A guardarla dall’alto, la pianta di Ulan Bator assume le sembianze di una gigantesca piovra. Dalle zone centrali della capitale mongola, quelle in cui dominano grattacieli e torri sovietiche ormai fatiscenti, si estendono come dei tentacoli chilometri e chilometri lineari di zone periferiche che si arrampicano letteralmente sulle colline circostanti. Sono quartieri popolari sorti nel giro di una decina d’anni al di sopra della steppa, abitati da centinaia di migliaia di pastori nomadi emigrati a ridosso della Capitale con tutto ciò che possedevano: qualche mobile fatto a mano, dipinti decorati di giallo e arancione, legno per costruire la yurta, la tipica abitazione d’origine kazaka che in Mongolia chiamano ger, casa. La porta della tenda è esposta a sud per mantenere il calore, mentre gli ospiti si accomodano nel lato occidentale, il posto d’onore. Qui, tra una zuppa di carne di montone, vodka e airag (latte di giumenta fermentato) a volontà, si svolge la vita quotidiana di una delle poche popolazioni al mondo a maggioranza nomade. O almeno lo era fino agli anni Novanta. Ora i ger, decine di migliaia di ger, formano i quartieri periferici di Ulan Bator. E sono lì per restarci.

A differenza di quanto accade in Cina però, dove le metropoli vengono costruite per strappare i contadini dalle campagne, la capitale della Mongolia è progettata per ospitare 700mila persone al massimo. Ad oggi ce ne vivono più del doppio, a sua volta la metà di tutta la popolazione a ridosso dell’Himalaya. Un sovraffollamento dovuto a due fenomeni epocali, sconnessi tra loro, ma in grado di scatenare una tempesta perfetta: il cambiamento climatico e il crollo dell’Unione Sovietica.

Negli ultimi 70 anni la temperatura media in Mongolia è aumentata di 2,07 gradi, più del doppio dell’aumento medio globale di 0,85 gradi nel secolo scorso. Questo ha esacerbato un fenomeno meteorologico periodico conosciuto da queste parti come dzud, uno sbalzo termico imponente che crea estati insolitamente secche seguite da periodi invernali insolitamente freddi. Le temperature in città superano sovente i 40 gradi, mentre in alcune zone di campagna in inverno si tocca la medesima gradazione, ma sotto lo zero.

Per le centinaia di migliaia di pastori mongoli una simile situazione climatica equivale all’impossibilità pratica di potersi prendere cura del bestiame. Le estati secche rendono infatti più difficile la coltivazione e la raccolta dell’erba, mentre gli inverni più rigidi richiedono un’offerta di foraggio ancora maggiore. Quando il freddo colpisce, gli ovini e i bovini hanno meno foraggio di cui nutrirsi, causando una perdita diffusa di vite (per gli animali) e di mezzi di sussistenza (per l’uomo). Così, con la speranza di regalare un futuro migliore ai propri figli, quasi la metà dei pastori nomadi è stata costretta a trasferirsi nella Capitale, dove, per difendersi dal freddo (anche se talvolta le stufe nelle ger vengono accese anche d’estate) 220mila famiglie bruciano carbone, pneumatici e qualsiasi altro materiale possa alimentare un fuoco. Tossico o meno che sia. Ben presto Ulan Bator è diventata la Capitale più inquinata al mondo, dove ogni inverno gli ospedali si riempiono e migliaia di bambini si ammalano di polmonite (la seconda causa di morte tra i minori di 5 anni). Nelle giornate peggiori la visibilità è così ridotta che due persone che camminano mano nella mano non riescono a vedersi. In inverno il livello di particelle pm nell’aria raggiunge i 2.5 punti, 133 volte superiore al limite fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Per alleviare i danni causati dallo smog sugli scaffali dei supermercati di Ulan Bator sono comparsi di recente dei “cocktail all’ossigeno”. Si tratta in sostanza di bombolette d’aria pura munite di cannuccia con le quali sarebbe possibile trasformare un succo di frutta in una spuma cremosa ossigenata. Le campagne di marketing dei produttori giurano che un singolo cocktail equivarrebbe ad una camminata di tre ore immersi nel verde. L’Oms, in realtà, è piuttosto scettica a riguardo, ma nella disperazione di Ulan Bator il business è comunque diventato parecchio redditizio.

Sebbene il governo centrale abbia cercato di limitare l’immigrazione verso la città, e sebbene già dal 2014 il numero degli emigrati abbia superato quello degli immigrati, la disuguaglianza tra la Capitale e il resto del Paese resta notevole in termini di opportunità. Ulan Bator produce da sola più della metà del Pil, e come detto tornare a darsi alla pastorizia non è facile per tutti. Questo settore, durante la parentesi sovietica, diventò strategico poiché regolato dal forte statalismo comunista. Il governo regolava rigidamente il numero dei capi di bestiame, il numero di addetti e il numero di ettari da destinare al pascolo. Soprattutto, le scorte di foraggio dello Stato arrivavano in soccorso degli allevatori durante i, seppur meno frequenti, dzuds. Dopo il 1990, con l’arrivo del libero mercato, i capi di bestiame sono passati da 20 a 33 milioni nel 1999 e a 70 milioni nel 2017. Ognuno, soggetto alla concorrenza privata, ha iniziato a badare in autonomia al bestiame. Ma proprio per via del libero mercato non tutti i pastori hanno avuto la possibilità di spostarsi verso pascoli migliori, quelli cioè meno colpiti dal cambiamento climatico, e soprattutto non tutti hanno avuto modo di mettere da parte una scorta per gli inverni più freddi. Da qui la crisi dell’allevamento. E quella, conseguente, dell’urbanizzazione forzata.

Ora però il desiderio di riavvolgere il nastro diventa sempre più forte, e in Mongolia, dove l’aria è sempre più rarefatta, si fa a gara a fuggire dalla modernità.