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Continua a far discutere la decisione del Giappone di sversare nell’Oceano Pacifico l’acqua impiegata per raffreddare i reattori nucleari della centrale di Fukushima. Protestano ambientalisti, cooperative di pescatori e i governi di Cina e Corea del Sud, con Seul che starebbe valutando di portare il caso davanti al Tribunale internazionale del diritto del mare, mentre l’Ue chiede garanzie sulla sicurezza dell’operazione.

Secondo il governo giapponese, però, quella della diluizione nel Pacifico sarebbe l’opzione più realistica per “completare lo smantellamento dell’impianto”. Se si continua a rimandare, infatti, il rischio è che, in caso di un’altra catastrofe naturale, come quella che provocò il disastro stesso della centrale, il liquido possa essere sversato senza controllo.

È d’accordo anche l’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) che, come ricorda Forbes, ha avallato la scelta del governo giapponese, definendola in linea con la prassi internazionale. La Tokyo Electric Power Company (Tepco), società che gestisce l’impianto, dovrebbe iniziare le operazioni di smaltimento a partire dal 2023.

L’impatto dell’acqua radioattiva secondo i fisici

Ma qual è il vero rischio per l’ambiente, l’ecosistema e la salute dei cittadini? Secondo gli addetti ai lavori, al netto delle proteste e degli allarmismi, sarà una manovra quasi ad impatto zero. “La Tepco ha già provveduto a ripulire l’acqua dagli isotopi radioattivi più pesanti, come cesio e rutenio, con delle prime operazioni di filtrazione”, spiega ad Inside Over, Marco Cattaneo, giornalista scientifico con una laurea in Fisica, direttore di Le Scienze e National Geographic. “Resta il trizio che attraverso questa procedura non è eliminabile ma che d’altra parte – continua – rappresenta la maggior parte della radioattività naturale degli oceani e delle acque marine”.

“Una delle preoccupazioni più rilevanti dal punto di vista tecnico è che siano rimaste tracce di altri isotopi radioattivi diversi dal trizio, – va avanti – ma su questo sia la Tepco che il governo giapponese hanno garantito, e poi dovranno essere le agenzie internazionali a verificarlo, che l’acqua verrà filtrata nuovamente per eliminare completamente tracce di altri elementi radioattivi”.

Se lo sversamento dovesse avvenire in punti diversi ed essere cadenzato nel tempo la diluizione nel Pacifico dovrebbe essere così elevata da non creare nessun problema

Tornando al trizio, quindi, l’isotopo radioattivo di cui è composto l’idrogeno, nei serbatoi dell’impianto non sarebbe contenuto in quantità maggiore di quella che si trova naturalmente negli oceani. “Nel momento in cui lo sversamento dovesse avvenire in punti diversi ed essere cadenzato nel tempo – assicura Cattaneo – la diluizione nel Pacifico dovrebbe essere così elevata da non creare nessun problema né di salute, né per l’ambiente e la fauna”.

I dati parlano di una diluizione del trizio a 1500 becquerel per litro, che equivale ad 1 quarantesimo della concentrazione consentita dagli standard di sicurezza giapponesi e ad 1 settimo di quella accettata dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’acqua potabile. Insomma, se le informazioni diffuse dal governo giapponese fossero confermate, secondo Forbes, “la dose di radiazioni di un quarto di quest’acqua sarebbe uguale a quella di quattro banane o di una busta di patatine formato famiglia”.

Le ragioni dietro alle proteste diplomatiche

Inoltre il tempo di dimezzamento di questo isotopo è relativamente breve. Come si spiegano, allora, le proteste dei Paesi vicini? Secondo il direttore di National Geographic “la Cina, il Paese che sta costruendo più centrali nucleari al mondo e il 90% delle nuove centrali a carbone del pianeta, è sicuramente interessata a sollevare il caso per togliersi gli occhi puntati nella regione, visto che da un anno è sotto tiro per via della pandemia”. Ragioni, quindi, che potrebbero essere del tutto politiche. “La Corea del Sud, invece, – spiega ancora Cattaneo – chiede maggiore trasparenza, visto che il Giappone non ha ancora condiviso tutti i dettagli dell’operazione”. “Immagino – commenta l’esperto – che sia pronto a farlo, per quanto si tratti di un’operazione a rischio estremamente basso è giusto che venga concordata con i Paesi confinanti, con la massima trasparenza”.

Non ci dovrebbero essere rischi neppure per le importazioni dei prodotto ittici verso il nostro Paese: “Le navi giapponesi vanno a pescare in tutto il mondo, dalle acque cilene a quelle sudafricane, è il Paese che ha la più grossa flotta di pesca commerciale del pianeta, detto ciò – spiega Cattaneo – non dovrebbe esserci nessun impatto perché la radioattività naturale contenuta nei bacini oceanici non dovrebbe aumentare con il rilascio di questo liquido”.

I veri problemi dello smaltimento

Secondo il giornalista scientifico, insomma, non sono quegli 1,25 milioni di tonnellate di “acqua trattata” contenuta nei 1.020 serbatoi dell’impianto a doverci preoccupare. Il problema vero è costituito dal materiale solido contaminato. “È lì che ci sono isotopi davvero pericolosi per la salute e per l’ambiente, che dovranno essere trattati e stoccati in depositi permanenti”. La Tepco prevede che per completare l’operazione di smaltimento ci vorranno 30 o 40 anni e un investimento di 75 miliardi di dollari. “Direi che questo è l’aspetto più inquietante dell’incidente a Fukushima”, commenta Cattaneo.

Le vicende collegate al disastro nucleare del marzo del 2011 riaprono il dibattito sull’opportunità del ricorso all’energia nucleare. Un dibattito reso ancora più attuale dagli obiettivi che l’Europa si è posta con il Green Deal. Raggiungere il traguardo della decarbonizzazione, infatti, appare complicato, se non utopistico, con il solo ricorso alle rinnovabili. “Diciamo che nell’ultimo secolo hanno fatto più danni i combustibili fossili che le centrali nucleari, solo che quei danni sono meno visibili e meno evidenti rispetto a Cernobyl e Fukushima”, è il punto di vista di Cattaneo.

“Il problema – spiega – sarà come arrivare alle emissioni zero soltanto con le energie rinnovabili. Dal punto di vista dell’accettabilità sociale, oggi il nucleare gode di una pessima fama. Ma c’è anche da dire che le centrali di cui stiamo parlando sono state costruite negli anni ’60. Nel frattempo la tecnologia è andata avanti sviluppando nuovi modelli di reattori con sistemi di sicurezza all’avanguardia”. “Quella che va affrontata seriamente – conclude – è invece la questione dello stoccaggio delle scorie e dei combustibili esausti”. Un problema che in Italia non è ancora stato risolto.

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