Il tema della responsabilità sociale d’impresa che a livello generalizzato coinvolge la gestione manageriale di diversi settori includendo la necessità per le organizzazioni di prestare attenzione ai dividendi non solo economici della loro attività ha preso piede anche nel settore sportivo che, per la sua pervasività mediatica e sociale, è stato investito anche dal tema della responsabilità ambientale. Questo è evidente in diversi contesti in cui il business sportivo è ampiamente strutturato.

Lo sport Usa abbraccia l’ambiente

Negli Stati Uniti, ad esempio, opera l’organizzazione Green Sports Alliance (Gsa) che unisce squadre delle principali leghe professionistiche del Paese, dalla Nba (con i Cleveland Cavaliers in cui ha militato a lungo LeBron James) alla Nfl (con i Miami Dolphin) unite dall’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale dei loro impianti, delle loro attività, delle loro azioni in campo economico e di sponsorizzazione. Il direttore della Gsa, Roger McClendon, ex responsabile della sostenibilità a Yum! Brands, ritiene che lo sport come industria debba contribuire alla cosiddetta “Sostenibilità 3.0” contribuendo al raggiungimento degli obiettivi sociali di tutela dell’ambiente e non focalizzandosi solo sulla questione dell’abbattimento delle emissioni. Le infrastrutture sportive possono, ad esempio, saldarsi nel cuore dei progetti di smart cities altamente tecnologizzate, utilizzare energia pulita, contribuire al benessere collettivo.

I Philadelphia Eagles, squadra di football vincitore del Superbowl 2018, hanno organizzato nell’anno del loro successo un’operazione in partnership con il grande produttore di plastica e loro sponsor, Braskem, raccogliendo tutti i tappi di bottiglia di plastica lasciati dai loro tifosi durante l’anno nel loro stadio, il Lincoln Financial Field, per realizzare una copia in larga scala del trofeo assegnato al vincitore, il Lombardi Trophy, e sensibilizzare sull’impegno del team a rendere sempre più basso l’impatto ambientale dell’impianto e gli scarti nel processo di gestione dei rifiuti. Dalla parte opposta del Paese, in Oregon, i Portland Trail Blazers hanno coinvolto i loro tifosi organizzando vere e proprie competizioni a premio legate ai comportamenti virtuosi sulla gestione dei rifiuti e la sostenibilità.

Il calcio europeo fa passi avanti

In Europa è stato il mondo del calcio a percorrere i tempi. Il record, in tal senso, spetta a una piccola squadra del calcio di provincia inglese dal nome evocativo di Forest Green Rovers. La squadra, nota Calcio Web, “con sede nel Gloucestershire e militante nella League Two, la quarta divisione del campionato inglese, già da tempo rispetta diversi criteri di sostenibilità”. Il Forest Green “sfrutta esclusivamente energia rinnovabile, offre un’alimentazione vegana ai propri giocatori, al suo staff e ai tifosi e gioca su un campo con manto erboso organico. Come riconoscimento del lavoro svolto dal club per ridurre il proprio impatto sull’ambiente, nel 2018 le Nazioni Unite hanno certificato i Forest Green Rovers prima squadra di calcio al mondo ‘a emissioni zero’ e il club da allora ha aderito a Climate Neutral Now, iniziativa della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici”.

In Italia invece primi passi si stanno timidamente facendo strada. “Genoa, Sampdoria e Cagliari”, nota Repubblica, “hanno imposto, prima della chiusura degli stadi a causa del Covid-19, ai sostenitori di non utilizzare prodotti di plastica, fazzoletti, bicchieri, posate” mentre la Juventus pubblica un proprio report sulla sostenibilità ambientale.

Il modello tedesco

Nel resto d’Europa, invece, la Germania gioca d’anticipo. Nel 2010 il Mainz, squadra calcistica della città di Magonza oscillante da tempo tra le prime due categorie del calcio tedesco, ha annunciato una partnership con la multiutility Entega per rendere il suo stadio il primo carbon-neutral e completamente alimentato da energie rinnovabili al mondo, sviluppando poi anche un sodalizio con le autorità locali per permettere incentivi al trasporto pubblico per i tifosi desiderosi di assistere alle partite. Anche l’Augsburg ha dichiarato a emission zero la sua Wwk Arena, alimentata da due pompe di calore che permettono il risparmio di circa 750 tonnellate di anidride carbonica l’anno.

L’Hoffenheim, squadra giunta dalla quinta serie alla Bundesliga tra il 2000 e il 2008 e che nella scorsa stagione ha esordito in Champions League, ha espanso a tutto campo la postura pro-sostenibilità annunciando nel 2019-2020 la creazione di un impianto sostenibile per la produzione di tessuti in Uganda, offrendo la possibilità ai tifosi di spendere un euro in più per ogni biglietto acquistato per permettere l’impianto di alberi nel Paese africano, cooperando con le autorità tedesche per lanciare progetti di educazione al rispetto dell’ambiente in Namibia. Il colosso del calcio tedesco, il Bayern Monaco, utilizza bicchieri di plastica solo riciclati, mentre il Werder Brema ha fatto piazzare 200 mila celle solari sul tetto dello stadio, con energia sufficiente per 300 appartamenti.

