Cesare Pavese diceva che la guerra non serve a niente, perché tutto resta come prima, tranne i morti. Il grande scrittore, purtroppo, dimenticava un’altra cosa che viene compromessa, spesso irrimediabilmente, dai conflitti, cioè l’ambiente.
Per quanto non manchino gli studi dedicati alle emissioni di gas serra provocate dal complesso militare, anche in tempo di pace, colpisce che i tanto propagandati accordi sul clima non si soffermino sul punto, trascurando il “contributo” dato alle predette emissioni proprio dal comparto bellico, stimato in una percentuale variabile tra l’1 e il 5% del totale.
Prima di proseguire una precisazione è doverosa: non vogliamo entrare nelle querelle dell’origine antropica del cambiamento climatico, questione sulla quale si registrano posizioni diverse all’interno della cosiddetta comunità scientifica, talvolta antitetiche. Il nostro obiettivo è quello di parlare dell’inquinamento provocato dall’industria degli armamenti, a prescindere dal loro impiego nella più devastante invenzione partorita dall’uomo: la guerra, che, per dirla con Winston Churchill, porta solo “sangue, fatica, lacrime e sudore”, il che rende il tutto ancora più inaccettabile.
Tornando all’impatto del settore bellico su ambiente e clima (e meteo) – concetti distinti, per quanto ci sia una certa tendenza a confonderli – è singolare notare come i diversi trattati internazionali stipulati negli ultimi decenni per prevenire e/o limitare, non se ne preoccupino più di tanto: come ricorda Elisa Palazzi, ricercatrice e docente presso la Facoltà di Fisica dell’Università di Torino, tutto quel che afferisce alle emissioni militari – in pace o in guerra (basti pensare che un aereo caccia può consumare fino a 16.000 litri di carburante l’ora!) – non rientra tra gli obblighi di comunicazione imposti dagli accordi. Le stesse intese siglate a Parigi nel 2015 (COP21), ricorda sempre la studiosa, contemplavano una mera facoltà in tal senso, ragion per cui i singoli Governi sono liberi di effettuare o meno tali comunicazioni, rendendo difficoltoso disporre di dati certi ed esaustivi circa il reale impatto delle attività militari su clima e ambiente.
Nello stesso contributo della professoressa Palazzi rinveniamo una citazione tratta da uno studio risalente ad alcuni anni fa, dove leggiamo che “… se la forza militare statunitense fosse uno Stato, sarebbe il quarantasettesimo per emissioni globali, che l’impronta di carbonio degli eserciti europei nel 2019 è stata equivalente a quella di 14 milioni di automobili, e che le emissioni dell’apparato militare italiano sono comprese tra uno e due milioni e mezzo di tonnellate all’anno, all’incirca quelle di una città come Torino”.
E non finisce qui, perché occorre tener conto anche dell’impatto del settore bellico su ecosistemi e biodiversità, senza contare il fenomeno delle cosiddette guerre climatiche.
In occasione della COP27, tenutasi a Sharm El Sheikh nel 2022, dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina, il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, paventò il rischio che l’escalation bellica potesse tradursi in un aumento dell’uso dei combustibili fossili, rischiando così di compromettere gli obiettivi fissati con la cosiddetta agenda sul clima, a iniziare dal contenimento dell’aumento della temperatura media globale a non più di due gradi centigradi entro la fine del secolo; obiettivo che il sesto rapporto dell’IPCC ritiene irrealistico.
La decisione degli stati aderenti all’Unione Europea di ridurre, sino a eliminare del tutto, la dipendenza energetica dalla Russia non ha raggiunto gli obiettivi che si erano stabiliti. Non solo l’oro blu russo continua ad affluire nel Vecchio Continente, per il tramite di escamotage o triangolazioni, ma la decisione di ricorrere, in sostituzione, al più inquinante (e costoso) gas proveniente dagli Stati Uniti si è tradotta da un lato in maggiori oneri per imprese e famiglie, rendendo meno competitivo il sistema europeo, ma soprattutto ha determinato, per sopperire a costi e penuria delle risorse, un maggior ricorso a combustibili fossili, responsabili secondo l’opinione che va per la maggiore delle emissioni che determinerebbero il cambiamento climatico.
In altre parole, si ha la sensazione che quel che è uscito dalla porta, stia rientrando dalla finestra, con l’effetto finale di incrementare emissioni nocive, sprigionate dall’anidride carbonica, a sua volta prodotta dall’impiego dei combustibili fossili.
Si potrebbe discutere anche di un migliore impiego delle limitate risorse disponibili, diverso da quello militare, ma qui apriremmo il classico vaso di Pandora: basterebbe ricordare quel che diceva Pablo Neruda: “le guerre sono fatte per gli interessi di persone che si conoscono, ma non si uccidono”, aggiungendo che quasi mai si tratta di persone che hanno figli o persone care inviate al fronte.
