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Ambiente

Valerio Nicolosi: “Da Gaza all’Etiopia, la mia mappa di un pianeta e dei popoli minacciati dall’ecocidio”

Valerio Nicolosi: "Israele vuole annientare Gaza anche attraverso l'ecocidio: una distruzione indiscriminata del pianeta".

In un’epoca d’instabilità sociale, politica, economica e climatica come quella che stiamo attraversando, è possibile tracciare una linea di connessione tra i contesti di guerra, la crisi ambientale e l’avanzamento del capitalismo? È possibile leggere il genocidio di Gaza, le alluvioni in Emilia-Romagna o la siccità estrema in Etiopia come manifestazioni di una stessa crisi globale? E quali responsabilità hanno la politica e il modello economico dominante nel progressivo deterioramento dell’ambiente e nell’acuirsi delle disuguaglianze sociali?

Sono questi alcuni dei temi centrali all’interno di Ecoguerra. Mappa di un pianeta sotto assedio (Il Millimetro, 2026), l’ultimo libro-reportage del giornalista e documentarista Valerio Nicolosi. Da anni impegnato nel racconto di conflitti, migrazioni e crisi umanitarie, Nicolosi ha documentato alcuni dei principali scenari di guerra e delle grandi trasformazioni del nostro tempo, collaborando, tra gli altri, con Rai e Mediaset, Reuters e Ansa fino al suo podcast Scanner, realizzato con Fanpage.it in cui racconta quotidianamente l’attualità. “Israele vuole annientare il popolo palestinese e lo fa anche attraverso l’ecocidio a Gaza, un’idea di distruzione indiscriminata di una popolazione e del pianeta”, ha raccontato nel corso della nostra intervista, attraverso un dialogo ampio sulla criticità del modello di sviluppo economico occidentale odierno, fino al declino degli Stati Uniti e della loro egemonia, sotto l’amministrazione di Trump.

Recentemente è stato pubblicato il tuo libro-reportage Ecoguerra: com’è nata l’idea per realizzarlo? Che ispirazione c’è dietro a questo titolo così profondamente, e supponiamo volutamente, evocativo?

“Questo libro nasce da una necessità: sono sempre stato molto sensibile al tema ambientale, ho seguito i movimenti di Fridays for Future, di Extinction Rebellion ma ero attento alla questione anche prima. Poi, cinque anni, fa è nato mio figlio e questo ha inevitabilmente allungato la mia prospettiva sul futuro, perché con un figlio non pensi più al futuro prendendo in considerazione solo la tua pelle e la tua vita, ma inizi a farlo pensando alla sua. E per questo però, mi sono allarmato ancora di più.

Gli effetti della crisi climatica, oggi, sono sempre più evidenti: ho seguito e raccontato come inviato le due grandi alluvioni in Emilia-Romagna, sono stato in Etiopia e il libro si apre proprio col reportage dalla regione di Borena. Lì ho visto coi miei occhi la ‘forbice dell’acqua’: la quantità d’acqua che cade ogni anno è sostanzialmente sempre la stessa, ma il problema è che cade tutta da una parte e non cade affatto dall’altra. Ho sentito il bisogno di mettere insieme tutti questi lavori.

Il libro si chiama Ecoguerra perché mi sono occupato e mi occupo anche di guerra, ma allo stesso tempo dico sempre una cosa: sotto le bombe, in qualche modo, ci si abitua a vivere. Può sembrare assurdo, ma in Ucraina, in Cisgiordania o a Gaza dove sono stato, esisteva comunque una forma di ‘quotidianità’, nonostante tutto. Mentre senz’acqua, oppure durante un’alluvione, quella quotidianità semplicemente scompare. Sei anni di siccità, come quelli che ho visto nella regione etiope di Borena, sono molto peggio di una guerra. Da qui nasce l’idea: una guerra che l’umanità ha dichiarato al pianeta e alla quale il pianeta, inevitabilmente, sta rispondendo.”

