Per capire certe tragedie ambientali bisogna prima di tutto prendere in mano i libri di storia e geografia. Dietro ai disastri degli ultimi anni non c’è solo semplice incuria, condizioni meteo estreme o tragiche fatalità. C’è anche una sana dose di memoria corta. Negli ultimi decenni la conoscenza del territorio che ci circonda è andata via via scomparendo. Trombe d’aria fiumi che esondano, montagne che franano vengono tutte ricondotte al cambiamento climatico. Come se l’unica azione dell’uomo capace di alterare e distrugge la quotidianità di decine di migliaia di persone dipendesse dalle emissioni di anidride carbonica. Eppure a leggere il sotto testo della cronaca, come le alluvioni in Germania appaiono evidenti anche altri aspetti.

Il peso della storia

Proviamo a partire da lontano, dall’ottobre del 1963 quando oltre 2.000 persone persero la vita nel disastro del Vajont. Negli anni le inchieste intorno alla diga che incombeva sul comune di Longarone sono state innumerevoli. Eppure sarebbe bastato avere un po’ di memora storia per capire che costruire una simile struttura a fianco di una montagna che si chiama Toc potesse essere quanto meno avventato. In dialetto veneto il toc, o toco a seconda della provincia, vuol dire pezzo. Una definizione chiara di come non ci si dovesse fidare di quel monte. Difficile aspettarsi pendii solidi, difficile pesare che la montagna sarebbe stata indifferenze ai lavori di costruzione dell’invaso.

In molti casi la geografia fisica, i nomi di montagne, laghi, fiumi, ci racconta molto, se sappiamo ascoltare. Nomen omen, direbbero i romani. E gli esempi sono innumerevoli. Quanti corsi d’acqua portano dentro di sé il destino del luogo. Proviamo con un altro esempio, forse molto locale ma efficace. Dalle parti di Recoaro Terme, piccolo centro termale in provincia di Vicenza, da anni si osservano le movenze del monte Rotolon. Come insegna il nome, un monte che tende a muoversi, a rotolare. Gli antichi che scelsero come chiamarlo avevano ben presente che quelle terre non fossero salde e che quei pendii andassero lasciati stare. Eppure c’è chi ha deciso (e permesso) di costruire delle case, di fatto mettendole nel mirino di frane e crolli.

La mancanza di progettazione

Non va meglio coi fiumi. Prendiamo le alluvioni che hanno sconvolto il Veneto nel 2010, da Verona a Vicenza quasi 4 mila persone sono state costretti a lasciare le proprie case mentre i fiumi invadevano le strade. A Vicenza il Bacchiglione, il fiume che brontola, entra in città e invade le strade, compreso il teatro Olimpico, il più antico teatro coperto dell’epoca moderna. Negli stessi giorni nel veronese altri corsi d’acqua fanno lo stesso. Le indagini successive avrebbero stabilito non solo molta incuria nella manutenzione di fiumi, fossi e torrenti, ma anche errori di progettazione evidenti. Nel veronese diverse case invase dall’acqua si trovavano in piena area golenale, cioè quel settore in cui il fiume allarga i suoi argini durante le piene.

Persino gli effetti della tempesta Vaia, che ha distrutto e disintegrato migliaia di abeti tra Veneto e Trentino- Alto Adige nel 2018, potevano essere attenutati con una diversa progettazione. Dopo la Grande Guerra le montagne di Veneto e Trentino erano una vasta landa desolata senza più un albero. Per questo motivo, e per puntare all’economia del legame, vennero piantati migliaia di abeti, alberi dalla crescita abbastanza rapida capaci di fornire una buona quantità di legna. Questo però ha creato delle foreste fragili. Perché un bosco a monocoltura è più esposto a intemperie e disastri. Passata l’emergenza post bellica sarebbe stato necessario migliorare la varietà aggiungendo anche altri alberi, come i larici. I boschi sarebbero stati più robusti e avrebbe retto di più all’urto, certo i danni non sarebbero mancati, ma forse si sarebbero potuti mitigare lo scempio e la desertificazione.

Le alluvioni che stanno sconvolgendo la Germania rappresentano più o meno problemi analoghi. Prendiamo il caso del fiume Inde, che scorre poco lontano da Aquisgrana e che scorre tra Belgio e Germania. Nel 2005 il suo corso è stato deviato per far posto ad attività minerarie, ma con le abbondanti piogge ha ripreso il suo naturale corso invadendo di fatto lo spazio conquistato dalle attività dell’uomo.

Il punto, però, non è resistere alla modernità tornando a una dimensione rurale e fuori dal tempo, al contrario. Sarebbe necessario riprendere in mano i libri e studiare nomi e storie del territorio per avere uno sviluppo armonico. Troppo spesso l’indomani di tragedie come alluvioni o frane si è puntato il dito sul cambiamento climatico senza però dimenticare la situazione sul terreno, un po’ come voler costruire una casa partendo dal tetto. Il problema come sempre restano le fondamenta. Come spiega al Messaggero Antonello Pasini, fisico del clima all’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del CNR i fenomeni estremi ci sono sempre stati, anche se recentemente sono più frequenti. Il punto principale però è che i danni sono causati da come l’uomo protegge, o non protegge, il territorio.

Per Pasini “quello che ha provocato e provoca i danni sono le fragilità del territorio e l’esposizione dei beni. Se in Italia spesso i danni sono provocati dalla poca manutenzione del territorio, in Germania, dove invece l’attenzione su questo è alta, è un terzo fattore ad aver inciso sui danni, quello dell’esposizione dei beni, cioè dove vengono costruiti gli immobili e le infrastrutture”. “Nella progettazione”, continua Pasini”, “si ragiona sulle statistiche e generalmente si costruisce dove non ci sono state calamità. Considerando però che le cose stanno cambiando velocemente, si dovrebbe cambiare modo di decidere dove costruire, con modelli previsionali che ragionano sul futuro”. Magari recuperando anche la memoria storica del territorio, sempre utile a dirci cosa abbiamo intorno.

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