Il tema è la pesca. L’obiettivo, decisamente ambizioso, è invece quello di spiegare quanti (e quali) danni provocherebbe all’ambiente questa attività. Anche la più sostenibile di tutte. Si intitola Seaspiracy. Esiste la pesca sostenibile?, ed è l’ultimo documentario targato Netflix arrivato nell’immenso catalogo della nota piattaforma di streaming. I numeri sono di tutto rispetto. Disponibile dallo scorso 24 marzo, nel giro di poche settimane il prodotto realizzato dal videmokaer inglese, Ali Tabrizi, è entrato nella top 10 di decine di Paesi, tra cui l’Italia.

Non ci sarebbe niente di strano da segnalare, se non che Seaspiracy – un incrocio tra “Sea”, termine inglese che significa “mare”, e “conspiracy”, ovvero “cospirazione” – non è un banale documentario presto destinato a riempire gli archivi del genere. Il contenuto ha acceso un feroce dibattito online, con ripercussioni anche nel mondo reale. Tabrizi è il narratore e “protagonista” di questo viaggio cinematografico intrapreso per rispondere alla domanda contenuta nel titolo. Alternando statistiche, dati, interviste e registrazioni nascoste, il regista intende evidenziare l’impatto negativo dell’uomo sugli ecosistemi degli oceani.

La pesca è soltanto la punta visibile di un iceberg immenso. Tanti i focus toccati dal 27enne Tabrizi: dalla caccia di delfini che, da secoli, macchia le acque della baia di Taiji, in Giappone, a quella degli squali, catturati e massacrati per le loro pinne, un piatto per palati fini molto diffuso in Asia. A quanto pare, fa presente il documentario, gli esseri umani ucciderebbero tra gli 11 mila e i 30 mila squali ogni ora, a fronte di una media di 10 persone uccise dagli squali ogni anno.

Reazioni contrastanti

Numeri del genere sono stati accusati di essere innanzitutto non verificati né verificabili, e poi distanti dalla realtà. Ma Seaspiracy non si sofferma soltanto sui presunti effetti negativi della pesca, intesi come massacro e uccisione di pesci. Si sottolineano, tra l’altro, i problemi rappresentati dalla plastica, cioè dei materiali dispersi negli oceani dai pescatori, e dagli allevamenti ittici, perfino quelli definiti “sostenibili”. Qual è il messaggio finale lanciato dal documentario? Semplice: se l’uomo ha intenzione di salvare il mare dovrà presto smettere di pescare, e quindi mangiare pesce.

Il pubblico si è spaccato a metà. Da una parte troviamo spettatori colpiti dalla visione del contenuto che hanno cambiato abitudini alimentari – è il caso, ad esempio, di Kourtney Kardashian, sorella di Kim Kardashian -, dall’altra c’è la vasta platea di coloro che non credono alle possibili esagerazioni riportate da Tabrizi. E non stiamo parlando solo di spettatori, ma anche di giornalisti, operatori del settore ittico e associazioni ambientaliste.

Come ha sottolineato Il Messaggero, sono tante le affermazioni a dir poco controverse presenti nel documentario. In Seaspiracy si sottolinea ad esempio come “entro il 2048 gli oceani saranno privi di pesci”. Questa affermazione è però collegata a uno studio datato 2006 realizzato dal biologo marino Boris Worm, che tre anni più tardi ammetterà di aver preso un “granchio”. Ma non è finita qui, perché vari esperti interpellati da Tabrizi avrebbero accusato la produzione di aver cambiato il senso delle loro dichiarazioni, estrapolandole dal contesto originario.

Uno sguardo all’Italia

Seaspiracy, secondo molte autorevoli voci, si lascerebbe andare a prese di posizione troppo forti per impressionare il pubblico. Certo, ogni Paese è una storia a parte. Possiamo tuttavia prendere in considerazione il caso dell’Italia per evidenziare come le varie nazioni dedichino in realtà risorse e importanza al tema della protezione dell’ecosostenibilità, e non solo in ambito marittimo. Il principale strumento dell’Unione europea per conservare la biodiversità si chiama Natura 200, una rete ecologica diffusa su tutto il territorio Ue per “per garantire il mantenimento a lungo termine degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari a livello comunitario”.

La suddetta rete è formata da Siti di Interesse Comunitario (SIC), Zone Speciali di Conservazione (ZSC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS). In Italia, queste aree coprono complessivamente quasi il 19% del territorio terrestre e oltre il 13% di quello marino. A proposito di quest’ultimo, vale la pena approfondire il concetto di pesca marittima sostenibile, intesa come un’attività di pesca capace di non avere impatti negativi sull’ecosistema e di lasciare in mare abbastanza pesci affinché lo stock di quelle specie possano riprodursi senza provocare eventuali estinzioni.

I metodi più utilizzati sono due: l’acquicoltura, con le pratiche di allevamento svolte in mare, e la maricoltura, che al contrario si svolge in vasche artificiali. Nel 2018, Paolo Bray, fondatore e direttore di Friend of the Sea, ong internazionale per la tutela degli ecosistemi marini, riportava un dato interessante. Nel Mediterraneo, ha riportato l’Ansa, si diffondono sempre più le certificazioni di sostenibilità e responsabilità nel comparto ittico, “e l’Italia è al secondo posto, dopo il Marocco, per numero di aziende certificate”.

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