A proposito del capitolo dedicato a Borena, nel Sud dell’Etiopia: qui racconti come in quella regione non piova da oltre sei anni, un tempo in cui la siccità ha “ucciso l’80% del bestiame e quasi ogni forma di vita vegetale”. È un immaginario e un contesto molto lontano da noi, eppure è assurdo e tremendamente allarmante, proprio ora che l’attenzione sulla crisi climatica è aumentata anche qui, con le forti ondate di calore di queste ultime settimane. Un po’ come fosse il segnale di qualcosa di molto più grande a livello ambientale e non solo. Cosa ti ha colpito di più di quell’esperienza?

“Ho camminato sui letti dei laghi e dei fiumi in secca. È stata una sensazione pazzesca, inimmaginabile. I primi fiumi che ho visto non sembravano nemmeno fiumi: erano talmente secchi, che hanno dovuto spiegarmi che si trattava di quelli che una volta erano fiumi. Per me erano semplicemente pezzi di terra arida, identici a tutto il resto che ci circondava. Invece una volta erano stati fiumi importanti. È un fenomeno che non si può descrivere. Paolo Virzì ha fatto un film su questo tema: Siccità, dove immagina un contesto contemporaneo, ma anche distopico, ovvero una Roma in cui non piove da due anni. Ecco, provate a immaginare cosa significhi, nella realtà, vivere sei o sette anni senza pioggia, non in città come nel film, ma in un contesto di agro-pastorizia seminomade, di estrema povertà, dove le persone vivono di allevamento e di sussistenza. Quelle persone hanno perso tutto. Per questo dico che, paradossalmente, è meglio la guerra della siccità.”

Sin dalle primissime righe del libro, già dalla prefazione, a cura di Cristiano Godano, leggiamo: “Appare sempre più chiaro a molte persone che il capitalismo è una specie di gigantesca gabbia in cui l’umanità è fatta convogliare, sedata, abbindolata, raggirata da una narrazione totalmente fraudolenta che invita a credere che c’è posto per tutti con la propria libera iniziativa.” Dal tuo punto di vista, in che modo il capitalismo occidentale – e non solo – è responsabile della crisi climatica, ambientale, sociale e politica che stiamo attraversando?

“Mark Fisher diceva che è più facile immaginare la fine del pianeta che la fine del capitalismo. Il capitalismo è il problema, non c’è molto altro da discutere. Perché è proprio un modello di sviluppo che prevede lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente. Stiamo andando verso una sorta di tecnofeudalesimo, in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e arrivano perfino a immaginare – quasi come fossimo in un romanzo di fantascienza – di trovare un altro pianeta su cui trasferirsi quando questo non sarà più abitabile. Naturalmente è un’idea di pochi, solo dei più ricchi. Nel frattempo, però, continuano a sfruttare tutto ciò che questo pianeta può offrire, a discapito del restante 99% della popolazione. Lo stiamo vivendo sulla nostra pelle.

Le ondate di calore colpiscono direttamente e in modo particolare alcune categorie di lavoratori: rider, operai, persone che devono prendere i mezzi pubblici nelle ore più calde della giornata, che rischiano di sentirsi male quotidianamente. Nel frattempo, i più ricchi hanno una casa al mare, una in montagna, un appartamento di quattrocento metri quadrati con aria condizionata… A loro la crisi climatica non tange nel quotidiano, perché ci riguarda tutti, ma come in tutte le situazioni critiche, non siamo tutti sulla stessa barca: c’è chi è su uno yacht e chi, invece, è su un barcone che prova ad attraversare il Mediterraneo. Perché chi scappa dalla siccità, dalla fame e dagli effetti della crisi climatica si imbarca anche sui barconi.

In questa crisi climatica più andiamo avanti, più a essere colpiti saranno i poveri. Non c’è possibilità di cambiare la situazione, se non cambiando il modello di sviluppo con interventi mirati sul territorio: una patrimoniale per i più ricchi, una riduzione dell’asfalto, aumentare il verde pubblico e ridistribuire la ricchezza. Solo così si può iniziare a rispondere a questa macro-crisi.”

