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La decisione del Presidente statunitense Donald Trump di avviare il ritiro di Washington dall’accordo sul clima siglato a Parigi a fine 2015, per quanto attesa da lungo tempo, ha suscitato reazioni decisamente contrastanti nel mondo politico ed economico del Paese. Sul fronte favorevole all’uscita o alla rinegoziazione del trattato sul clima si è schierata un’eterogenea coalizione riunente al suo interno numerose frange del Partito Repubblicano e alcuni membri di spicco dell’entourage del Presidente; un gruppo di 22 senatori repubblicani, guidati dal leader della maggioranza Mitch McConnell, ha presentato una lettera contenente un aperto sostegno all’uscita dall’accordo di Parigi, mentre al tempo stesso in seno all’amministrazione hanno avuto un peso decisivo le opinioni del Chief Strategist della Casa Bianca Steve Bannon, che in questo caso ha ottenuto un notevole successo dopo aver subito diversi scacchi, e del direttore-rottamatore dell’Environmental Protection Agency Scott Pruitt, il cui incontro di martedì 30 maggio con Trump potrebbe aver impresso un accelerazione decisiva alla decisione del Presidente. Grande soddisfacimento è stato espresso dal principale think tank negazionista del cambiamento climatico, l’Heartland Institute indicato da Naomi Klein, giornalista ed economista canadese, come uno dei maggiori centri di lobbismo contro lo sviluppo del settore delle energie rinnovabili.Al tempo stesso, fortemente contrari all’uscita degli Stati Uniti dal risultato dei negoziati di Parigi si sono dichiarati numerosi esponenti democratici, con in testa l’ex candidato alla nomination democratica Bernie Sanders, il quale ha stigmatizzato la decisione di Trump di recedere dall’accordo di Parigi definendola una “disgrazia internazionale“.  Nel vasto e frastagliato fronte favorevole al mantenimento di Washington nel consesso dell’accordo climatico sono racchiusi anche membri dell’entourage di Trump e della stessa amministrazione, come la first daughter Ivanka e il Segretario di Stato Rex Tillerson.Proprio l’opposizione di Tillerson è significativa per comprendere un’importante dinamica che sta coinvolgendo la politica e l’economia americana negli ultimi anni: la netta presa di posizione a favore dell’accordo di Parigi del leader della diplomazia statunitense, infatti, è ancora più rimarchevole se si considera che Tillerson è stato a lungo CEO di ExxonMobil, gigante dell’industria petrolifera. Se il mondo della politica vede un nocciolo duro di esponenti repubblicani compattati attorno a Trump, in campo economico la bilancia tra i sostenitori e gli oppositori dell’accordo di Parigi pende notevolmente a favore dei primi sotto il peso del consenso accordatogli dalla stessa ExxonMobil, dalla BP e dalla Shell, colossi che non sostengono la transizione a fonti di energia meno inquinanti per sensibilità ambientale, ma sono altresì motivate da precise ragioni di business. Da un lato, infatti, essi sono decisi a contrastare l’appoggio dato da Trump all’industria del carbone, già in perenne e costante declino, come sottolineato da Jared Diamond nel suo saggio Collasso, mentre dall’altro non vogliono farsi sfuggire l’opportunità di sfruttare le profittevoli opportunità concesse dalla transizione energetica.Anche i rappresentanti di potentati economici più vicini all’amministrazione nei primi mesi seguiti al suo insediamento hanno manifestato insofferenza per la decisione del Presidente: Elon Musk, CEO di Tesla, e Robert Iger, CEO di Disney, hanno infatti minacciato di lasciare il loro ruolo di consiglieri economici della Casa Bianca, mentre al tempo stesso anche il leader di Goldman Sachs Lloyd Blankfein si è unito al coro dei critici, come riportato da Steven Mufson del Washington Post.Molto interessanti, infine, sono le risposte concrete attivate, prima e dopo gli annunci dell’amministrazione, da numerose collettività territoriali statunitensi per implementare autonomi programmi di sviluppo di energie rinnovabili indipendentemente dalle preferenze del governo centrale: lo stesso Mufson, ad esempio, ha segnalato l’iniziativa del Governatore di New York, l’italo-americano Andrew Cuomo, il quale ha annunciato investimenti pari a circa 1,5 miliardi di dollari entro il 2020 in un importante piano statale volto a incentivare la transizione energetica, a stimolare l’aumento dell’efficienza nei rifornimenti e a creare circa 40.000 posti di lavoro. Al tempo stesso, il Senato della California ha approvato una misura che impegna il governo del più popoloso Stato dell’Unione a perseguire politiche energetiche volte a garantire attraverso fonti rinnovabili il 60% del fabbisogno complessivo entro il 2030 e il 100% entro il 2045. La battaglia sul clima, negli Stati Uniti, è appena agli inizi: tuttavia, l’ampia cornice di dissenso che si è venuta a creare attorno alla decisione di Trump potrebbe risultare decisiva nel contenimento degli effetti prodotti dal disconoscimento dei risultati della conferenza climatica di Parigi del 2015.





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