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In Francia manca poco più di un anno alle elezioni presidenziali e, nonostante abbia alle spalle anni molto difficili sul versante politico, Marine Le Pen è ancora schierata ai nastri di partenza con ottime possibilità di potersi giocare nuovamente l’ingresso all’Eliseo dopo la sconfitta del 2017 contro Emmanuel Macron.

Il Rassemblement National ha doppiato da prima forza di Francia le elezioni europee del 2019, nell’anno della pandemia ha tenuto botta nell’appuntamento elettorale a lui maggiormente sfavorevole, le amministrative, conquistando la città di Perpignan, nei Pirenei Orientali, prima città con più di 100mila abitanti ad avere un sindaco della destra sovranista, l’ex compagno della Le Pen Louis Aliot. E oggi, con una forbice compresa tra il 24 e il 27% dei consensi Macron e la Le Pen avrebbero, in vista delle presidenziali, quote di consenso molto simili e la possibilità di sfidarsi nella rivincita del ballottaggio del 2017. In vista della quale la Le Pen intende completare il processo di dedialisation del suo partito trovando nuovi temi su cui sfondare a livello popolare e su cui evolvere la tradizionale piattaforma sovranista del partito. Uno dei più promettenti, in tal senso, è l’ambientalismo.

La batttaglia ecologica divide la Francia

Le rivendicazioni dei Gilet Gialli, le ecotasse proposte da Macron e la repentina ascesa dei Verdi, protagonisti dell’ultimo turno di amministrative in cui hanno conquistato le città di Lione, Marsiglia e Bordeaux segnalano da tempo una ripresa di importanza del tema ambientale in terra transalpina.

Si è andata creando una sensibilità a favore della “sostenibilità” che, come accaduto in Germania e in prospettiva, come colto dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, anche in Italia può aprire ai Verdi europei spazi nella galassia di riferimento delle tradizionali forze progressiste e in ambito urbano. Ma anche un vero e proprio ambientalismo “localista” che è frutto della preoccpazione dei lavoratori di molti settori, agricoltura in primis, per gli sconvolgimenti creati ai mercati alimentari, agricoli, energetici dai processi di globalizzazione. Di fronte alla volontà di Macron di inserire la sostenibilità ambientale nella Costituzione repubblicana francese i lepenisti sono insorti rubricando a slogan le uscite del presidente.

La Le Pen rilancia l’ambientalismo di destra

Di fronte a questi dibattiti, la Le Pen contrattacca. E lo fa, ha scritto su Formiche il politologo Gennaro Malgieri, con decisione, “rivolgendosi ai francesi: volete che tutti i prodotti alimentari siano etichettati in modo dettagliato? La Francia deve continuare a investire nel nucleare, la sola energia libera dall’inquinante carbone? Siete favorevoli a limitare la costruzione di nuovo giganteschi supermercati e a favorire i mercati di prossimità? E via di questo passo. La Le Pen vuol dire che ha la ferma intenzione di tutelare la piccola economia, opponendosi al globalismo”. Riaprendo una discussione che da tempo aleggia in Francia, quello dello scontro tra centro e Paese profondo, rinfocolato dall’impatto della pandemia sull’economia e le prospettive di vita dei cittadini.

Potremmo parlare di un ambientalismo identitario, improntato alla conservazione della natura e degli stili di vita territoriali delle comunità locali di riferimento. Un ecologismo conservatore, per dirla nel migliore dei modi, che cerca di rompere l’egemonia culturale dell’ambientalismo progressista, di cui alcuni teorici come l’italiano Francesco Giubilei hanno individuato un potenziale “cavallo di Troia dell’ideologia globalista”. Giubilei scrive nel suo Conservare la natura che “il fallimento dello sviluppo sostenibile deriva dal fatto che si è prediletto un modello che prende in considerazione soluzioni globali e non nazionali o locali. La scelta di un modello globalista ha portato le singole nazioni a non tenere in sufficiente considerazione il tema ambientale e le comunità locali a considerare la conservazione della natura un tema lontano dalle proprie esigenze”.

La destra francese non è nuova a un ragionamento di questo tipo che, anzi appare da tempo strutturato in seno ai movimenti culturali che orbitano attorno alla galassia lepenista. Il tema dell’ecologismo di destra, della difesa delle collettività locali schiacciate dai processi economici internazionali e della virtuosa unione tra questione ecologica e identità è stato sollevato già dai filosofi e pensatori della Nouvelle Droite vicino a Alain de Benoist. Al nazionalismo giacobino francese ed europeo De Benoist, ha scritto Matteo Luca Andriola ne La Nuova Destra in Europa, “contrappone il nazionalismo europeo fondato sull’idea di impero come unione delle piccole patrie”, comunità radicate su base territoriale e dedite alla tutela dei valori tradizionali, dell’identità, delle filiere economiche di prossimità. In cui la questione ambientale assume carattere di collante identitario.

Il mileu culturale di questo pensiero è giunto fino al moderno movimento lepenista che nell’approcciarsi alla sfida ambientale trova un mondo culturale vivace nel contesto francese. E si unisce all’analisi politica sulla polarizzazione centro-periferia, ben raccontata dal geografo Christope Guilluy nel suo saggio del 2014 La France périphérique, in cui parla, approfonditamente, di una spaccatura sempre più profonda, che sta lacerando il Paese, dividendolo in aree metropolitane e, appunto, provincia. Una faglia che l’era Macron ha, di fatto, incentivato e che è tornata a tremare paurosamente nell’era della protesta dei Gilet Gialli.

Tutti contro Macron?

L’ambientalismo diventa dunque, riletto alla luce dell’ideologia lepenista, una delle chiave di volta con cui Marine Le Pen punta a offrire una visione alternativa della Francia rispetto a Macron e agli outsider della competizione elettorale, quei Verdi il cui leader Yannick Jadoteuroparlamentare, è oggi dato al 10% ma punta a sfruttare grazie alla vulnerabilità del Presidente tutti i margini di crescita. E a plasmare un terreno di confronto con la destra istituzionale tradizionale dei Republicains, oggi guidati da Christian Jacob, succeduto a Laurent Wasquez dopo le disastrose europee del 2019.

“Tutti contro Macron” è il motto che sembra voler ispirare le azioni politiche della Le Pen, che vuole ribaltare con l’appello a temi politici concreti e problemi reali del Paese l’accerchiamento a cui l’ex Front National appare destinato ad ogni tornata elettorale. Risulta vitale, in tal senso, “la ricerca di un dialogo con forze che potrebbero apprezzarne la buona volontà nel contribuire a spodestare Macron e mandarlo a casa con i suoi fallimenti”, nota Malgieri. Creando una sensibilità che possa attrarre voti della destra tradizionale gollista su un Rassemblement “istituzionalizzato”: perché ciò accada, specie se a destra i rapporti di forza resteranno favorevoli ai sovranisti (i gollisti veleggiano attorno al 15% nelle intenzioni di voto) la Le Pen deve iniziare un dialogo sui temi con largo anticipo. E la lotta concreta all’ambientalismo progressista fatto di “buone intenzioni” del presidente appare un laboratorio in cui costruire nuove alchimie politiche. La corsa all’Eliseo sarà ancora lunga, ma è già apertissima.

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