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La zanzara ronza lenta vicino all’orecchio. Un tempo avrei pensato a un fastidio estivo qualunque, ma oggi quel ronzio suona diverso. Non è più solo Culex pipiens, la comune zanzara notturna: in Italia è ormai il principale vettore del virus West Nile, una malattia che fino a pochi anni fa era considerata rara alle nostre latitudini.

I dati dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano che il West Nile, che può provocare febbre alta, dolori articolari e, nei casi più gravi, encefaliti potenzialmente mortali, si è diffuso stabilmente in diverse regioni italiane, con picchi nei mesi più caldi. L’aumento delle temperature e i cambiamenti nei cicli delle piogge hanno reso il nostro clima più favorevole alla sua trasmissione. E non è sola: al suo fianco arrivano la dengue, il chikungunya e il virus Zika, portati da nuove specie invasive.

Il caldo non porta solo nuove zanzare, porta anche nuove tensioni globali. Nel Donbass, il conflitto persiste e si delineano nuovi scenari di guerra. Era evidente, data la ricchezza di risorse e metalli strategici di quella regione. Donald Trump, nel frattempo, punta l’occhio sulla Groenlandia, magari da acquistare in modo trasparente a livello di diritto internazionale, una mossa per accaparrarsi le rotte artiche e le risorse minerarie liberate dallo scioglimento dei ghiacci.

L’Artico, un tempo impenetrabile, si apre oggi a nuovi traffici e nuove trivellazioni. Qui, petrolio, gas e terre rare attirano le mire di potenze che vedono nel riscaldamento globale non una catastrofe, ma un’occasione. Il cambiamento climatico diventa così un moltiplicatore di conflitti, innescando un’eco di guerre e rivalità che rischia di destabilizzare ulteriormente il pianeta.

Non sono solo i confini politici a cambiare. Cambia anche il nostro memoryscape, il paesaggio della memoria. Il suono della sera non è più quello dei grilli e delle cicale, ma il ronzio insistente delle zanzare, percepito come un segnale di pericolo. L’odore dell’estate è sempre meno quello dell’erba tagliata e sempre più quello di repellenti e citronella. Fiumi e laghi in secca, ridisegnano sponde fangose e screpolate. Trombe d’aria sui litorali portano in cielo ombrelloni e accendono nuovi timori.

Quando un virus tropicale si insedia nel quartiere in cui sei cresciuto, o certi eventi climatici arrivano a battere sui tuoi vetri, non muta solo la nostra percezione del rischio sanitario: cambia anche il nostro legame emotivo con quel luogo. Il cambiamento climatico non si limita a riscrivere le mappe geografiche: cancella, ridefinisce e sostituisce i paesaggi della memoria.

Arriva così un dolore emotivo che è stato definito ‘solastalgia’. Un termine che unisce “solace” (conforto) e “nostalgia”. Diversamente dalla nostalgia, riguarda un presente che sta svanendo sotto i nostri occhi.

Lascio queste riflessioni notturne. Ormai è mattina. Sul treno, accanto a me, c’è una ragazza con una borraccia e un libro che conosco perché ne sono incredibilmente l’autore. Una coincidenza che mi onora: in fondo, si scrive per lasciare un messaggio, e sapere che questo sia arrivato nelle mani di una giovane generazione, sensibile alle questioni ambientali, non può che riempirmi di soddisfazione.Nel testo parlo proprio del paesaggio fisico e sonoro che stiamo perdendo, l’ho definito memoryscape. Mi confida che non riesce più a dormire la notte: le notizie sui nuovi virus, le guerre, l’inquinamento ambientale e alimentare che ha fatto ammalare molte persone a lei care. Dice che ha paura di fare figli, paura di pianificare.

L’eco-ansia, d’altronde, cresce quando si comprende che il riscaldamento globale non è solo un problema di “qualche grado in più”: significa nuovi virus che arrivano in casa nostra, insicurezza alimentare, conflitti per risorse strategiche e luoghi familiari che smettono di essere tali.

Raccontare queste trasformazioni è il primo passo per affrontarle. Dare un nome alla solastalgia, riconoscere il proprio memoryscape e condividere queste esperienze può diventare una forma di resilienza collettiva. Perché la battaglia contro il cambiamento climatico non è solo nei laboratori o nei negoziati internazionali: si combatte anche dentro di noi, nei paesaggi emotivi che vogliamo salvare.

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