Nel tuo reportage ti sei spostato in contesti molto diversi: in Italia, passando dalle Alpi, dalla Pianura Padana fino all’Emilia Romagna, ma anche fuori, in Etiopia, come abbiamo accennato, fino a Gaza, dove sei stato in passato. Pensando alla Striscia di Gaza oggi, ovviamente, il primo pensiero non va alla crisi climatica, quanto piuttosto alla sua completa distruzione, causata dall’offensiva militare israeliana. C’è però un concetto preciso che tu evochi, quello dell’“ecocidio”. In che modo si manifesta?

“Ho scelto di inserire l’ecocidio di Gaza in questo libro non perché sia direttamente e strettamente legato alla crisi climatica, ma perché è la rappresentazione, a mio avviso, di quell’idea di distruzione indiscriminata, a piacimento, del pianeta e di una popolazione. Israele vuole annientare il popolo palestinese e lo fa anche attraverso l’ecocidio: ovvero rendendo inospitale quel territorio per decenni. Altro che la “New Gaza” immaginata da Trump. 

Da un lato c’è l’enorme quantità di bombe che sono state sganciate, con tutti i metalli pesanti e le sostanze tossiche che hanno contaminato un territorio microscopico come quello della Striscia. Dall’altro, ci sono le tonnellate di macerie: se si iniziasse oggi a rimuoverle, servirebbero circa trent’anni per eliminarle completamente. Questo è emblematico: l’idea che la Terra sia ad uso esclusivo di qualcuno. In questo caso qualcuno che vuole eliminare un’altra popolazione. Non vi è alcun rispetto della Terra come un qualcosa di tutti, come ‘Terra madre’.

Faccio un volo pindarico, ma in passato io sono stato anche in Chiapas e ho vissuto per un periodo all’interno di una famiglia zapatista. La cultura maya mette la Terra al centro di tutto: il rispetto della terra è il fondamento della loro visione del mondo. Ed è una prospettiva dalla quale avremmo molto da imparare, perché cambierebbe radicalmente il nostro rapporto con il pianeta. Noi, invece, non ci limitiamo a prendere ciò che ci serve, lasciando la Terra nelle stesse condizioni per chi verrà dopo di noi. Noi cerchiamo di prendere tutto quello che possiamo, senza limiti”.

Alluvione in Emilia-Romagna, 2023

Negli ultimi anni l’attenzione e la sensibilità dell’opinione pubblica sulle problematiche legate al clima e all’ambiente è aumentata molto, ma esistono ancora i cosiddetti “negazionisti”, che tu citi anche nel libro. Spesso appartengono a una classe politica o economica più privilegiata. Come reporter, ma anche come cittadino, come risponderesti a chi continua, ancora oggi, a negare l’esistenza della crisi climatica?

È difficile. Da un lato potremmo limitarci a usare i dati, che sono incontrovertibili. Ma spesso i numeri, da soli, finiscono per allontanare le persone invece di coinvolgerle. Credo sia necessario raccontare con chiarezza ciò che sta accadendo: le nostre città tra trenta o quarant’anni non saranno più le stesse e rischiano di non essere più vivibili. Oggi circa il 50% della popolazione mondiale vive nelle aree urbane e nel giro di trent’anni questa percentuale salirà al 75%. Ci saranno sempre più persone concentrate nelle metropoli, che però diventeranno sempre più inospitali. Io parlerei, per esempio, dello scioglimento dei ghiacciai, spiegando cosa comporta: non è un problema che riguarda soltanto gli alpinisti o gli appassionati di montagna. Se le Alpi perderanno la quasi totalità, il 97%, dei loro ghiacciai, perderemo una delle nostre principali riserve d’acqua e il clima cambierà radicalmente anche nelle aree sottostanti. È questo che dobbiamo spiegare alle persone, non stiamo parlando di un film di fantascienza. Non possiamo comportarci come nel film Don’t Look Up, continuando a negare la realtà fino all’ultimo momento.”

