il presidente ha quindi deciso di schierare ancora più forze dell&#8217;ordine e infine l&#8217;esercito ha ordinato di sparare munizioni vere per evitare &#8220;l&#8217;anarchia&#8221;. Ormai quelli che potevano essere dei manifestanti stufi ed arrabbiati sono diventati un vero e proprio movimento insurrezionale che chiede un cambiamento radicale, un ribaltamento totale delle istituzioni a loro avviso legate direttamente al clan Rajapaksa. Il presidente sta cercando di correre ai ripari annunciando di voler rinunciare alla maggior parte delle sue prerogative, di voler nominare un nuovo premier e di essere disposto ad affidare più poteri al Parlamento.</p>
<p>Per <strong>Alan Keenan</strong> dell&#8217;International Crisis Group, i cingalesi hanno capito che la causa principale del fallimento dello Stato è da attribuire alla famiglia Rajapaksa che adesso dovrebbe prendersi le sue responsabilità e lasciare definitivamente il potere.</p>
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