Global warming, riscaldamento globale. Due parole che nell’immaginario collettivo dell’uomo del terzo millennio dipingono scenari apocalittici come nella migliore delle tradizioni del cinema catastrofico hollywoodiano. Non siamo qui oggi a discutere se l’attività antropica sia l’unico fattore scatenante questo tipo di cambiamento nel clima della Terra: la comunità scientifica da anni è allineata in massima parte con questa tesi salvo qualche “eretico” che ritiene il peso dell’uomo molto minore rispetto ad altri fattori (attività solare, cicli orbitali ecc ecc), e questo basterebbe ad aprire una lunga parentesi filosofica su quanto l’essere umano si consideri “al centro dell’universo” sia nel bene sia nel male, ma, come si diceva, non è questa la sede. Chissà. Anche Alfred Wegener, che nel 1912 formulò la teoria della deriva dei continenti oggi assunta come principio delle scienze geologiche, era un “eretico” che andava contro al pensiero della maggior parte della comunità scientifica di allora (e da essa veniva ostracizzato).

Quello che ci interessa è analizzare le implicazioni paventate dalla politica internazionale che da anni si è attivata per cercare di “porre un freno” – ammesso che sia davvero possibile – a questi cambiamenti climatici.

A Milano in questi giorni si sta tenendo il G7 dei ministri della Salute e tra i vari argomenti è stato discusso anche il rapporto Lancet Countdown che prevede un miliardo di profughi climatici entro il 2050. Migrazioni che, secondo altri documenti come quello di Oxfam International, sarebbero già in atto: tra gennaio e settembre di quest’anno circa 15 milioni di persone – di cui 14 milioni a basso reddito – sono dovute fuggire dalle proprie case per mettersi al riparo da un evento meteorologico estremo.

Qui occorre aprire una parentesi che la vulgata – anche giornalistica – dimentica: il meteo non è il clima.
Eventi meteorologici estremi sono da sempre esistiti nel record della storia umana anche prima che si cominciasse a misurare temperature e precipitazioni sistematicamente. Facciamo un esempio di casa nostra: trombe d’aria, nubifragi, alluvioni lampo – le cosiddette “bombe d’acqua”, termine aberrante – grandinate ed altri fenomeni temporaleschi più o meno catastrofici appartengono da sempre al clima italiano ed in particolare lombardo. A dirlo non è il solito “laureato su Facebook” ma il prestigioso Centro Meteo Lombardo che qualche mese fa, sull’onda emotiva scatenata ad arte dalla stampa in merito ai nubifragi che colpirono la Lombardia, precisò che “esistono testi storici che documentano – con tanto di data e località – gli eventi meteorologici più severi dei secoli passati, alcuni addirittura risalenti all’epoca romana. Fino a pochi decenni fa, morte e distruzione su larga scala erano condizioni necessarie affinché ne fosse tramandata memoria ai posteri. Vale a dire: un quartiere allagato o un alpeggio franato, magari con perdita di solo bestiame con al più qualche pastore, erano episodi che non balzavano nemmeno alle cronache di paese”. Esiste un problema quindi di visibilità mediatica che aumenta la percezione di un evento, sino a portarlo all’estremo facendolo considerare un problema vitale. La casistica di eventi meteo catastrofici, così come riportata dagli esperti del Cml, è ricchissima di singoli episodi che, se avvenissero oggi, causerebbero “disgrazie inimmaginabili”.

“Una rondine non fa primavera” si dirà riferendosi al caso italiano e della Lombardia, ma in questo caso anche il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), il prestigioso istituto americano di ricerca sul clima e gli oceani, riferisce che il numero dei tornado violenti (>EF3) che hanno colpito gli Usa annualmente dal dopoguerra ad oggi evidenzia una lieve tendenza al calo delle frequenze. La stessa World Meteorological Organization (WMO), in un suo documento dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dal titolo “Managing the risks of extreme events and disasters to advance climate change adaptation. Summary for policymakers”, ammette che c’è comunque relativa debolezza e scarsa evidenza su scala mondiale per quanto riguarda statistiche di lungo periodo che mostrino aumenti d’intensità o frequenza degli eventi estremi.

