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Ambiente

Panama, nella provincia dell’impero Usa il terremoto riguarda solo i poveri

La stabilità politica di questa colonia Usa de facto potrebbe dipendere molto da quante famiglie saranno ancora sotto una tenda a fine anno.
panama

Panama City — Gli enormi grattacieli della capitale, tirati su negli ultimi vent’anni grazie a ingenti investimenti esteri e speculazioni immobiliari, hanno oscillato vistosamente ma hanno retto senza registrare vittime o crolli devastanti durante il violento terremoto del 9 ottobre scorso. Una scossa enorme: con magnitudo stimata tra 7,7 e 8 e oltre 150 repliche, ha lasciato Panama City praticamente intatta, mentre magnitudo simili, qualche centinaio di chilometri più a Sud, hanno devastato il Venezuela, causando migliaia di morti. E se l’evento che ha colpito questa piccola colonia de facto degli Stati Uniti — sotto la tutela di Washington e delle sue scuole globaliste da decenni — fosse un piccolo miracolo di efficienza neoliberista? Un successo della privatizzazione e dei criteri costruttivi moderni, verrebbe da pensare. Ma la realtà sul campo racconta tutta un’altra storia, e mostra come la geografia dell’emergenza rispecchi in modo quasi chirurgico le disuguaglianze storiche del Paese.

Mentre nella capitale il panico si è risolto con migliaia di persone riversate in strada e ore trascorse nel traffico in attesa di rientrare negli appartamenti, in Europa la notizia dell’evento non è nemmeno arrivata, tanto è scarso l’interesse per questa parte di mondo. Nell’interno del Paese, più povero e lontano dai flussi del turismo, le conseguenze sono state ben diverse. Il Sistema Nacional de Protección Civil ha contato oltre 13 mila persone colpite e circa 4 mila abitazioni danneggiate, di cui quasi 900 completamente distrutte. Una sola vittima accertata: una donna di 68 anni deceduta per le gravi ferite.

A crollare o subire danni strutturali gravissimi non sono stati le sedi sfarzose delle multinazionali o i pacchiani casinò lungo la costa, ma scuole, piccoli centri di salute, ponti e acquedotti nelle province di Herrera, Los Santos, Veraguas e Coclé. Ovvero in quel territorio che gli abitanti della costa chiamano semplicemente l’interior, la regione rurale e storicamente più trascurata dallo Stato, dalla quale proviene la maggior parte dei lavoratori sottopagati.

La povertà delle campagne

Le istituzioni panamensi si sono vantate del bilancio miracoloso, ma non navigano in acque tranquille. Il presidente José Raúl Mulino, sopravvissuto al confronto con la Casa Bianca che l’anno scorso minacciava di riprendersi il Canale di Panama, è a picco nei sondaggi. Un governo, il suo, di orientamento liberal-conservatore e filo–Washington eppure non sufficiente a garantire la serenità nei rapporti con Donald Trump e il segretario di Stato Marco Rubio, che ha preteso e ottenuto un alleggerimento della presenza cinese, di lunga data e preziosa per l’economia.

Concentrato sull’elettorato che alberga nei quartieri ricchi della capitale come Punta Paitilla o Costa del Este, Mulino ha chiesto alla Panama periferica di pazientare e non lamentarsi troppo, mentre le grandi opere pubbliche con capitale di Pechino che avrebbero dovuto accorciare le distanze nel Paese languono o sono state stralciate. Se la capitale ha un centro finanziario e negozi paragonabili a quelli di Miami o Madrid, nelle zone rurali la povertà per reddito raggiunge percentuali elevate, e più della metà della popolazione soffre quotidianamente per la mancanza cronica di acqua potabile o servizi di base.

A complicare la gestione dei soccorsi ha contribuito poi una struttura statale fortemente centralizzata, con alcuni amministratori locali accusati di aver goduto di trattamenti di favore nella distribuzione degli aiuti. Per provare a recuperare consensi, l’esecutivo ha scelto di gestire in prima persona ogni pacco alimentare da spedire nelle zone colpite, rischiando di rallentare ulteriormente la macchina dei soccorsi. Se la capitale ha ripreso a lavorare e fatturare meno di 24 ore dopo lo spavento, nell’interno del Paese centinaia famiglie sono rimaste ad aspettare per giorni le provviste d’emergenza, sotto strutture di fortuna o tendoni rimediati.

L’equilibrio nella disuguaglianza

La storia recente dell’America Latina insegna che i disastri naturali hanno funzionato spesso come una prova di stress in tempo reale per le istituzioni. Come accaduto a Managua nel 1972 o a Città del Messico nel 1985, le emergenze hanno messo a nudo i limiti del potere e la tenuta dei governi. Mulino ha avuto una certa dose di fortuna: se l’epicentro fosse stato più vicino a Panama City, con un’intensità analoga, le dighe del Canale avrebbero potuto subire danni rilevanti, così come i bacini idrici che riforniscono di acqua potabile gran parte dell’area metropolitana e i ponti di collegamento. In un momento in cui le catene energetiche e commerciali del globo soffrono già per le restrizioni a Hormuz e nel Mar Rosso, una crisi nella più importante via d’acqua artificiale delle Americhe avrebbe avuto un effetto devastante.

Per ora, Panama continua a unire una dipendenza imperiale dagli Stati Uniti e dal capitale straniero con una stabilità economica e istituzionale invidiabile per l’area latinoamericana. L’equilibrio è segnato da disuguaglianze vistose, ma da molti anni riduce lo spazio per una rottura radicale con il sistema, grazie alla capacità di quest’ultimo di assicurare una certa ricaduta di prosperità sugli ultimi, e un funzionamento istituzionale sufficiente a contenere le contraddizioni.

Sullo sfondo restano le tensioni con le organizzazioni sindacali e i lavoratori dell‘interior. I cento milioni di dollari destinati ai fondi di emergenza e i futuri contratti di appalto rappresentano un banco di prova per la destra al governo. Non è da escludere che la stabilità politica di questa colonia de facto, che sempre scarsa attenzione riceve dal resto del mondo, potrebbe dipendere molto da quante famiglie si troveranno ancora sotto una tenda a fine anno.

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