In Qatar stadi ad emissione zero per i Mondiali

Una prova fondamentale per il connubio sport/ambiente verrà data nel 2022 in Qatar, lì dove si svolgeranno i mondiali di calcio. Per la prima volta nella storia la competizione iridata si giocherà in autunno, con la finale fissata per il 18 dicembre nel nuovo Iconic Stadium di Losail, periferia nord di Doha. La rivoluzione dei calendari della stagione calcistica è dovuta a un fattore prettamente ambientale: in estate in Qatar le temperature sforano spesso i +40 gradi, la natura desertica del territorio non aiuta e dunque è impossibile giocare in simili condizioni climatiche. Ma anche in autunno la situazione non è ideale per dare vita a partire di calcio.

Per questo la progettazione dei nuovi stadi ha dovuto tenere conto delle caratteristiche del clima di questa area del Golfo Persico. Una sfida non semplice: le nuove infrastrutture sportive, hanno fatto presente le autorità locali, avranno degli impianti di areazione in grado di mantenere la temperatura sui +27 gradi sia sulle tribune che in campo. Il tutto però senza gravare sull’ambiente. Un connubio non facile da tenere assieme. L’obiettivo però potrebbe essere alla portata. Un primo esempio viene dalla prima infrastruttura già consegnata e pronta per le gare: è lo stadio Al Janoub di Al Wakrah, zona sud di Doha. L’opera dispone di un tetto mobile progettato dall’azienda tedesca Schlaich Bergermann Partner. La chiusura dello stadio servirà a mantenere la temperatura più bassa di quella ambientale. Il tetto è interamente coperto di pannelli solari, circostanza che rende la struttura energicamente auto sufficiente. L’esempio dello stadio Al Janoub dovrebbe essere seguito anche dalle altre opere interessate dalla competizione.

La corsa del motorsport alla conversione green

Anche l’altro sport più popolare su scala globale, la competizione automobilistica della Formula 1, da anni sta provando una difficile transizione ecologica. La categoria regina del motorsport è sempre stata sotto l’occhio del ciclone per i suoi consumi energetici e il conseguente impatto ambientale. Nel 2014 è arrivata la prima vera rivoluzione, con le vetture passate nell’era del motore cosiddetto “ibrido”. Le power unit, così vengono identificati i nuovi propulsori, hanno al loro interno anche componenti elettriche. Per le case costruttrici partecipanti al mondiale di F1, si è avuta la possibilità di sviluppare questa nuova tecnologia anche per le vetture da strada. Spesso però i nuovi motori sono stati criticati dagli appassionati e dagli addetti ai lavori: il dito è puntato soprattutto sulla mancanza del classico “sound” in grado di caratterizzare le auto più veloci. Circostanza che ha spinto il “circus” a provare strade alternative.

Nei prossimi anni, come rivelato dal sito Motorsport.com, potrebbe sorgere la possibilità di un nuovo motore cosiddetto “aspirato”, in grado di ridare ai tifosi le sonorità classiche della Formula Uno. Il tutto però con l’utilizzo di un carburante a base di idrogeno. Un modo per trovare, nell’ambito della transizione al green, una valida alternativa all’elettrico. Il motorsport comunque già da anni annovera nel suo calendario un torneo mondiale svolto esclusivamente con macchine elettriche. Si tratta della Formula E, nata nel 2014 e che vede la presenza di numerosi costruttori. Una categoria che ben rappresenta la volontà degli sport motoristici di spingere la conversione verso una tecnologia maggiormente sostenibile.

L’ecologismo contro il Tour de France

Per concludere questa panoramica sullo sport e il legame con la sostenibilità non possiamo non sottolineare che in diversi casi il mondo agonistico è stato investito dalle critiche dell’ala più oltranzista dei movimenti ambientalisti. Nel 2020 una critica di questo tipo ha coinvolto lo sport più…”pulito” in assoluto sotto il profilo ambientale: il ciclismo. A settembre, infatti, Gregory Doucet, sindaco di Lione esponente del partito dei Verdi, ha definito il leggendario Tour de France “poco ambientalista” (oltre che “maschilista”) auspicando che la Grande Boucle non passi più dalla sua città. Il motivo? Le poche automobili della carovana gialla, che comprendono gli staff delle squadre e dell’organizzazione di gara. Una critica decisamente pretestuosa proveniente dall’amministrazione della città che nel 1903 ospitò l’arrivo della prima storica tappa della Grand Boucle. La cui organizzazione, tralaltro, combatte da anni una battaglia per sensibilizzare all’uso della bici in Francia, sottolineando che il 60% degli spostamenti nell’Esagono avviene su distanze inferiori a 5 km e che solo il 4% di essi è compiuto pedalando sulle due ruote.

Sostenibilità e responsabilità sociale significa anche questo. Lo sport si fa oggigiorno giocoforza importante latore di messaggi destinati al grande pubblico: dalle due ruote alle quattro della Formula 1, passando per calcio, basket e sport Usa, è una questione di immagine e di business. Che un linguaggio universale come lo sport moderno non può certamente ignorare.

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