Nel mondo americano, dallo storico scontro presidenziale dell’anno 2000 tra George W. Bush e Albert Arnold Gore i partiti repubblicani e democratici si sono distinti l’uno dall’altro per la posizione tenuta nei confronti dei combustibili fossili. Mentre i secondi infatti hanno concentrato le loro politiche – almeno di facciata – verso una visione più green dello sviluppo energetico americano, i repubblicani non hanno mai nascosto il loro “amore” per il petrolio ed il carbone. Lo stesso Donald Trump infatti , nel 2016, concentrò la sua campagna elettorale sulla necessità di potenziare l’economia del carbone americana, attraendo i voti degli elettori occupati nella filiera. E anche questa volta, la scelta del Tycoon sembra essere stata quella di proseguire sul sentiero battuto, dando il via libera alle ricerche esplorative in Alaska per la ricerca di nuovi giacimenti petroliferi, nell’area protetta del Parco nazionale selvatico dell’artico (Anwr).

Obiettivo concessioni entro la fine dell’anno

Secondo quanto riportato dalla testata giornalistica francese LeMonde, l’obiettivo di Trump sarebbe quello di chiudere i contratti per le concessioni entro la fine del 2021, mettendo di fatto fuori gioco qualsiasi opposizione di Joe Biden anche qualora venisse eletto al suo posto alla Casa Bianca. E in questa situazione – nonostante i verosimili ricorsi contro la decisione governativa – sarebbe molto difficile per il nuovo esecutivo ostacolare l’ultima promessa mantenuta da parte di Trump.

Con le nuove esplorazioni, gli Stati Uniti si aspettano di potenziare ulteriormente il proprio comparto petrolifero, trovando nuovi giacimenti di scisto da poter annoverare all’interno del proprio arsenale energetico. Tuttavia, le condizioni climatiche della regione nei prossimi mesi rendono la scommessa molto pericolosa, considerando le criticità nelle esplorazioni che potrebbero rallentare la tabella di marcia. Situazione che, come sottolineato precedentemente, lo stesso Trump vorrebbe evitare.

Tuona il partito democratico

Come facilmente intuibile, la scelta di Trump ha messo sull’attenti il partito democratico, deciso a combattere con tutte le sue forze l’espansione delle operazioni di estrazione petrolifera in Alaska. Tuttavia, al momento il la questione è rimasta ancora legata al campo del dibattito, anche a causa delle difficoltà nel criticare una scelta economicamente redditizia per il Paese alla vigilia delle elezioni e con le criticità che il mondo americano si aspetta di attraversare nei prossimi mesi. Sotto questo aspetto la decisione di Trump è stata dunque tanto mirata quanto azzeccata nelle tempistiche. A tre mesi dalle elezioni, infatti, ha lasciato ben pochi margini d’azione sul tema ai propri avversari, costretti ancora una volta a dover inseguire senza potersi rendere padroni della scena con le proprie ideologie.

Il ricco patrimonio dell’Alaska

Rispetto a tutti gli altri Stati americani, l’Alaska è quella cui economia è più legata all’industria estrattiva e non soltanto per ciò che concerne il petrolio ed in generale i combustibili fossili: sul territorio sono presenti miniere di oro, minerali generici ed è molto diffusa l’industria legata al legname. Sotto questo aspetto, dunque, “promettere” all’Alaska di potenziare il comparto petrolifero significa garantire posti di lavoro e sviluppo economico, quanto mai importante preoccupazione della popolazione in un momento di crisi come quello attuale. Ma non solo: dalle estrazioni dell’Alaska deriva una grande fetta del patrimonio primario degli Stati Uniti ed è fuori discussione come ogni sviluppo del potenziale del territorio abbia una netta importanza strategica per tutto il Paese nelle logiche di competitività internazionale. E soprattutto, puntare sul suo sviluppo significa avvisare il mondo intero come gli Stati Uniti sia intenzionati a combattere in prima linea la battaglia per l’egemonia commerciale internazionale.

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