La sentenza sul caso Ilva che ha portato alla condanna dei fratelli Riva e dell’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola può aprire la strada a un processo in grado di condurre alla chiusura definitiva del polo inaugurato oltre sessant’anni fa dalla Finsider di Oscar Sinigaglia, a lungo strategico per la fornitura di acciaio all’industria italiana ed europea e oggi al centro di una complessa questione che tocca temi giudiziari, economici, ambientali.

Il tribunale di Taranto ha disposto la confisca degli impianti siderurgici della città pugliese che, qualora la sentenza reggesse all’Appello e alla Cassazione, aprirebbe la strada a un azzeramento della capacità dell’ex Ilva di giocare un ruolo nella partita dell’acciaio europea, oggi caratterizzata da una corsa alla decarbonizzazione e alla sostenibilità. Al contempo, però la sentenza rischia di accelerare l’esplosione di una vera e propria “mina” sull’Ilva.

Il 13 febbraio scorso, infatti, i giudici amministrativi di Lecce si sono espressi sull’appello di Arcelor, del ministero dell’Ambiente e della Prefettura di Taranto dando ragione al sindaco della città, Rinaldo Melucci, che aveva ordinato lo spegnimento dell’area a caldo dell’impianto siderurgico. Il verdetto del Tar di Lecce è oggi in attesa di un giudizio definitivo da parte del Consiglio di Stato, che potrebbe decidere di confermare o bloccare l’imposizione dello spegnimento entro sessanta giorni degli altoforni finiti al centro del braccio di ferro. Una mossa che imporrebbe inevitabilmente al governo Draghi di riconsiderare pressoché integralmente la sua strategia di politica industriale che mirava a portare in campo Invitalia a fianco di ArcelorMittal per costituire il nuovo polo della società Acciaierie d’Italia

L’area a caldo di cui si parla è la stessa parte attenzionata nel processo ai Riva e a Vendola; la sentenza e il verdetto del Tar rischiano però di creare una forte confusione giuridica, come ha ben spiegato l’economista Federico Pirro su Il Sussidiario: l’area a caldo” – nota Pirro – “è tuttora sotto sequestro ma con facoltà d’uso stabilita da una legge del dicembre 2012 che classificava l’impianto di Taranto come “sito di interesse strategico nazionale”, è altresì opportuno ricordare che il Gruppo Ilva è ancora di proprietà pubblica perché appartenente all’Amministrazione straordinaria che lo ha venduto, dopo la relativa gara, ad Arcelor Mittal che, tuttavia, al momento lo ha solo in locazione” in attesa della nascita di Acciaierie d’Italia. Sequestrare definitivamente degli impianti formalmente di proprietà dello Stato, che lo Stato si prepara a gestire nuovamente via Invitalia e che in ottica Recovery Fund possono essere passibili di un forte rilancio sarebbe una mossa paradossale.

In questo caso secondo Pirro “lo Stato confischerebbe se stesso e una sua proprietà” qualora la sentenza contro i Riva passasse in giudicato o qualora il Consiglio di Stato desse ragione al Tar di Lecce. Il massimo organo amministrativo dovrà sicuramente tenere conto della delicatezza del momento e del fatto che la strategia di politica industriale in via di definizione a Roma si prepara a dare il là a una lenta ma definitiva trasformazione del sistema produttivo del siderurgico. Che sull’Ilva può centrarsi per creare sviluppo sostenibile e garantire che il rifornimento d’acciaio alla manifattura nazionale vada di pari passo con una crescente sostenibilità ambientale.

Firmare la condanna a morte dell’impianto a processo ancora in via di definizione, di fronte a prospettive di rafforzamento delle tutele e con una proprietà pubblica che può in buona parte disporre del futuro dell’acciaieria di Taranto sarebbe a nostro avviso una decisione affrettata. Esistono le prospettive per conciliare, sul medio periodo, tutela ambientale e lavoro, come ha ribadito in un’intervista al Fatto Quotidiano il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani: “Io in questo momento l’unica cosa che posso pensare e che possa mitigare il problema è passare presto ai forni elettrici, togliere il carbone, fare il prima possibile il passaggio all’idrogeno verde. Certo è chiaro che è un processo che anche a farlo in fretta un po’ di tempo richiede. Due, tre anni”. L’Italia è ancora oggigiorno l’undicesimo produttore di acciaio al mondo, e da sola l’Ilva di Taranto contribuisce per circa un quinto dell’output nazionale. Cingolani ha sottolineato che servirà tempo per dare un degno futuro all’acciaieria pugliese, e che una sana dose di pragmatismo è ora più che mai necessaria. In ballo c’è la necessità di restituire dignità e speranza a una città intera e di evitare che un malinteso senso di giustizia declini in giustizialismo. Indicando nell’addio all’Ilva l’unica soluzione a una questione pluridecennale.