Nel dicembre 2017, Emmanuel Macron annunciava con enfasi l’approvazione di una legge che avrebbe messo fine all’estrazione di idrocarburi sul territorio francese, definendo il Paese “il primo tra quelli sviluppati a intraprendere un tale impegno”. Tuttavia, a sette anni di distanza, la realtà racconta una storia ben diversa. Secondo un’inchiesta di Disclose, basata su dati inediti ottenuti da dieci prefetture francesi, dal 2017 lo Stato ha autorizzato ben 47 nuovi pozzi petroliferi. Un paradosso legislativo che mostra quanto le promesse di transizione ecologica restino spesso vuote dichiarazioni di intenti.
Un petrolio che alimenta la crisi climatica
In un contesto di crisi climatica sempre più evidente, con eventi estremi come il devastante incendio che ha trasformato in cenere la foresta di La Teste-de-Buch nell’estate 2022, la Francia continua a sfruttare il suo sottosuolo per estrarre petrolio. In contrasto con i proclami ambientalisti, i dati di Disclose mostrano che, dalla legge del 2017, il Governo ha non solo autorizzato nuovi pozzi, ma anche ampliato concessioni esistenti per un totale di quasi 400 km², equivalenti a quattro volte la superficie di Parigi. Il paradosso è reso possibile da una clausola della legge stessa, che consente agli operatori di trivellare nuovi pozzi sulle concessioni già esistenti, purché i permessi minerari siano stati ottenuti prima del 2017. Un meccanismo legale che prolungherà l’estrazione fino al 2040, o addirittura oltre, in nome del raggiungimento dell’“equilibrio economico”. Di fatto, anziché rappresentare una svolta, la legge si è rivelata un freno tirato solo a metà.
Un’industria invisibile e “confidenziale”
Gran parte di queste attività avviene sotto il radar dell’opinione pubblica. I dati relativi ai siti di estrazione aperti dal 2014 sono classificati come “confidenziali” dal Bureau de recherches géologiques et minières (BRGM), rendendo difficile accedere a informazioni di interesse pubblico. Solo grazie all’analisi di immagini satellitari, articoli locali e documenti forniti da alcune prefetture, Disclose è riuscita a individuare almeno 19 nuovi pozzi attivi dal 2017, che si aggiungono ai più di 600 siti già operativi. Dietro questa discrezione si nasconde un piccolo gruppo di aziende, come la canadese Vermilion, che controlla il 70% della produzione petrolifera francese, o Bridge Energies, che si avvalgono del pretesto della “sovranità energetica” per giustificare le loro operazioni. Eppure, il petrolio estratto in Francia copre appena quattro giorni di consumo nazionale, secondo il Ministero della Transizione Ecologica. Una sovranità, quindi, più teorica che reale.
Il miraggio del petrolio a basso impatto
Gli operatori del settore difendono l’attività citando un presunto vantaggio ecologico: un barile di petrolio prodotto in Francia emetterebbe tre volte meno gas serra rispetto a uno importato. Un argomento ripetuto nelle richieste di concessione, ma che crolla sotto il peso dei fatti. Il trasporto su gomma fino alle raffinerie distanti centinaia di chilometri, come quello del petrolio di Nonville che viene raffinato al porto di Le Havre, è 18 volte più inquinante rispetto al trasporto via nave di petrolio importato. “Non si può garantire che il petrolio estratto in Francia venga consumato in Francia”, afferma Jacques Percebois, esperto di economia energetica dell’Università di Montpellier. E l’Autorità Ambientale francese è ancora più netta: “Questi progetti non riducono le emissioni globali, ma contribuiscono ad accrescere la produzione di petrolio e quindi le emissioni.”
I costi ambientali nascosti
A questo si aggiungono i rischi ambientali. A Nonville, nel dipartimento di Seine-et-Marne, l’estrazione minaccia preziose falde acquifere che forniscono acqua potabile alla capitale e a gran parte dell’Île-de-France. Altrove, incidenti legati all’estrazione sono stati tutt’altro che rari: dal 2010 si sono verificati almeno 22 episodi, tra perdite di petrolio e sversamenti volontari nelle acque, con conseguenze devastanti per flora e fauna. Il caso della concessione di La Teste-de-Buch è emblematico. Qui, nonostante cinque incidenti recenti, la società Vermilion sta pianificando otto nuovi pozzi, ignorando i disastri ambientali già accaduti, come lo sversamento di petrolio verificatosi pochi mesi dopo il grande incendio del 2022. Un’immagine simbolica e drammatica: petrolio su un tappeto di cenere.
La Francia che si racconta paladina della lotta al cambiamento climatico si rivela, nei fatti, ancorata a un modello fossile che non solo contraddice gli obiettivi di neutralità carbonica, ma mina anche la sua credibilità internazionale. La legge del 2017 è un esempio lampante di greenwashing istituzionale: più forma che sostanza. Nel frattempo, la corsa alle “ultime gocce” di petrolio continua. Ma a quale prezzo? Come ricorda l’inchiesta di Disclose, il costo di questa transizione mancata lo pagheremo tutti, in termini di clima, salute e risorse naturali compromesse.
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