Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti vuole dotarsi di microreattori nucleari “mobili” in modo tale da assicurare una fonte di energia per siti d’importanza strategica in caso di grave crisi.

È questo l’obiettivo del “Progetto Pele“, che sembra aver trovato le società che si occuperanno dello sviluppo di questo programma pionieristico. Secondo le indiscrezioni, non è escluso che in futuro queste tecnologia all’avanguardia venga sdoganata nel mercato civile. Ma per adesso il piano si concentra su reattori che possano sostenere strutture sensibili come il Pentagono, Langley (addirittura il Norad) oppure essere messi a disposizione di nuove installazioni temporanee, magari in prossimità delle zone delle operazioni.

Sono tre gli appaltatori che hanno ricevuto il mandato del Pentagono per procedere nello sviluppo dei reattori nucleari modulari destinati a servire le forze armate statunitensi: la BWX TechnologiesWestinghouse Government Services , X-energy. Esse faranno parte, come riporta lo stesso sito governativo del Project Pele del programma che utilizza “un approccio in due fasi per mitigare i rischi di progetto e tecnici. “Al termine della Fase 1, – la progettazione – ci sarà un processo di selezione verso il basso non competitivo per identificare le squadre per la Fase 2 (circa altri 24 mesi). I vincitori della Fase 1 lavoreranno per sviluppare un prototipo di progettazione per un microreattore mobile e produrranno piani di progettazione programmata da costruire e riduzione del rischio prima di un successivo premio di Fase 2″, conclude il documento che delinea i piani generali del programma.

Sebbene tecnologie simili siano già esistenti – si pensi ai reattori di fabbricazione russa che sono già in uso su installazioni come le “centrali elettriche galleggianti” o sui rompighiaccio nucleari varati da Mosca – sembrerebbe che il Pentagono intenda realizzare microreattori più versatili, e forse anche più potenti. Come riportato da Defense News: “I militari hanno sempre guidato la tecnologia utilizzando l’accesso che altre parti del governo non hanno, specialmente se la tecnologia verrà utilizzata solo dai militari in contesti di guerra”, ma secondo l’opinione del portavoce della World Nuclear Association Jonathan Cobb, il vantaggio “in termini di sviluppo” verrà apportato da un eventuale successo del programma che potrebbe “andare a beneficio” di tutti, dato che questa tecnologia potrebbe essere commercializzata nel mercato civile. Lasciando l’onere di tutte le spese di sviluppo, test di sicurezza e dell’approvazione normativa, a carico dei militari.

Attualmente una delle maggiori preoccupazioni sollevate in merito al progetto è proprio il suo impiego in “zone di combattimento” – la ragione più sponsorizzata dal governo. Trasportare un reattore nucleare in prossimità del teatro operazioni lo sottoporrebbe al rischio essere bersagliato, con conseguenze prevedibili per il sito che lo ospiterebbe e per il personale ad esso adibito. Inoltre, la maggior parte dei governi del mondo – che ha già ratificato accordi per la non proliferazione nucleare – potrebbe non consentire il passaggio di un reattore nucleare sul loro suolo. Dunque il reattore – benché “micro” – dovrebbe raggiungere la sua meta studiando rotte dirette che non prevedano ferrovie o porti gestita da “terzi” – entrambe opzioni ovviamente messe al vaglio nei progetti di trasporto. Se questa “criticità” non trascurabile non venisse risolta per tempo, i microreattori nucleari mobili del Pentagono, anche se sviluppati, non potrebbero muoversi poi tanto. Rimarrebbero dunque confinati nell’America continentale, o peggio, in qualche grande magazzino, accanto alle altre “invenzioni fantastiche” che il Dipartimento della Difesa ha senza dubbio commissionato nei trent’anni di corsa agli armamenti per la Guerra Fredda