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Il Cop26 di Glasgow ha segnato un punto importante, dopo il precedente G20 di Roma, nella definizione del duplice problema del cambiamento climatico e della transizione energetica come sfida globale a cui si dovranno approcciare tutte le nazioni del pianeta.

L’Occidente ha puntato, in quest’ottica a mostrarsi coeso attorno all’asse costituito da Unione Europea e Stati Uniti, sempre più attenti a mostrarsi compatti nella consapevolezza che la partita del clima e della transizione sia, in primis, geopolitica e risulti fondamentale tanto sul piano concreto (economia, società, sicurezza) quanto su quello del soft power. Schematizzando, dopo G20 e Cop26 l’Ue e gli Usa restano fedeli all’idea di ridurre le emissioni di anidride carbonica assai rapidamente, mentre paesi come Cina, India, Indonesia, Messico o Arabia Saudita sono decisamente più prudenti, ma hanno aperto a un compromesso politico importante.

L’accordo negoziato alla fine del Cop26 invita le principali potenze del pianeta a tagliare i gas serra del 45% entro il 2030, per arrivare allo “zero netto” e alla neutralità climatica in un periodo generico che, come nel comunicato finale del G20, dovrà situarsi “attorno a metà secolo”. Lo stesso linguaggio usato nel G20 di Roma: un compromesso per tenere insieme chi punta al 2050 (Ue, Usa, Giappone, Regno Unito, tra gli altri) e chi ha tempi più lunghi, come Cina, Russia, Arabia Saudita (2060) e India (2070). Ma anche per celare inevitabili divisioni interne al campo occidentale.

Il clima è diverso da regione a regione e ogni sistema economico è frutto di precise dinamiche sociali e ambientali. Logico che anche l’approccio di ogni nazione al problema del clima e alla sfida della transizione evolva di conseguenza. E la questione politica che si pone è tutt’altro che secondaria: è davvero possibile creare un’alleanza strategica anche in tema di ambiente e sostenibilità di fronte a differenze tanto palesi?

I (piccoli) screzi sul comunicato finale

Il comunicato finale mediato dall’accordo Usa-Cina è indubbiamente un risultato importante. Ma dalle negoziazioni è emersa un’Europa maggiormente ambiziosa sul fronte dei cambiamenti climatici rispetto agli Stati Uniti di Joe Biden e non contenta della fine della guerra dei dazi su acciaio e alluminio con le sue conseguenze in termini di impegni comuni per la decarbonizzazione dei settori. Per la Germania, in particolare, il documento finale della Cop26 avrebbe dovuto chiarire che i principali responsabili delle emissioni devono intensificare i loro sforzi, “in particolare quelli che non hanno fatto abbastanza rispetto ai target 2030” fissato dagli Accordi di Parigi, come ha affermato Jochen Flasbarth, segretario di Stato al ministero dell’Ambiente. Un segnale a Cina e India? Non solo, anche una “puntura di spillo” agli Usa in controtendenza con gli obiettivi annunciati nel 2015 dopo la fase anti-ambientalista della presidenza Trump.

Il patto incompleto sulle auto

Berlino e Washington sono state invece sullo stesso fronte nella partita dell’accordo per il superamento delle auto alimentate a combustibili fossili. Secondo l’International Energy Agency (Iea), nota Formiche, nel mondo “servirebbe cessare la vendita di veicoli a combustione interna entro il 2035 per sperare di raggiungere la neutralità carbonica globale entro il 2050”. Tra chi ha detto “no” allo stop alla vendita delle auto con motore termico entro il 2035 c’è anche il nostro Paese che si è schierata sulla stessa linea secondo cui “decarbonizzare non può significare solo elettrico” espressa dal ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti.

Un impegno del genere farebbe gravare eccessivamente i costi della transizione su quei Paesi che nella spinta alla decarbonizzazione sono meno attivi sul fronte delle politiche volte a rendere i combustibili fossili meno convenienti dell’alternativa elettrica o eco-sostenibile nei trasporti e costruire le infrastrutture necessarie per alimentare la mobilità di nuova generazione, comprese le strategiche rete di alimentazione per i veicoli. Una partita su cui non tutto l’Occidente è, chiaramente, allo stesso livello.

L’Australia rompe il fronte sul carbone

Tra gli alleati degli Usa, infine, una nazione gioca una partita autonoma: l’Australia, alleato numero uno di Washington nel Pacifico, la pensa invece molto diversamente sul fronte della transizione e punta ancora forte sul carbone. Dopo avere rifiutato di firmare l’impegno ad eliminare l’uso del carbone concordato da 40 Paesi durante la conferenza sul clima dell’Onu Cop26, l’Australia nel comunicato ufficiale post-conferenza rincara la dose, sostenendo che continuerà a vendere carbone “per decenni nel futuro”, temendo che a livello climatico uno stop del suo settore possa essere inutile, vedendo la sostituzione delle sue esportazioni con quelle di Indonesia o Russia.

Il primo ministro Scott Morrison, in un articolo pubblicato sui quotidiani del Paese, ha giustificato la scelta furbesca di Canberra di porre direttamente obiettivi di carbon-neutrality per il 2050 senza passare dal 2030 sottolineando che a suo avviso gli australiani chiedono un “piano che sia equo e pratico”. Avvenire ricorda che “la riluttanza dell’Australia ad agire è stata criticata da stretti alleati come gli Stati Uniti e il Regno Unito, così come i vicini delle isole del Pacifico che sono altamente vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici. Il governo si è trovato sempre più in disaccordo con l’opinione pubblica colpita dai disastri ambientali subiti dal Paese di recente – siccità, incendi boschivi e inondazioni – e la cui gravità è stata collegata ai cambianti climatici”.

Il fronte occidentale sui cambiamenti climatici è dunque tutt’altro che compatto. E questo mostra la complessità di una materia come la transizione energetica e la sfida ambientale: un problema globale la cui soluzione passa però per sensibilità nazionali molto diverse, dinamiche produttive e sfide sistemiche. Perché a parole tutti vogliono salvare il mondo, ma nei fatti nessuno intende pagare per primo i costi di una transizione senza precedenti nella storia umana.