Sopravviverà il Green Deal alle elezioni europee?

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Nella giornata mondiale per l’ambiente, non possiamo esimerci di parlare di Green Deal. Il Green Deal Europeo è uno dei programmi più ambiziosi mai intrapresi dall’Unione Europea (UE). L’obiettivo è quello di rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050 e per farlo è stato scelto di affidarsi ad alcune direttive in ambito della sostenibilità. Tra i parametri scelti c’è quello di ridurre le emissioni nette di gas serra del 55% entro il 2030. Sono inoltre molte le strategie scelte, tra le quali lo stop, dal 2035, alle nuove immatricolazioni di auto a benzina e diesel, la ristrutturazione obbligata per le abitazioni di classe energetica più bassa oppure la formulazione di report di sostenibilità per le imprese medio grandi.

Cosa è il Green Deal

Ma cos’è il Green Deal e perché nasce? Il Green Deal (“patto verde”) nasce per seguire le indicazioni e gli obiettivi dell’accordo sul clima di Parigi del 2016, che hanno indicato la necessità di limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C di qui al 2100. Questo per evitare gravi sconvolgimenti ambientali ma anche sociali ed economici. Il patto fu annunciato nel dicembre 2019 dalla Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen ed è un piano d’azione che intende promuovere l’uso efficiente delle risorse, arrestare i cambiamenti climatici, invertire la perdita di biodiversità e ridurre l’inquinamento portando il vecchio continente alla sua neutralità. Tuttavia, nonostante le sue nobili intenzioni, rimane una sfida titanica e la sua sopravvivenza potrebbe essere legata proprio alle prossime elezioni. Ma partiamo dall’inizio, cosa vuol dire neutralità climatica e come si vuole raggiungerla?

Il Green Deal e le sfide ecologiche

Per neutralità climatica non si intende che non verrà più emessa CO2 o altri gas serra ma si vuole agire su due fronti, da una parte una riduzione delle emissioni, dall’altra l’attuazione di strategie mirate al riassorbimento della CO2 che non è possibile eliminare dai nostri processi produttivi. Per farlo esistono varie soluzioni che dovranno essere adottate nel loro insieme. Sarà possibile piantare sempre più alberi, creare più impianti dedicati alla cattura e allo stoccaggio della CO2 ma anche intraprendere maggiori misure che tutelino gli oceani, vista la loro funzione di immagazzinamento di CO2 attraverso il fitoplancton.

Quali sono le sfide ecologiche cui si vuole far fronte? La più significative è sicuramente quella che riguarda gli effetti del cambiamento climatico che si stanno già verificando in tutta Europa. Aumento delle temperature medie, eventi meteorologici estremi, più frequenti e gravi, maggior impatto sugli ecosistemi naturali. Inoltre i cambiamenti climatici influenzano significativamente gli ecosistemi naturali producendo perdita di biodiversità, la distruzione degli habitat naturali e l’aumento delle specie invasive.

E se pensiamo che gli effetti del cambiamento climatico non influenzino il comportamento antropico ci sbagliamo e di tanto. Settori come l’agricoltura, il turismo e la pesca sono particolarmente vulnerabili. Le ondate di calore, le siccità e le alluvioni hanno un impatto diretto sulla produzione agricola e sulla sicurezza alimentare. Le comunità costiere sono minacciate dall’innalzamento del livello del mare e dall’erosione costiera, con conseguenti rischi per le infrastrutture e le economie locali. Fenomeno quest’ultimo, che impatta in modo significativo un paese come l’Italia e che hanno forti implicazioni in termini di sicurezza e stabilità.

Inquinamento e perdita di Biodiversità

L’altra sfida titanica che l’Europa dovrà affrontare è l’inquinamento, o meglio, i vari tipi di inquinamento. Quello atmosferico, quello idrico e quello del suolo. L’inquinamento atmosferico rimane una delle principali cause di malattie e morti premature in Europa. Le emissioni di particolato fine (PM2.5), ossidi di azoto (NOx) e ozono (O3) determinano problemi respiratori, malattie cardiovascolari e cancro. È necessario quindi migliorare la qualità dell’aria nelle città Europee e ciò implica la riduzione delle emissioni provenienti dai trasporti, dall’industria e dal riscaldamento domestico.