Tornando alla situazione in Medio Oriente, rispetto alla tua esperienza come reporter, osservando la distruzione di Gaza, dove ormai, sappiamo, mancano tutti i tipi di beni di prima necessità, e dove, nonostante i cosiddetti “Cessate il fuoco” ci sono continui attacchi da parte dell’IDF, così come ce ne sono anche in Cisgiordania e in Libano, come vedi l’evoluzione di questo conflitto, ammesso che di conflitto si possa parlare, nel prossimo futuro?

“Io non parlerei di guerra, quello che è in corso è un genocidio, e temo che andrà avanti nell’indifferenza pressoché totale della comunità internazionale, fino al raggiungimento di un preciso obiettivo politico: un’Israele ‘dal fiume al mare’. So che è una visione pessimista, per questo attingo alle parole delle mie amiche e dei miei amici palestinesi. Loro mi ripetono sempre che tutte le occupazioni, nella storia, prima o poi sono finite. E sono convinti che finirà anche questa. Come accadrà, nessuno lo sa. Alcuni mi dicono: ‘Per noi andrebbe bene anche uno Stato unico, purché ci vengano riconosciuti gli stessi diritti per tutti, il diritto di voto per tutti. A quel punto, come popolazione alla pari, proveremmo a convivere in pace’. Altri, invece, sostengono che riusciranno a riprendersi Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est come territori palestinesi. Non so come finirà, ma, cercando di essere ottimista, come lo sono i palestinesi, quell’occupazione prima o poi finirà, esattamente come tutte le altre.”

Secondo te, a cosa è dovuta la nostra passività, come Unione Europea e come Stati occidentali, nei confronti della causa palestinese? Al di là delle dichiarazioni di principio, non si sono quasi mai visti interventi concreti di sostegno da parte delle istituzioni europee in questi anni

Un bambino tra le macerie di Gaza, giugno 2026

“Le ragioni sono principalmente due. La prima è una responsabilità storica che pesa ancora oggi, soprattutto su Paesi come l’Italia e la Germania. Non è un caso che siano stati proprio questi due governi a opporsi alle sanzioni e alla sospensione dell’accordo di associazione tra Israele e l’Unione Europea. È una responsabilità storica che continua a pesare sulle scelte politiche.

La seconda riguarda gli interessi economici, tecnologici e militari. Noi abbiamo messo la nostra sicurezza nelle mani di società israeliane, che spesso sono aziende private fondate da ex alti ufficiali dell’IDF, da ex membri dell’intelligence o ex esponenti politici. Si tratta di realtà strettamente collegate allo Stato israeliano, anche perché il governo investe direttamente in molte di queste aziende.

Prendiamo il caso di Paragon. Il giornale per cui lavoro, Fanpage.it, è stato spiato attraverso questo software. Ancora oggi non sappiamo chi abbia autorizzato quell’operazione, perché il Governo continua a non dircelo, anche se dovrebbe esserne perfettamente a conoscenza. Paragon è una società israeliana: gli israeliani sanno chi ha utilizzato quel sistema, mentre il Governo italiano continua a non fornire risposte. Questo episodio dimostra quanto la nostra sicurezza sia stata delegata e, di conseguenza, quanto siamo ricattabili.”

Prima hai citato Donald Trump. Se guardiamo all’attualità, gli Stati Uniti continuano a essere coinvolti in numerosi scenari di tensione internazionale proprio in Medio Oriente, tra cui il conflitto, assieme a Israele, contro l’Iran. Allo stesso tempo Washington, nell’ultimo anno, si è progressivamente sfilata da diversi accordi internazionali, non solo in materia di conflitti, ma anche sul fronte climatico, a partire dal Protocollo di Kyoto del 1997, l’Accordo di Parigi del 2015, fino all’annullamento di qualsiasi principio del diritto internazionale. Come se non ci fossero più regole di alcun tipo. Come immagini il ruolo degli Stati Uniti e l’egemonia statunitense in questo scenario, nel prossimo futuro?