Se già in tempo di pace il comparto bellico provoca emissioni fortemente impattanti – pensiamo alle industrie, al trasporto di uomini e risorse, alle esercitazioni, e via dicendo – è quando si deflagra in conflitto aperto che si profilano gli scenari peggiori. Non volendo considerare, visto l’argomento trattato, la morte e/o la debilitazione psico fisica (spesso irreversibile) delle persone coinvolte, ci riferiamo alla distruzione di case, edifici, attività produttive, infrastrutture, che spesso – ove costruite secondo principi e/o materiali non a norma (pensiamo all’amianto) – possono sprigionare nell’esplosione emissioni nocive, senza contare quelle provocate dalle operazioni belliche. Un altro esempio ce lo offre la guerra in Vietnam, che vide la distruzione di aree boschive e centinaia di ettari di vegetazione: in vent’anni di conflitto si stima che, tra bombardamenti e sostanza chimiche sprigionate al suolo e nell’aria, siano andate perdute fino al 44 per cento delle foreste vietnamite. E lo stesso potrebbe dirsi per le guerre in Siria, Israele o nel Caucaso.
Inoltre, non è infrequente che nel corso dei conflitti, per compromettere l’accesso alle risorse da parte del nemico, a essere colpite siano proprio le infrastrutture deputate alla produzione e/o distribuzione di combustibili fossili (come raffinerie, oleodotti, etc.). Quando nel 1991 si combatté la prima guerra del Golfo, furono numerose ed estremamente impattanti le emissioni provocate da bombardamenti, esplosioni e incendi dei pozzi petroliferi, che oltretutto lasciarono dietro di sé rifiuti militari, mine antiuomo o sostanze chimiche pericolose, in zone spesso difficili da bonificare anche a distanza di molti anni. La Banca mondiale ha stimato che in Iraq fino al 47 percento delle foreste naturali potrebbe essere stato distrutto, mentre 2,4 milioni di ettari di terre sono state rese inutilizzabili a causa delle mine antiuomo.
Emissioni dirette a parte, abbiamo poi il problema, non meno grave, dei cosiddetti danni collaterali e indiretti. Fenomeni come deforestazione, perdita di infrastrutture, inquinamento di suolo, dell’aria e delle acque provocano spesso la morte o gravissimi problemi di salute a esseri umani, animali o specie vegetali, senza contare le gravissime crisi prodotte dall’arresto o dalla forte limitazione delle attività economiche e produttive, senza contare i servizi essenziali.
Le stesse missioni di pace, ammesso e non concesso che sia il nome più appropriato per l’impiego di uomini e mezzi militari, sono all’origine di ulteriori emissioni: pensiamo solo al trasporto delle risorse o alla creazione dei campi e delle strutture destinati a ospitare uomini e mezzi. E nonostante l’impegno per una loro riduzione da parte dell’Alto commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR), il problema persiste.
In ultima analisi, si torna sempre allo stesso copione. Finalità e obiettivi, sulla carta nobilissimi e condivisibili – come il rispetto dell’ambiente o la tutela della salute e incolumità fisica – si scontrano con interessi economici, tra i quali spicca quello del famoso complesso militare industriale. Quello statunitense ed europeo naturalmente, senza dimenticare però molte altre nazioni del cosiddetto sud globale. E quando vengono in gioco interessi del genere, i buoni propositi per la difesa dell’ambiente vengono prontamente accantonati.
Probabilmente nessuno dei titolari del potere decisionale ha mai letto, e/o compreso fino in fondo, La guerra spiegata ai poveri, di Ennio Flaiano. O, come appare più verosimile, non se ne curano. Nel dicembre 2022 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una serie di 27 principi per la protezione dell’ambiente in occasione di conflitti (prima, durante e dopo), ma non sarebbe la prima volta che i pronunciamenti di questo organismo restano solo sulla carta.
Dopotutto è il denaro che governa il mondo, resterebbe da capire chi governa il denaro.
E poi rimane l’ultimo interrogativo, forse quello più insidioso: siamo così sicuri che coloro che ci parlano di difesa dell’ambiente, emissioni zero, lotta contro il cambiamento climatico, e via dicendo, non siano gli stessi che finanziano l’industria bellica e le guerre?
Perché se così fosse, e il dubbio è legittimo, avremmo la sensazione di trovarci sul set di un film distopico.
FONTI
www.lescienze.it/news/2023/02/24/news/emissioni_dirette_indirette_gas_serra_guerra_militari_a-11417110/
www.nature.com/articles/d41586-022-03444-7
media.defense.gov/2021/Oct/21/2002877353/-1/-1/0/DOD-CLIMATE-RISK-ANALYSIS-FINAL.PDF
ceobs.org/how-does-war-contribute-to-climate-change/
www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Guerre_climatiche.html
watson.brown.edu/costsofwar/costs/social/environment
asvis.it/notizie/2-20203/ucraina-la-guerra-causa-inquinamento-e-danni-ambientali-
altreconomia.it/indagando-i-danni-ambientali-di-piu-di-un-secolo-di-guerre-e-conflitti/
blogs.worldbank.org/en/arabvoices/conflict-pollution-lessons-iraq#:~:text=Conflict%20pollution%20as%20it%20is,munitions%20in%20World%20War%20I.
legal.un.org/ilc/texts/instruments/english/draft_articles/8_7_2022.pdf