C’è un punto, lungo la strada che sale fino alla Cattedrale di Agrigento, che gli arabi, quando qui governavano, hanno identificato come “porta dei venti”. E infatti ancora oggi la zona si chiama “Bibirria”, un toponimo che rimanda a quella espressione araba. Si chiama così perché in questo punto il colle di Agrigento si apre senza alcuna difesa naturale verso le vallate sottostanti, quelle che si diradano poi verso le campagne dell’entroterra e dei Monti Sicani. Proprio il colore delle campagne dà una certa idea di quanto sta accadendo qui e nel resto della Sicilia negli ultimi mesi: “Tutto è già giallo – fa notare un passante dal belvedere che guarda verso le vallate – non c’è più verde. L’erba cresciuta in autunno è andata via, di solito queste valli diventano gialle tra giugno e luglio”.
Primo reale problema: non piove
Da Piazza Bibirria è possibile vedere, tra le altre cose, il Monte Cammarata. Si tratta del rilievo più alto della provincia, nella cui valle sottostante sono situati due comuni: quello di Cammarata per l’appunto e quello di San Giovanni Gemini. Qui il 13 aprile scorso è scesa in campo la locale comunità di fedeli: così come riportato da molti quotidiani locali, nelle parrocchie del paese è stata organizzata una giornata di preghiera per invocare la pioggia. “Molti miei concittadini – racconta un abitante di San Giovanni Gemini – sono arrivati anche a disturbare le più alte sfere per avere un po’ di acqua dal cielo. A molti tutto questo può far ridere, ma qui si vive di agricoltura e di pascoli, c’è gente disperata e l’assenza della pioggia viene vista come un punto negativo di non ritorno”.
Andando a guardare i dati, su tutta l’isola ha piovuto davvero poco nell’ultimo anno. A luglio, mentre la Sicilia era sferzata dal caldo record in grado di portare in diverse città una temperatura con punte di 46 gradi, molti pensavano che la grande calura estiva si sarebbe trasformata poi in possibili grandi diluvi autunnali: “Di solito qui va così – aggiunge il passante che, nel cuore di Agrigento, fa notare più volte il panorama giallo attorno la città – quando in estate fa molto caldo, a ottobre abbiamo grandi temporali”.
Ma questa volta neanche il cambio di stagione ha portato a grandi accumuli pluviometrici. Al contrario, molti siciliani hanno dimenticato il rumore dei tuoni e, paradossalmente, soltanto a maggio si è avuta qualche giornata parzialmente illuminata dai lampi: “Forse l’effetto delle preghiere”, è il commento, non senza una nota a metà tra il sarcasmo e la rassegnazione, del cittadino di San Giovanni Gemini.
I dati che testimoniano la sete dei siciliani
In Sicilia, come in molte parti d’Italia, ci sono tanti appassionati di meteo. Su Telegram, diversi gruppi raccolgono meteorologi, amatori e semplici cittadini che ogni giorno segnalano le condizioni nelle proprie zone e contribuiscono alla raccolta dati. Stefano Albanese è amministratore del gruppo “Centro Meteorologico Siciliano”, il quale al suo interno ha circa 200 membri.
Sulla chat ha appena inserito i dati pubblicati dalla Regione Siciliana che attestano il livello di siccità nel mese di aprile: “Il problema di oggi è figlio di un qualcosa che risale almeno dall’autunno scorso – ha dichiarato Albanese ai microfoni di InsideOver – finendo l’estate del 2023 sono mancate gran parte delle piogge autunnali e delle piogge invernali. Ed è da lì che è scaturita questa emergenza. L’estate ha fatto l’estate, in Sicilia l’estate non fallisce mai: è stata secca, come prevedibile e come spesso accade dalle nostre parti, il problema è che in autunno e in inverno sono mancati i tradizionali apporti pluviometrici e anche la primavera da questo punto di vista sta arrancando vistosamente”.
Sull’isola sono cioè saltate tre stagioni: si è passati da un’estate a un’altra senza significative variazioni nel clima, eccezion fatta per pochi giorni di pioggia o per qualche settimana di fresco. “A Piano Battaglia, sede della più importante stazione sciistica delle Madonie – ha proseguito Albanese – la neve è stata vista solo da lontano. Anche sull’Etna l’apporto della neve è stato inferiore alle aspettative e questa è tutta acqua che viene a mancare per le falde della regione”.