Gli Stati Uniti sono un impero. E gli imperi, quando entrano in fase del declino, diventano più aggressivi. Trump è l’espressione di questa aggressività e di questo declino. Sta cercando di arrestarlo, ma ormai è un declino strutturale. Lo fa cercando di riportare la produzione industriale negli Stati Uniti – pochi giorni fa annunciava, ad esempio, che Toyota produrrà nuove automobili sul territorio americano – e lo fa anche vendendo a noi armi. E noi europei, purtroppo, stiamo cadendo in questa logica. Non so quanto a lungo gli Stati Uniti riusciranno a mantenere la loro posizione dominante. Rimangono una potenza enorme, ma sono anche un impero in evidente declino.”

E come s’inserisce la Cina in questo declino?

“La Cina è in forte ascesa. Pechino, però, ha un problema militare che gli Stati Uniti non hanno: non ha mai combattuto una guerra in tempi recenti. Possiede un esercito importante, ma è un esercito che recentemente è stato interessato anche da profonde epurazioni interne. Di conseguenza, nessuno sa davvero quale sarebbe la sua capacità di affrontare un conflitto su larga scala. Per questo motivo, credo che la Cina continuerà a seguire la strategia che ha adottato finora: osservare gli equilibri internazionali, investire sul commercio, rafforzare i rapporti bilaterali e consolidare la propria influenza economica. Quanto all’Europa, penso che dovrà prima o poi prendere atto che gli Stati Uniti, con Trump, non avranno più il ruolo che hanno avuto fino ad oggi. E questa trasformazione finirà probabilmente per accelerare ulteriormente il declino della leadership americana.”

Restando sulla Cina, ma anche su alcune riflessioni sviluppate nel tuo libro: tra le questioni legate alla crisi climatica c’è anche l’inquinamento prodotto dall’industria. Per anni si è parlato di delocalizzazione: molti Paesi occidentali hanno spostato la produzione all’estero, soprattutto per ridurre i costi. Oggi, però, ci troviamo davanti a un paradosso. Gran parte della produzione industriale mondiale è concentrata proprio in Paesi come la Cina o del Sud-est asiatico, che sono diventati il motore di interi settori, dal tessile all’elettronica. Allo stesso tempo, però, questi Paesi sono accusati di essere i maggiori responsabili dell’inquinamento globale, anche se producono beni, spesso destinati proprio ai mercati occidentali. Come interpreti questo paradosso? È possibile uscirne?

“La domanda ci riporta esattamente al punto da cui siamo partiti: il modello di sviluppo. Finché continueremo a comportarci come se le risorse del pianeta fossero infinite, pur sapendo che non lo sono, continueremo a riprodurre questo stesso meccanismo. È vero: in Europa abbiamo introdotto una serie di normative per ridurre l’inquinamento, limitare l’uso dei combustibili fossili e contenere le emissioni. Allo stesso tempo, però, abbiamo trasferito gran parte della produzione industriale altrove. La Cina rappresenta bene questa contraddizione. È il Paese che oggi investe di più nelle energie rinnovabili ma, contemporaneamente, è anche uno dei maggiori emettitori di gas serra. Se però si osservano i dati sulle emissioni pro capite, il quadro cambia: sono inferiori, ad esempio, a quelle degli Stati Uniti.

Il problema è che noi abbiamo completamente delegato la nostra produzione industriale. Lo abbiamo fatto perché conveniva economicamente: conveniva ai grandi gruppi industriali, conveniva ai proprietari delle aziende, conveniva a chi poteva produrre a costi molto più bassi. In molti casi mancavano normative ambientali rigorose e questo ha reso ancora più conveniente spostare la produzione all’estero, senza dover investire in tecnologie meno inquinanti. Oggi, però, non possiamo limitarci ad accusare quei Paesi di essere i principali responsabili dell’inquinamento, dimenticando che siamo stati noi a trasferire lì le nostre fabbriche e una parte consistente della nostra produzione. Alla fine, il nodo resta sempre lo stesso: il problema continua a essere il capitalismo.”

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