Ambiente /

Roberto Cingolani è uno degli uomini chiave nel governo guidato da Mario Draghi e membro della ristretta cerchia di ministri che, assieme a Vittorio Colao, Enrico Giovannini e Daniele Franco, sta affiancando il premier nella riscrittura del Recovery Fund. Il fisico a lungo a capo dell’Istituto Italiano di Tecnologia chiamato da Draghi a guidare il ministero della Transizione Ecologica dopo un passaggio fondamentale ai vertici della ricerca in Leonardo ha portato nell’esecutivo l’ambizione di poter affrontare la sfida del cambiamento climatico e della partita ecologica con un approccio di sistema, capace di coniugare investimenti, ricerca, nuove tecnologie e progetti di lungo periodo.

Cingolani, nota Formiche, ha impostato il suo nuovo ministero “su tre asset: tutela della natura, del territorio e del mare; transizione ecologica; sfida climatica e sfida energetica”. Il 59enne ex docente dell’Università del Salento, “scienziato ma uomo d’impresa e di tecnologie applicate, sa meglio di tutti che la prima sfida è quella di un nuovo metodo di lavoro con l’impronta “ìdella complementarità e dell’interconnessione, anche con le strategiche competenze in materia di energia in arrivo dallo Sviluppo Economico” di Giancarlo Giorgetti, al cui fianco Cingolani siede nel nuovo Comitato interministeriale per la transizione ecologica, da lui presieduto e che comprende anche i ministri Colao (digitale), Giovannini (Infrastrutture) e Patuanelli (Agricoltura).

Parlando alla plenaria delle Commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera e del Senato il 16 marzo scorso Cingolani ha presentato la sua visione in relazione all’avvio dei progetti “verdi” che rappresenteranno lo stock più pesante nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che l’Italia dovrà presentare per ottenere lo sblocco dei denari del Recovery Fund. L’ambizione di Cingolani di rafforzare le capacità operative dell’Italia in campo ambientale si unisce a un deciso pragmatismo: la politica ambientale, in quest’ottica, appare destinata a valutare progetti concreti, scenari di sviluppo di nuovi mercati e politiche di lungo periodo piuttosto che focalizzarsi su misure bandiera come lo stop alle trivellazioni offshore o la plastic tax, tanto deficitarie per l’economia nazionale quanto dubbie nel loro ruolo di tamponatori dell’emergenza climatica e ambientale.

Apertura alla fusione

Il pragmatismo invita dunque a evitare di escludere per ragioni ideologiche o preconcetti qualsiasi soluzione: non a caso, particolarmente significativa è stata l’apertura del ministro alla ricerca sulla fusione nucleare, tema di sensibile interesse di istituzioni della ricerca nazionale come l’Enea. “L’universo funziona con la fusione nucleare. Quella è la rinnovabile delle rinnovabili – ha spiegato Cingolani  -. Noi oggi abbiamo il dovere nel Pnrr di potenziare il ruolo dell’Italia nei progetti internazionali Iter e Mit sulla fusione. Quello è un treno che non possiamo perdere”.

Una visione che richiama quanto aveva detto a novembre a Rivista Energia il fisico e Premio Nobel Carlo Rubbiache aveva segnalato l’apprezzabile vantaggio del nucleare (campo in cui la ricerca sulla fusione rappresenta l’ultima frontiera) su altre rinnovabili “che sono da un lato disponibili in maniera aleatoria e dall’altro richiedono generalmente elettricità non facilmente trasportabile su grande scala”. Una sfida che altri Paesi in Europa hanno già deciso di affrontare. Nel grande progetto “France Relance” del governo di Emmanuel Macron e nei nuovi piani di transizione ecologica del governo britannico di Boris Johnson, non a caso, il nucleare pulito gioca un ruolo centrale nel quadro delle politiche per la generazione energetica del futuro. L’apertura di Cingolani, nel nostro contesto, apre scenari altrettanto interessanti.

