Non c’è amministrazione pubblica, azienda o ente che, sulla scia del climaticamente corretto e dell’esplosione del fenomeno Greta Thunberg, non gareggi ad essere la più “green” ed eco-friendly di tutte. Ben venga, diranno i più: se una campagna mediatica come quella di Greta sprona le amministrazioni e le aziende di tutto il globo ad essere più (eco)sostenibili, a inquinare meno, a rispettare l’ambiente che ci circonda, allora significa che funziona, che l’obiettivo è stato raggiunto. Verissimo in alcuni casi, altrettanto falso in altri. Perché le zone grigie o d’ombra in questa estasi ecologica non mancano di certo. A volte, pur di far bella figura, pare quasi che si vada contro il semplice buon senso.

Come riporta La Verità, la Toscana ha distribuito a 850 scuole in più di 150 Comuni 55.000 bottigliette in alluminio. Confservizi Cispel Toscana parlava entusiasta di “un risparmio di 130 tonnellate di plastica e per le famiglie di oltre un milione di euro”. Cifre, spiegava, “che per le tasche degli studenti – e dunque delle famiglie – si traducono in oltre un milione di euro di risparmio, con conseguenze fondamentali per l’ambiente, ormai soffocato da produzione e smaltimento di plastica”. Peccato che le borracce fossero difettose. “A seguito di segnalazioni ricevute da parte di alcune famiglie di alunni, riguardanti problemi riscontrati sulle borracce distribuite nelle scuole cittadine con iniziative pubbliche, il Comune ha scritto alle Dirigenze scolastiche per invitarle a far sospendere in via cautelativa l’utilizzo dei recipienti”, si legge in una nota del Comune di Scandicci.

Tutti i flop delle eco-mode

Come riporta Greenme, queste borracce non convincono e si prospetta il dubbio siano di cattiva produzione e se ne invoca addirittura il ritiro. “Dal un lato pare che siano made in Cina, dall’altro, almeno tra quelle regalate da Publiacqua Spa, hanno perso scaglie di rivestimento proprio nel punto dove i bimbi poggiano la bocca per bere, e le famiglie sono preoccupate per cosa abbiano potuto ingerire insieme all’acqua. Segnalazioni mi arrivano, ad esempio, da San Casciano, ma anche da Scandicci dove addirittura il Comune si è mosso per invitare i dirigenti scolastici a sospendere l’utilizzo delle borracce”, spiega il consigliere regionale Maurizio Marchetti, che si appella alla Regione affinché si proceda al ritiro e divieto d’uso di tutti quei recipienti. Con il risultato che si tornerò alle care, vecchie, bottigliette di plastica.

Altra favola green, ricorda La Verità, è quella delle auto elettriche. A parte i costi esagerati e la scarsità di centraline per la ricarica, il tema principale è sempre lo smaltimento delle batterie al litio. E in Paesi come la Norvegia, la disaffezione comincia a emergere, come scrive l’Ansa. “In Norvegia abbiamo sovvenzionato le auto elettriche perché i loro livelli di emissioni di CO2 sono inferiori rispetto a quelle convenzionali – ha osservato Bjart Holtsmark, ricercatore presso il Norwegian Institute of Statistics -. Ma ci sono molti altri costi sociali di cui tenere conto, come ingorghi e incidenti, indipendentemente dal tipo di auto”. Secondo Gjensidige, il più grande assicuratore norvegese, infatti, le auto elettriche sono coinvolte in incidenti il 20% in più rispetto ai modelli diesel o benzina, a causa della loro capacità di accelerare da fermo molto più rapidamente.

I flop del bike sharing

Tra i “flop” fragorosi dell’epopea green c’è poi il bike sharing, che in molte cittadine italiane non riesce proprio a prendere piede. Nel 2012 a Napoli, come racconta Napoli Today, l’associazione Cleanap ha realizzato un progetto di sperimentazione con fondi del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Dopo tre anni il servizio è stato abbandonato e il bando del Comune di Napoli è andato deserto. In città sono rimasti solo gli stalli delle biciclette, abbandonati e trasformati in panchine o porta-bicchieri.

E a Roma non va tanto meglio. Come racconta ad AffariItaliani Fausto Bonafaccia, presidente dell’associazione BiciRoma, “il sistema di bike sharing a flusso libero non ha funzionato e non lo riproporrei. Nel Prip, il Piano regolatore degli impianti pubblicitari votato nel 2014 e modificato dalla Giunta Raggi nel 2017, erano stati stanziati dei fondi per finanziare un sistema di bike sharing a postazioni fisse. Ora però il Comune ha fatto un passo indietro e l’assessore Cafarotti ha fatto sapere che il bike sharing fisso non è più ‘al passo con i tempi”. Dal 21 ottobre è attivo Jump, il bike sharing di Uber: si parte con 700 bici elettriche a pedalata assistita, che nel giro di qualche settimana dovrebbero arrivare a 2.800. Chissà se sarà la volta buona per il bike sharing nella Capitale o se sarà l’ennesimo flop.