Questo cosa significa? Cosa è cambiato? Fermo restando che lo spostamento delle popolazioni sia un dato di fatto, e considerando che la stragrande maggioranza provenga da paesi sottosviluppati o comunque con economie arretrate, questo modello di migrazioni climatiche fa un po’ “acqua” – scusate il gioco di parole – da tutte le parti. Se possiamo dare per certo che un’improvvisa siccità costringa la popolazione a spostarsi dalle campagne alle città – quindi una migrazione interna – come avvenuto ad esempio per la Siria, resta meno evidente il perché una alluvione o un nubifragio dovrebbe costringere milioni, anzi centinaia di milioni, di persone a migrare da uno Stato ad un altro avendo come meta l’Europa. L’Italia è un Paese a forte rischio idrogelogico e lo è sempre stato, eppure la migrazione di migliaia di italiani verso le americhe o verso il nord Europa non è stata motivata dagli eventi meteorologici estremi – che abbiamo dimostrato essere una costante nella storia –  bensì da fattori economici; inoltre i vari rapporti evidenziano come queste presunte motivazioni “climatiche” riguardino quasi esclusivamente il continente africano, con qualche eccezione data dall’Asia (Bangladesh, Nepal) e dall’Oceania (Fiji). Forse quindi l’Europa e le americhe sono immuni dai cambiamenti climatici? Non è forse vero che cicloni e tempeste tropicali spazzano con la stessa intensità il Golfo del Messico ed i Caraibi?

Qual è quindi il vero fattore accomunante queste ondate migratorie? Ancora una volta risulta essere la ricerca di uno stile di vita migliore. Certo una frana o un’alluvione possono dare l’impulso acciocchè una persona possa definitivamente prender e la decisione di abbandonare la propria terra, come accaduto anche in Europa nel XIX secolo quando un’eruzione di un vulcano in Indonesia (il Tambora) provocò un abbassamento delle temperature globali  – il 1816 viene ricordato come l’anno senza estate – che fu il colpo di grazia per quelle fasce di popolazione che già erano state colpite dalla carestia procurata dalle guerre napoleoniche, spingendole quindi a migrare verso il continente americano. Ancora una volta però, il cambiamento climatico fu una concausa, non la causa principale.
A ben vedere lo stesso clima terrestre in quel periodo stava cambiando. Il nostro pianeta infatti stava lentamente uscendo da quella che viene chiamata “la piccola era glaciale” durata tra il 1300 ed il 1800: gli ultimi insediamenti dei Vichingi in Groenlandia – che si chiama “Greenland” cioè terra verde – prima che arrivassero i ghiacci sono datati 1406 e nel 1469 cessa la produzione di vino in Inghilterra, sintomo del raffreddamento terrestre. Piccola era glaciale che seguì un periodo molto caldo per la Terra cominciato nel 900. Insomma ciclicamente il clima terrestre si modifica alternando periodi caldi a freddi con picchi di “calura” (o gelo) anche molto lunghi per la scala temporale umana.

La ricerca scientifica ci spiega che un aumento di gas serra, di cui l’anidride carbonica è solo uno dei componenti e nemmeno il più incisivo rispetto ad esempio al metano, aumenta la temperatura media del pianeta e che questo aumento di CO2 ha una ben precisa impronta umana perché il carbonio che lo compone è di natura fossile (questioni isotopiche). E’ sufficiente per dire che l’uomo sta cambiando il clima della Terra? Forse, non ci interessa. Quello che ci interessa è che la politica internazionale al G7 milanese parla di migrazioni apocalittiche e cerca di porre un freno a questo fenomeno proponendo una drastica riduzione delle emissioni e un progetto di “sviluppo sostenibile” per i Paesi più arretrati e per quelli che stanno diventando delle potenze economiche mondiali. C’è solo un problema. “Sviluppo sostenibile” è da considerarsi un ossimoro: se c’è vero sviluppo non ci può essere sostenibilità e viceversa, ed il Pil della Cina con tutte le sue problematiche di natura ambientale (o dell’India) è lì a dimostrarlo.