Guardando i dati del documento girato da Albanese, si nota il quadro impietoso che le autorità di bacino della Regione Siciliana hanno tracciato. Nelle 27 pagine del documento, a risaltare sono maggiormente le cifre relative agli invasi. A Pozzillo ad esempio, struttura più capiente dell’intera isola e progettata per accogliere 150 milioni di metri cubi d’acqua, ad aprile erano stoccati poco più di 5 milioni di metri cubi d’acqua. È mancato l’apporto del fiume Salso, uno dei più importanti in termini di portata della Sicilia e al momento ridotto a un torrente.
Va poco meglio alla diga di Lentini, dove sono ospitati 76 metri cubi d’acqua a fronte di un potenziale di 130. Molto male invece l’altro grande invaso, quello della diga Rosamarina: sempre ad aprile, nella struttura risultavano 19 metri cubi d’acqua a fronte di una potenzialità di 100. Per dare un’idea della situazione rispetto allo scorso anno, nella stessa diga nell’aprile del 2023 erano contenuti 48 milioni di metri cubi d’acqua. E già questo dato veniva, dodici mesi fa, considerato “a rischio”.
Il secondo grave problema: le infrastrutture
Fin qui i messaggi arrivanti dalla natura e dalle tendenze climatiche. Ma se oggi in Sicilia la gente controlla (non senza ansia) il lento scorrere dell’acqua dai rubinetti, non è soltanto colpa delle poche piogge. C’è, al contrario, un intero sistema ruotante al ciclo dell’acqua che sull’isola funziona poco e malamente.
In primo luogo, quella poca acqua che scende non si riesce a immagazzinarla del tutto. Anzi, i dati della Regione Siciliana appaiono impietosi: ad oggi, si riesce a stoccare soltanto l’11% dell’acqua che bagna l’isola. E questo già da diverso tempo. Vuol dire quindi che, a prescindere se piove molto o piove molto poco, si riesce a recuperare solo una minima percentuale del liquido più prezioso.
Sotto accusa è soprattutto il pessimo stato di manutenzione delle dighe e degli invasi. Da anni non vengono fatti lavori di adeguamento o anche di semplice pulizia. Il risultato? Oggi i fondali di gran parte degli invasi siciliani sono occupati da materiale residuale e fangoso. Dunque, ammesso e non concesso che da domani per miracolo (e per divine intercessioni) torni a piovere in modo imponente, sarà possibile sfruttare solo una minima parte delle capacità di stoccaggio delle varie infrastrutture. Non riuscire a immagazzinare l’acqua vuol dire non poter sfruttare a pieno le riserve capaci, nei periodi di crisi come quelli attuali, di evitare ogni emergenza.
Altro grave problema è la dispersione dell’acqua, sia per uso potabile che per quello agricolo. In Italia, si stima che il 42% dei litri immessi nelle condutture si disperda per strada a causa delle condutture poco adeguate e su cui gravano decenni di inerzia. La media dell’acqua dispersa in Sicilia è molto più alta di quella nazionale: sull’isola, su questo fronte si viaggia intorno al 52%, con punte de 60% in alcune province.
Vuol dire quindi che, di quella poca acqua che ogni anno si riesce a stoccare, più della metà non arriva a destinazione. E dunque non può essere usata per i campi, per i pascoli e ovviamente per le case. Quei contadini che hanno i terreni tra le campagne rese già gialle dal caldo e dalla poca pioggia, non hanno altri strumenti per difendersi dalla penuria d’acqua: non possono attivare gli irrigatori, non possono programmare la propria attività.
Non è un caso quindi se, dall’autostrada Palermo – Catania, una volta superata Enna in direzione del capoluogo etneo, fanno bella mostra di sé sempre più parchi fotovoltaici. In molti preferiscono lasciare perdere le tradizionali culture per impiantare pannelli fotovoltaici, molto più redditizi e più semplici da gestire. La desertificazione dell’isola passa anche da questo: c’è molta meno acqua e molto più sole da sfruttare, dunque gli operatori agricoli del luogo si attrezzano di conseguenza.
C’è infine anche il discorso dei pozzi per lo sfruttamento delle acque reflue, strutture cioè che permettono di depurare e quindi usare le acque nere per usi industriali o domestici. Secondo l’Arpa Sicilia, sarebbero almeno 463 i depuratori sull’isola, ma di questi solo il 20% è in regola con le autorizzazioni e molti di meno sono quelli realmente operativi.
