La nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen sta lentamente scoprendo le carte di quella che sarà la politica Ue dei prossimi anni.

Dopo un iniziale timido entusiasmo sulla sponda italiana rispetto a presunte concessione europee sulla flessibilità di bilancio, la situazione sembra oggi della tutto cambiata.

Nessuna deroga alla flessibilità per l’Italia

La nuova presidente della Commissione nonché ex ministro tedesco, Ursula von der Leyen, ha infatti ormai ufficialmente chiuso di fronte a qualsiasi richiesta di flessibilità da parte degli Stati europei. La manovra economica redatta dall’esecutivo italiano è dunque la naturale conseguenza di questa amara constatazione della realtà: la flessibilità non viene concessa evidentemente a seconda delle simpatie di governo. Le deroghe alle regole, come sempre avvenuto dal Trattato di Maastricht in poi, vengono concesse in base ad un principio molto semplice, ovvero quello dei rapporti di forza tra gli Stati membri.

È solo prendendo buona questa logica che si possono comprendere tutte le concessioni fatte negli ultimi anni a Stati come la Francia, per quel che riguarda gli sforamenti sul deficit, e alla Germania, per il surplus commerciale. In questo contesto, l’Italia continua a recitare un ruolo del tutto subalterno anche in prospettiva della nuova rivoluzione green che l’Unione europea intende affrontare nei prossimi anni.

La rivoluzione verde sarà a spese degli Stati membri

Ursula von der Leyen ha infatti definitivamente chiuso rispetto alla possibilità di scorporare gli investimenti per la tutela dell’ambiente dal calcolo del rapporto deficit/Pil per i Paese membri. “Da parte degli Stati la tentazione di fare del green washing, un ambientalismo di facciata. Già c’è sufficiente margine di manovra nel Patto a favore degli investimenti“, ha dichiarato la Presidente della Commissione Ue.

Una frase che arriva immediatamente dopo l’approvazione della risoluzione da parte del Parlamento europeo per dichiarare “l’emergenza climatica in Europa e nel mondo”. Tale risoluzione non è tuttavia solo un manifesto d’intenti, ma un testo che ha l’obiettivo di vincolare ulteriormente gli Stati membri nel “garantire che tutte le proposte legislative e di bilancio pertinenti siano pienamente in linea con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi”. Si tratta quindi di un ulteriore passo in avanti fatto a livello europeo per intraprendere una rivoluzione ambientale. Una decisione che sembrerebbe doverosa e lungimirante, non fosse che si sta delineando uno scenario piuttosto chiaro su chi debba caricarsi le spese di questa costosissima rivoluzione.

Scaricare i costi della rivoluzione verde sui ceti più deboli

L’alt di von Der Leyen rispetto alla possibilità di scorporare gli investimenti può infatti portare gli Stati verso un’unica via: finanziare la rivoluzione green attraverso l’aumento delle tasse. Una condizione che costringerebbe Paesi come l’Italia a scaricare sui redditi medio bassi il costo di questo cambiamento del vestito produttivo nazionale. Tale scelta è poi già ampiamento visibile e confermata proprio nella legge di bilancio italiana per il 2020, che prevede, tra le altre cose, l’introduzione della cosiddetta “plastic tax”.

Si tratta di un’imposta di circa 50 centesimi per ogni chilogrammo di plastica prodotto e che le aziende faranno naturalmente pesare sui prezzi finali destinati ai consumatori. Insomma, la rivoluzione verde in Italia peserà principalmente sui ceti più deboli, rischiando così di influenzare negativamente l’ottenimento stesso degli obiettivi fissati dalla risoluzione del Parlamento Ue. Un vero peccato, considerato che l’Italia, almeno finora, è stato Paese avanguardia in Europa per gli investimenti nella green economy.

L’Italia ha infatti il primo posto per le fonti rinnovabili, il riciclo dei rifiuti speciali, l’emissioni pro capite nei trasporti e nei prodotti agroalimentari certificati e il secondo posto per efficienza energetica, produttività delle risorse e agricoltura biologica. L’Italia in generale registra performance migliori di Francia e Germania in questo settore. Un virtuosismo destinato ad estinguersi se in sede Ue continuerà ad essere applicata la politica dei “due pesi e due misure” che permette la concessione di deroghe alle regole a seconda dei rapporti di forza vigenti.