Anche il settore idrico è strategico e fondamentale per la sicurezza europea. La minaccia non deriva solo dalla siccità e dalla dispersione di acqua dolce disponibile ma anche dall’inquinamento idrico, causato da scarichi industriali, agricoli e urbani. Molto discusso nell’ambito della PAC (piano agricolo comune) è l’uso eccessivo di fertilizzanti e pesticidi in agricoltura, i quali contribuiscono all’eutrofizzazione dei corsi d’acqua, determinando perdita di biodiversità acquatica e alla diminuzione della qualità dell’acqua potabile.

Non in ultimo, l’inquinamento del suolo, meno visibile e spesso sottovalutato minaccia la fertilità del terreno e la nostra sicurezza alimentare. Nel suolo, infatti, vengono ogni giorno disperse sostanze chimiche tossiche, metalli pesanti e rifiuti industriali. La bonifica dei siti contaminati, quando e se accertati, ha un enorme costo economico.

Ma non è tutto visto che inquinamento ambientale e antropizzazione del territorio sono anche le principali cause di perdita di biodiversità. Tutti gli habitat naturali in Europa, così come li conosciamo, foreste, praterie, zone umide ed ecosistemi marini sono sotto pressione. Tra le principali cause di perdita di biodiversità ci sono anche la deforestazione, la conversione delle terre per l’agricoltura e il continuo e crescente sviluppo urbano, una lenta ed inesorabile cementificazione.

I problemi del Green Deal

Ma quali sono i problemi del green deal? E con le nuove elezioni cosa succederà? Sicuramente uno dei principali problemi del Green Deal è l’aspetto dei finanziamenti. Sebbene le crisi geopolitiche in corso abbiano distolto l’attenzione dall’emergenza climatica, questa rimane una delle più urgenti sfide che dobbiamo affrontare. Il raggiungimento degli obiettivi del Green Deal richiede investimenti significativi da parte di tutti i governi europei ma anche del settore privato e delle istituzioni finanziarie.

Stando alle stime della Commissione Europea, per il Green Deal saranno necessari circa 1.000 miliardi di euro di investimenti nei prossimi dieci anni. Si avete capito bene, 1.000 miliardi e tutto mentre le nostre economie, già provate dalla pandemia di COVID-19, sono invischiate in spese militari sempre più consistenti.

A giocare un ruolo fondamentale sarà il settore privato il quale, tuttavia, in un contesto economico instabile non manca di manifestare preoccupazioni per investire in progetti sostenibili. Insomma, incentivi e politiche di sostegno, non sono sufficienti a sostenere la spinta che occorre per smuovere le imprese private. Ma non è finita qui, il Green Deal deve affrontare anche resistenze politiche e sociali. Alcune delle misure per raggiungere gli obiettivi sono risultate impopolari e hanno incontrato opposizioni da parte di vari gruppi di interesse.

Chi rema contro il Green Deal?

Anche alcuni degli Stati membri dell’UE potrebbero tornare ad opporsi, forti delle nuove elezioni, a determinate politiche del Green Deal, soprattutto quei paesi con economie fortemente dipendenti dai combustibili fossili. Tra i gruppi parlamentari scettici nei confronti del Green Deal c’è l’European Conservatives and Reformists (ECR), gruppo parlamentare di cui è attualmente presidente la premier Giorgia Meloni. Proprio la premier non ha nascosto le critiche al programma tanto da farne slogan nella sua campagna elettorale definendola una direttiva «pensata malissimo da burocrati rinchiusi in un palazzo di vetro».

Giorgia Meloni

Ma l’ECR non è il solo ad essere critico nei confronti del Green Deal, ci sono altri due gruppi parlamentari che gli fanno compagnia, l’Identity and Democracy (ID), gruppo parlamentare che comprende partiti di destra che si oppongono fortemente al Green Deal, ritenendolo troppo costoso e poco realistico e alcuni membri del Renew Europe. Sebbene il Renew Europe sia generalmente favorevole all’azione climatica, alcuni suoi membri esprimono preoccupazioni riguardo ai costi e all’implementazione delle politiche del Green Deal. Insomma, le prossime elezioni dell’Europarlamento avranno la responsabilità di scegliere il nuovo assetto governativo comunitario ma non solo. I nuovi europarlamentari saranno chiamati a nominare il nuovo presidente della Commissione europea, capo dell’esecutivo dell’Ue. La domanda sorge quindi spontanea, che fine farà il Green Deal?

Evento Winds of Change – Towards a Europe of Cooperation, organizzato dal partito Identity and Democracy