Credo e superstizione, moderno e ancestrale, fede ed eresia; semplicemente: magia. È questo uno spaccato dell’Africa che, ogni volta che si prova a raccontare, ci attira e respinge nello stesso momento. Attrae perché il remoto si spalanca davanti a noi e appare prepotente nel nostro presente avveniristico e poi perché c’è l’ignoto, quell’induzione alla curiosità e alla conoscenza che affascina il cronista come un canto di sirene. Ma ci respinge in egual modo però, questo mondo di credenze e rituali insito nell’Africa odierna, per l’incapacità nostra di poterlo comprendere davvero. Noi, con quell’empirismo di cui di cui siamo divenuti profeti e professatori, non riusciamo davvero ad analizzare, capire e conoscere il mondo dell’occulto. E ne rimaniamo paralizzati, impressionati e sconvolti quando constatiamo come, tra i suoi tanti volti, la magia in Africa indossi anche le maschere della tragedia.

Le piste della savana della Repubblica Centrafricana lasciano spazio a foreste che come muri, spesse e fitte, interrompono il percorso e il pensiero. Sono assolute, verdi, ricordano all’uomo la sua piccolezza e nascondono nel loro interno paure, magie, gruppi ribelli e demoni in armi. Un posto di blocco con delle pietre ed ecco uscire da dietro gli alberi e dai cespugli sei uomini. Hanno amuleti fatti di pelle di vacca legati su tutto il corpo i gris gris che, secondo la tradizione, proteggono dai colpi di kalashnikov. E loro sono i guerriglieri Anti-balaka (anti, balles de AK) insorti cristiani e animisti che fucili e machete in pugno hanno dichiarato guerra agli irregolari islamici Seleka. Fermano la nostra macchina, hanno occhi vitrei e spiritati, mani di pietra stringono armi di legno, intimano di non togliere gli occhiali da sole perché le pupille chiare lanciano il malocchio. Baciano gli amuleti, sono sbronzi di waragi (gin africano) ed ebbri di credenze, e statuari, i guerriglieri Antibalaka, occulti come una danza macabra, sono la rappresentazione di uno dei tanti volti della crudeltà della magia africana.

Poi c’è il villaggio di Kavumu nella Repubblica democratica del Congo, a pochi chilometri da Bukavu. Qui, dal 2013 al 2016 un incubo, difficile anche solo da immaginare, si è verificato nel silenzio assoluto. Durante questo periodo, infatti, 44 bambine, dai 2 agli 11 anni, sono state prelevate di notte, condotte nella foresta e poi ripetutamente violentate da uomini armati, che hanno abusato di loro, perché persuasi da uno stregone che avere rapporti con una vergine e versare il suo sangue avrebbe garantito invincibilità e ricchezza. I colpevoli, 74 miliziani, che sono risultati fare capo al deputato Frederic Batumike, ora sono in carcere in attesa di essere processati per stupro e crimini contro l’umanità ma, intanto, un marchio di orrore che non concede scampo è stato impresso: e niente potrà toglierlo. Beatrice ha 11 anni, è una bambina con due occhi neri, profondi, che racchiudono un male totalizzante e sembrano urlare una rabbia assoluta nel silenzio della casa dove vive con sua nonna lì, nel villaggio maledetto. Quando, sotto la pioggia incessante, si dirige verso i campi, viene additata da tutti: e sola, portatrice della violenza dell’atroce follia maschile, in un dolore che per gli altri è invece considerato colpa e vergogna, attraversa le vie del villaggio di Kavumu. Cammina senza mai voltarsi, alle spalle l’innocenza perduta, davanti nessuno futuro, ma un puro presente di tragedia, da cui non può fuggire. Anche questo: uno dei volti della magia africana.

E poi c’è un’isola nel Lago Vittoria, Ukerewe, una terra promessa per ottanta persone che in Tanzania vivono la discriminazione e la persecuzione per il colore della loro pelle. Sono albini, e nel Paese dei Grandi Laghi sono ripudiati dalle famiglie e ricercati dalla massa della popolazione che, armata di leggende millenarie, li continua a braccare per compiere sacrifici e venderne gli organi al mercato nero. L’albinismo è un’anomalia genetica che rende pelle, capelli e occhi chiari ed è molto più diffuso in Africa che nel resto del mondo. A sud del Sahara una persona ogni 5mila soffre di questa malattia. Ma un’epidemia di credenze popolari e di furore nell’irrazionale ha intaccato ampi strati della popolazione e ha fatto si che negli ultimi anni decine di albini siano stati uccisi e poi mutilati per la convinzione che le loro ossa e i loro organi siano magici. E parti del corpo di un albino, sul mercato nero africano, possono arrivare a raggiungere il valore di 75mila dollari. Sull’isola di Ukerewe donne, uomini e padri con i propri figli si sono rifugiati per mettersi in salvo dalla ferocia della credenza popolare e dalla genetica stessa che sembra essersi presa gioco dell’uomo condannandolo, per cinico sortilegio, ad essere un non accettato, un senza identità: un bianco africano in un mondo di intolleranze e di esigenze di appartenenza: la fede, l’etnia e anche il colore della pelle.

E oggi su quel lembo di terra tra le acque del lago Vittoria ha sede l’organizzazione Ukerewe Albino Society e Ramadhani Khalfan, uno dei portavoce dell’associazione che si batte per garantire cure e tutele sociali alla popolazione affetta da albinismo, ha dichiarato alla stampa internazionale: ” L’unione fa la forza, persone che vivono insieme perchè accomunate dalle stesse difficoltà riescono anche ad affrontarle facendo fronte comune. Abbiamo aperto una clinica e pure un ufficio legale, ma le aggressioni continuano e ci sono stati pure casi di sbarchi da parte di uomini armati che hanno cercato di venire a Ukerewe per compiere un massacro”.

E i massacri non cessano nella regione dei Grandi Laghi: in Uganda, in Burundi e in Tanzania soprattutto, dove pochi giorni fa 34 persone sono state giudicate colpevoli di aver ucciso persone affette da albinismo tra il 2006 e il 2016. Beatrice Mpembo, avvocato dell’ufficio del pubblico ministero ha così commentato la notizia e il problema della persecuzione degli albini: ”Per combattere questa piaga occorre fare un lavoro profondo di educazione nella società. Molto spesso madri e figli affetti da albinismo non sono a conoscenza dei propri diritti e vivono nella vergogna. Bisogna informare e utilizzare la cultura come strumento per arginare questo problema”. Le parole dell’avvocato e la condanna degli assassini sono una flebile iniezione di fiducia per un cambiamento, flebile perché intanto da Kampala arrivano notizie di donne uccise con una metodologia che ricorda i rituali magici.

E così quindi se in Tanzania vengono condannati gli uccisori degli albini e in Sud Kivu vengono portati alla sbarra gli stupratori di Kavumu, dall’altro lato, nell’oscurità della notte africana continuano però a svolgersi omicidi, rituali e violenze da parte di diavoli senza tempo che rendono l’ Africa Equatoriale, il teatro di un orrore che fa dell’uomo la rappresentazione tangibile del disumano.

Foto di Gabriele Orlini sulla magia nera in Tanzania

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