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C’è un rapporto che testimonia come alcune delle più note banche private al mondo stiano contribuendo al cambiamento climatico.

Un report che condanna le banche

Si tratta del report “Funding tar sands: Private Banks vs. The Paris Climate Agreement” (“Finanziare l’estrazione dalle sabbie bituminose: banche private contro l’accordo sul Clima di Parigi”). L’inchiesta è stata condotta dall’organizzazione Rainforest Action Network che ha tra gli obiettivi il contrasto alle corporations per la salvaguardia dell’ambiente dal cambiamento climatico. L’intento del report è chiaro fin nella sua introduzione, dove le banche vengono accusate di aver sostenuto gli Accordi di Parigi solo a parole, quando invece nei fatti starebbero continuando a finanziare le principali industrie che si dedicano all’estrazione di combustibile fossili.

Investimenti in continuo aumento che mettono a serio repentaglio il raggiungimento degli obiettivi sanciti a Parigi. Sono tre i progetti identificati nel report e accusati di essere pericolosi per l’ambiente e per le persone.

Progetti invasivi

Il TransCanada Keystone XL, un progetto che punta alla costruzione di un oleodotto, sfruttando la sorgente acquifera di Ogallala. Tale infrastruttura parte dal Canada per arrivare fino al centro degli Stati Uniti e ha trovato la forte opposizione delle popolazioni indigene, dei ranchers e di gran parte dell’opinione pubblica. Il report elenca poi le banche principali finanziatrici del progetto: Bank of America, Citi Group, JP Morgan e Wells Fargo sono quelle americane.

Deutsche Bank, Barclays, Credite Agricole e HSBC quelle europee. L’altro progetto incriminato è il Kinder Morgan’s Trans Mountain. Un investimento che ha come obiettivo il triplicarsi del petrolio trasportato dall’Alberta fino alla costa British Columbia. Inutile aggiungere come tale progetto possa avere gravi ripercussioni su flora, fauna e popolazione umana che vive proprio su quella costa, oltre che sul cambiamento climatico. I finanziatori? Sempre gli stessi di prima, JP Morgan, Bank of America ecc. ecc.

Il terzo progetto incriminato è l’Enbridge Line 3, una nuova conduttura che minaccia direttamente la vita degli Ojibwe, popolazione nativa del Minnesota. Anche in questo caso  gli attori che finanziano l’infrastruttura sono sempre gli stessi.

La contraddizione di JP Morgan

Ora, secondo quanto fanno emergere i dati in proiezione relativi a questi tre progetti, pare che nei primi tre quarti del 2017, cioè da gennaio fino ad oggi, i finanziamenti delle banche citate siano addirittura aumentati di oltre una volta e mezza, rispetto al 2016. Una mole di denaro che ha più o meno direttamente contribuito al superamento del limite di emissione, posto a 100 megatonnellate annue, nello Stato dell’Alberta. Una tendenza preoccupante se sommata all’azione di uscita della nuova Presidenza americana rispetto agli Accordi sul Clima di Parigi. É tuttavia sorprendente leggere le seguenti dichiarazioni: “Sono assolutamente in disaccordo con la scelta dell’amministrazione (di uscire dall’Accordo)”, e scoprire che a pronunciarle è stato Jamie Dimon, CEO di JP Morgan.

Banche virtuose da prendere come esempio

Proprio quella banca che si trova in tutte le liste dei principali finanziatori dei tre progetti considerati ambientalmente invasivi dal report. Se da una parte c’è JP Morgan che sembra condurre un doppio gioco per massimizzare i profitti, dall’altra ci sono altri istituti finanziari che, fortunatamente, si stanno adattando agli standard concordati a Parigi per evitare il cambiamento climatico. Il report ne cita principalmente tre: BNP Paribas, ING e Rabobank. Tutti e tre hanno apposto dei vincoli ambientali alla loro capacità di finanziare progetti. Vincoli che possono impedire il riversarsi di ingenti quantità di denaro in progetti economicamente vantaggiosi, ma socialmente dannosi e insostenibili.