Cosa si rischia nel prossimo futuro
Per il momento, seppur tra mille difficoltà, la situazione tiene. Certo, sono in atto fasi di razionamento dell’erogazione del servizio idrico, ma nulla che i siciliani non conoscano già. A proposito dei panorami che si notano da Agrigento, oltre alle vallate verso i Monti Sicani o verso il mare, è possibile riscontrare anche una serie di bidoni blu e grigi che si stagliano sui tetti di molte abitazioni. Si tratta di recipienti “salvavita”, impiantati già da decenni e che permettono ai cittadini di avere proprie riserve idriche in attesa che qualche “fontaniere” riapra le condotte.
Tra vasche e recipienti, tra fontane provvisoriamente chiuse e inviti a non usare l’acqua per innaffiare il proprio giardino, la situazione è solo di poco fuori dalla normalità. In alcune zone molti cittadini stanno ricorrendo alle autobotti, pagando ulteriori quattrini per avere il bene più prezioso nelle proprie case o almeno nelle proprie vasche. Disagi quindi, ma almeno i rubinetti al momento si possono regolarmente aprire.
Siciliacque inoltre, la società che gestisce il servizio di accumulo e potabilizzazione dell’acqua e controllata per il 25% dalla Regione e quasi il75% da Italgas, ha annunciato la costruzione di nuovi pozzi in giro per l’isola capaci di essere operativi in tempi brevi. Altri piani sono in fase di realizzazione in collaborazione con le autorità regionali, visto che la giunta guidata da Renato Schifani ha proclamato lo stato di crisi a febbraio e ha nominato una struttura emergenziale retta da Dario Cartabellotta.
I provvedimenti fin qui attuati dovrebbero garantire alla Sicilia la possibilità di attingere alle riserve idriche almeno fino all’autunno e alla fine dell’anno. Ma non si può certo sperare nella normalizzazione del clima, né ad altre preghiere per la pioggia: il prossimo inverno potrebbe tornare a essere umido, così come confermarsi secco come quello appena passato. Per evitare rischi, anche nel medio e lungo periodo, la Sicilia deve fare alcuni importanti sforzi in termini infrastrutturali.
Sempre Siciliacque ha presentato un piano da 150 milioni di Euro per interventi che riguardano, tra le altre cose, il potenziamento di alcuni acquedotti e la manutenzione delle dighe. Serve trovare la copertura finanziaria, altrimenti si rischia di non partire e, nei prossimi anni, di sperimentare realmente la sete.
Perché lo stress idrico potrebbe anche costituire un’opportunità per l’Italia
Nel suo complesso, l’Italia è il terzo Paese in Europa per volume delle fonti idriche: il dato tocca i 130 miliardi cubi di acqua, con un consumo che tocca in media ogni anno 40 miliardi di metri cubi. La cifra è inferiore del 20% rispetto alla fine del secolo scorso, come si legge in una ricerca di Starting Finance, ma dimostra in ogni caso come lungo la penisola le riserve non mancano e lo spettro della desertificazione è localizzato. Tutto questo per dire che, sia per il suo clima che per il suo livello di sviluppo tecnologico, l’Italia è nelle condizioni di evitare che parti del proprio territorio patiscano la penuria d’acqua.
Sono state costruite metropoli in pieno deserto, sono nate città in medio oriente lì dove piove una volta ogni due anni, dalle nostre parti è quindi possibile non solo scongiurare il peggio ma approfittare dello stress idrico di alcune regioni, Sicilia in primis, per contribuire alla risoluzione dei problemi legati all’ambiente e all’uso sostenibile delle risorse.
In poche parole, se il sud è assetato è anche per un problema di natura politica: come spesso accade nel nostro Paese, si guarda all’emergenza e al quotidiano e non al lungo termine e oggi che il clima secco attanaglia intere aree si corre per salvare il salvabile. Se, al contrario, si pensa agli anni futuri e non si lascia tutto in mano al fato e alle danze (o preghiere) della pioggia, l’Italia può dar vita a un’intesa opera di recupero dell’attuale e di sperimentazione di nuove metodologie per salvare milioni di persone dall’oscuro spettro della sete.