Oggi è tristemente nota per essere l’epicentro dal quale è partito il contagio del nuovo coronavirus ma in passato Wuhan era chiamata la “città dei cento laghi”. Un lungo reportage del Guardian ha approfondito la storia del capoluogo della provincia dello Hubei, che fino agli anni ’80 poteva contare su 127 laghi nella sua zona centrale.

Decenni di rapida urbanizzazione hanno poi trasformato l’intero Paese, tanto che a Wuhan sono sopravvissute appena 30 distese di acqua. Eppure i nomi delle sue strade rievocano i tempi che furono: Fan Lake Road e Fruit Lake Street sono soltanto due tra i tanti esempi che avremmo potuto fare.

Da un punto di vista idrologico Wuhan sorge dove si fondono i fiumi Yangtze e Han. Anche e soprattutto per questo motivo, il centro in questione è sempre stato soggetto a inondazioni. I rischi aumentano durante la stagione dei monsoni, quando la megalopoli, in parte per la sua bassa altitudine e in parte per il cattivo drenaggio urbano, si riempie letteralmente di acqua.

Il ruolo di Wuhan

Lo sviluppo forsennato della Cina ha modernizzato anche il capoluogo della provincia dello Hubei. Eppure Pechino ha saputo creare un ruolo ad hoc per questa megalopoli. Nel 2015, infatti, Wuhan era stata dichiarata una delle prime 16 “città spugna” presenti nel Paese.

Questo termine indica un tipo particolare di pianificazione urbanistica la cui conformazione appare efficace a ridurre il rischio di inondazioni e l’inquinamento idrico. Detto altrimenti, le cosiddette “sponge cities” fanno in modo di incamerare l’acqua, assorbendola e – dove possibile – recuperandola per destinarla a nuovi usi. L’obiettivo finale è quello di adottare innovative soluzioni di drenaggio, più efficienti rispetto alle tradizionali pratiche di canalizzazione.

La trasformazione di Wuhan in città spugna è fin qui consistita nell’attuazione di 228 progetti applicati a spazi pubblici, aree residenziali e scuole; fino a pochi mesi fa, prima dell’esplosione dell’emergenza coronavirus, erano stati adattati oltre 38,5 chilometri quadrati della megalopoli, con un costo di 11 miliardi di yuan.

Il compito di una “città spugna”

Facciamo un esempio più specifico. Nanganqu Park fino agli anni ’80 non era altro che una sporca fossa di drenaggio localizzata vicino a un’azienda siderurgica. Negli anni ’90 è diventato un parco mentre un anno fa è stato trasformato in un sito di spugne, con marciapiedi permeabili, giardini adatti ad accogliere la pioggia, erba verdissima, stagni artificiali e zone umide.

Tutto ciò ha uno scopo ben preciso: assorbire le piogge eccessive attraverso l’infiltrazione del suolo. Una volta scesa in profondità, l’acqua viene trattenuta in tunnel sotterranei e in appositi serbatoi di stoccaggio. Secondo il governo centrale, Wuhan avrebbe dovuto trattenere il 70% delle acque piovane entro il 2020.

Adesso il coronavirus ha mescolato le carte in tavola. Già, perché la bomba sanitaria, scoppiata proprio nel mercato ittico di Huanan, nel cuore del capoluogo dello Hubei, costringerà le autorità a rivedere i loro programmi. Anche perché al momento Wuhan è una città fantasma, le attività sono paralizzate e in giro non si vede anima viva. Prima di tornare ad assorbire acqua, il centro urbano deve necessariamente vincere la propria battaglia contro il coronavirus.