Nei giorni in cui il gasdotto Tap, entrato definitivamente in servizio nel dicembre 2020, celebra il traguardo del primo miliardo di metri cubi di gas trasportati dal Mar Caspio all’Europa (tagliato il 19 marzo scorso), il consorzio che gestisce il Trans Adriatic Pipeline, intenzionato a rispettare la tabella di marcia anche sul fronte della sostenibilità ambientale, prosegue il suo impegno per garantire il rispetto e la tutela dell’ecosistema che ospita l’opera.

Sviluppo e sostenibilità possono coesistere, e l’operato di Tap in questi mesi lo sta dimostrando. Il consorzio che ha realizzato il gasdotto parte del Southern Corridor che porta l’oro blu azero in Europa lavora in Puglia al fianco delle comunità locali, degli agricoltori e dei proprietari dei fondi interessati dal passaggio dell’infrastruttura. Con l’obiettivo di restituire alla normalità nel più breve tempo possibile il territorio interessato dal completamento dei lavori e di integrare al meglio l’opera nel tessuto ambientale e socioeconomico di riferimento.

Un impegno che si riflette anche nella scelta, non solo simbolica, di costruire l’hub terminale del Tap a Melendugno, nella campagna salentina, in pietra di Lecce per armonizzare al meglio l’impianto con la campagna circostante. Incorporando al suo interno una “pajara”, la tradizionale costruzione salentina in pietra a secco che costella il territorio.

La primavera inizia con una novità sostanziale che va oltre la costruzione del terminale a Melendugno: la Puglia vede il gasdotto pienamente operativo, in funzione per portare il gas del Mar Caspio sul territorio nazionale e oltre, integrato nel territorio della regione grazie al completamento del processo di piantumazione delle nuove piante di ulivo resistenti alla Xylella (930 in tutto) e di quelle sane (828) espiantate temporaneamente per consentire i lavori di costruzione e custodite nei canopy di Masseria del Capitano.

Una fase di ripristino ambientale attentamente documentata da Tap, che ha prestato particolare attenzione al ritorno degli antichi ulivi monumentali nel loro territorio e ha contribuito anche a ristabilire il rimanente patrimonio paesaggistico della macchia mediterranea. Creando un dividendo non solo economico, ma anche ambientale: di fatto la procedura di espianto e successiva piantumazione degli alberi sani già esistenti li ha posti al riparo dal propagarsi della Xylella, mentre la sostituzione degli alberi malati con piante nuove meglio resistenti al batterio ha rafforzato ulteriormente il patrimonio della flora pugliese. Un processo i cui frutti andranno a beneficio delle comunità locali e dei proprietari dei terreni attraversati da Tap, che stanno venendo gradualmente restituiti loro per l’utilizzo nel quadro delle norme di sicurezza vigenti.

“Al netto dei ripristini, sono state messe a dimora circa 12mila nuove piante autoctone, in un’area in cui la copertura forestale attuale è molto bassa e si aggira intorno all’1% del patrimonio provinciale”, ci ricorda La Gazzetta del Mezzogiorno. Ma non finisce qui: Tap ha provveduto ad avviare il riposizionamento di decine di muretti a secco tradizionali, tra i più noti simboli del paesaggio e dell’identità pugliese che caratterizzano la campagna salentina. Questi manufatti, tipici della Puglia e di altre regioni del Mediterraneo come la Sardegna, protetti fin dal 2018 dall’Unesco come patrimonio dell’umanità e considerati simbolo di “una relazione armoniosa tra l’uomo e la natura”, sono costruiti con la sovrapposizione di pietre unite senza l’utilizzo di leganti di alcun tipo. Dai muri divisori tra i vari fondi a quelli che circondano, nella regione, i trulli e costruzioni ad essi simili questi particolari manufatti rappresentano la testimonianza del primo tentativo delle civiltà umane di perimetrare, controllare, modificare l’ambiente circostante senza deturparlo, in armonia con esso. Tap è venuto incontro al valore storico e culturale di questi manufatti, che con la loro capacità di trattenere tra le pietre l’acqua piovana e l’umidità aiutano, inoltre, a far sviluppare nei loro dintorni una vegetazione più rigogliosa di quella ordinaria.

“I circa 110 muri a secco che incrociano il tracciato del gasdotto”, ha spiegato l’azienda in un comunicato, “sono stati catalogati, numerati e documentati e successivamente smontati, divisi per sezioni costruttive (cappello, corpo e piede) e stoccati in pallet delle dimensioni di 1 metro cubo, per essere poi rimontati nelle medesime condizioni e nel rispetto dell’assetto architettonico e paesaggistico originario”: un’opera certosina che si è avvalsa del sostegno di team di archeologi e operai specializzati in queste operazioni di conservazione e restauro.

Far coesistere progresso e tutela ambientale, modernità e tradizione, progetti dal valore strategico e geopolitico e difesa delle comunità locali è un processo complesso su cui Tap ha scelto di imbarcarsi, puntando a portarlo avanti fino in fondo. Il gasdotto si andrà a sommare, dunque, e non sostituirà i tradizionali volani dello sviluppo economico della Puglia senza condizionarne il paesaggio, senza impattare sul territorio e l’ecosistema. Sostenibilità significa far progredire tutela ambientale e progresso economico in un dialogo a tutto campo, incorporando nella governance dei processi aziendali le logiche di riduzione dell’impatto complessivo delle opere e delle attività umane. Tap porta energia all’Italia e dà linfa nuova all’ambiente pugliese. Contribuendo, dunque, a una forma integrale di sviluppo.