Idrogeno, la nuova frontiera

Cingolani dà un obiettivo di medio-lungo periodo, il 2030, per quanto riguarda invece la più discussa e promettente fonte di energia in via di esplorazione, l’idrogeno, sulla cui generazione e sul cui sfruttamento a fini industriali l’Italia punta fortemente per de-carbonizzare la filiera industriale e i consumi della mobilità pubblica, secondo una strategia complementare con gli alti standard dei Paesi partner nell’Unione Europea.

Cingolani prevede il rafforzamento della filiera nazionale nella generazione dell’idrogeno. “Al momento non abbiamo gli impianti, non sappiamo come stoccare e come utilizzare l’idrogeno”, ha dichiarato segnalando la necessità di andare oltre i progetti-bandiera di singoli gruppi industriali, che non consentono di dire se un Paese stia o meno facendo sistema. “Ma questa è solo la realtà odierna. Dobbiamo cominciare a lanciare i nostri programmi, dobbiamo creare quel sistema che intorno a quel vettore energetico ci consenta di operare al meglio”: dagli impianti di cattura e stoccaggio del Co2 alla transizione ad idrogeno del ciclo integrale di processi industriali come quello siderurgico, su cui diversi progetti sono già allo studio, il ministero della Transizione Energetica avrà molto da lavorare per capire a quali piani dare priorità nel Pnrr.

Notevole, in tal senso, la chiusura relativa alla costruzione di politiche a sostegno della creazione di impianti per la produzione di batterie per le auto elettriche: tra 10 anni, secondo Cingolani, “le automobili andranno a fuel cell e anche i camion andranno a fuel cell perché sarà una tecnologia consolidata. Le batterie semmai le avremo superate già, perché hanno un problema di dismissione”. Uno scenario che ha portato diverse associazioni, come Legambiente e Greenpeacea definire troppo futuristico il piano del ministro, ma che apre anche questioni rilevanti come quella relativa al recente investimento annunciato dal gruppo Italvolt per la costruzione di una gigafactory nel nostro Paese, che fa seguito a quello del gruppo cinese Faw per un polo dell’elettrico in Emilia-Romagna. Progetti che, con ogni probabilità, riceveranno meno sostegno dal decisore pubblico in termini di investimenti e sostegno diretto.

La burocrazia, nemico numero uno

Per portare avanti i suoi progetti, Cingolani non nasconde di individuare nella selva di regolamenti burocratici una pietra d’inciampo nel cui cammino le politiche per la transizione ecologica possono incappare. “La transizione – conferma Cingolani – sta avvenendo troppo lentamente, anche nelle aree di maggior focus, ed in primo luogo a causa delle enormi difficoltà burocratiche ed autorizzative che riguardano in generale i settori infrastrutturali in Italia, ma che in questo contesto hanno frenato il pieno sviluppo di impianti rinnovabili o di trattamento dei rifiuti”. Dalla creazione di processi di governance dell’economia circolare alla ricerca di una maggiore sinergia tra governo, enti locali ed imprese Cingolani promette di rendere la burocrazia e la pubblica amministrazione un fattore abilitante della svolta nel Pnrr.

La “transizione burocratica” è dunque parallela alla transizione energetica ma, per Cingolani, chiave di volta del successo del Pnrr. Abitando a Genova e avendo impressa nella memoria la tragedia del Ponte Morandi, Cingolani fa spesso riferimento alla decisione emergenziale di accelerare sulla ricostruzione creando la task force per l’edificazione del Ponte San Giorgio con uno stretto coordinamento tra il commissario straordinario, il sindaco di Genova Marco Bucci, l’autorità regionale guidata da Giovanni Toti, il governo centrale e il consorzio Cdp-Fincantieri-Italferr-Salini Impregilo. L’emergenza economica e la sfida del Recovery potrebbero più volte richiamare in campo uno schema di governance del genere. E anche sul fronte ambientale Cingolani lascia intendere che il modello commissariale per accelerare permessi e cantieri possa essere una strategia vincente.

Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY