Di recente, un’inchiesta condotta da diversi scienziati europei ha individuato in un impianto di smaltimento di scorie nucleari situato in Russia la sorgente dell’enorme nube radioattiva che ha attraversato i cieli europei nel novembre 2017. La nube ha portato con sè concentrazioni di rutenio-106, prodotto del decadimento dell’uranio-235, oltre cento volte superiori a quelle normali, non sufficienti per impattare sulla salute umana ma per portare all’attenzione di opinione pubblica e decisori politici il tema della sicurezza degli impianti nucleari.

In una fase storica in cui il problema della transizione energetica e dei cambiamenti climatici è all’ordine del giorno il tanto demonizzato nucleare appare una via d’uscita di primaria importanza, tanto che la Cina, Paese in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici, sta investendo massicciamente in reattori d’ultima generazione. Al tempo stesso, è precipuo il tema della sicurezza degli impianti più vecchi e necessitanti di manutenzione che, soprattutto in Europa, abbondano in numerosi Paesi pionieri del nucleare. Mayak, sorgente della nube del 2017, fu ad esempio sede nel 1957 del terzo più grave incidente a reattori nucleari di sempre. L’Europa, con 134 centrali attive sparse nel continente, 58 delle quali nella sola Francia, è epicentro del rischio legato al collasso o al deterioramento di impianti vecchi, disfunzionali e la cui manutenzione richiederebbe anni di lavoro e ingenti investimenti.

E per esemplificare il problema è importante riportare due esempi dal cuore del Vecchio Continente: il caso del nucleare belga e quello di diversi reattori del nucleare francese.

I problemi dei reattori in Belgio

Nell’autunno 2017 Giovanni Masini aveva riportato per Gli Occhi della Guerra il caso del degrado di diverse centrali nucleari belghe poste in regioni densamente popolate e potenzialmente esposte ai rischi di un incidente al loro interno. Nelle centrali di Doel e di Tihange, al confine rispettivamente con i Paesi Bassi e nei pressi della frontiera tedesca, due reattori hanno riportato gravi problemi, crepe e problemi strutturali potenzialmente in grado di portare a un incidente di vasta portata al nocciolo.

Sotto accusa, in particolare, il reattore Doel 3, entrato in funzione nel 1982, spento come quello di Tihange 2 per lavori di manutenzione necessari in seguito alla scoperta di crepe nel calcestruzzo delle torri di contenimento. Come riporta QuiEnergia, “a risultare logorato è appunto il cemento armato, che mostra crepe e porzioni di superficie venute via. Il problema è causato dal vapore sprigionato intorno alla capsula. Sono interessate le parti non nucleari, ossia dove trovano posto le apparecchiature del sistema di sicurezza, tra cui pompe e generatori, un doppio sistema necessario a innescare il meccanismo di sicurezza. […] Il Belgio produce il 60% della propria elettricità con il nucleare, con 5,7 GW di potenza, suddivisa fra i 4 reattori della centrale di Doel e i tre di quella di Tihange, dove vivono nel raggio di 70 km circa 9 milioni di persone”, e nel 2015 il Parlamento ha approvato l’estensione fino al 2025 di reattori di Doel di diversi anni più vecchi di quello sotto osservazione, come il Doel 1 e il Doel 2 costruiti tra il 1974 e il 1975.

La Corte Costituzionale di Bruxelles si è rivolto alla Corte di Giustizia Europea per un’analisi del provvedimento e il governo belga ha recentemente ricevuto l’ingiunzione di procedere a lavori di manutenzione e messa in sicurezza che, data la vicinanza ai confini del Paese, dovranno ricevere verifiche transfrontaliere e essere foraggiati da una quantità di fondi superiore ai 780 milioni di euro inizialmente stanziati. La “Fukushima belga” dovrà essere prevenuta ben prima della scadenza del 2025.

Il caso del nucleare francese

La Francia si trova a dover gestire questioni di portata ancora più ampia. Quasi l’80% della sua elettricità è prodotta nei reattori nucleari stanziati nel Paese. Per la Francia il nucleare, civile e militare, è stato nel secondo dopoguerra in generale e nella Quinta Repubblica in particolare manifestazione plastica della nuova versione della grandeur. Electricitè de France e la force de frappe erano un connubio su cui Parigi non poteva, in passato, non contare. Ma anche il nucleare francese, ora, annaspa.

Da un lato vi è il problema del carneage, ovvero la costosa manutenzione del parco-reattori di impianti in larga parte obsoleti, basati sulla grafite, che è la vitale alternativa a una dismissione graduale che, secondo diverse stime, potrebbe impiegare vent’anni e oltre 200 miliardi di euro per consentire alla Francia di affrancarsi dal nucleare. Dall’altro i problemi dell’innovazione. Parigi rischia la debacle tecnologica sul reattore di ultima generazione di Flamerville, pensato come risposta gallica alle polemiche post-Fukushima. “La débacle nucleare, se ci sarà, è cominciata con una mail inviata dal nuovo presidente dell’Asn, l’agenzia per la sicurezza del nucleare civile, l’ingegner Bernard Doroszczuk, al gran patron di Edf, Jean-Bernard Lévy”, scrive l’Huffington Post. “Il nuovo capo dell’Asn […] ha avvertito l’Edf che i lavori per la costruzione della nuovissima centrale Epr (European pressurized reactor, reattore di terza generazione raffreddato ad acqua pressurizzata) di Flammanville, sulla costa occidentale della Manica, dovevano essere bloccati immediatamente per poter rifare otto saldature”, che rischiano di provocarne il collasso entro il 2025.

Doroszczuk ha preso la coraggiosa decisione di evitare un rinvio delle operazioni di sistemazione al 2024, per evitare rischi improvvisi, ponendo il governo di fronte ai problemi legati a un’opera che ha visto i suoi costi lievitare da 3,5 a oltre 11 miliardi di euro e che non entrerà in funzione prima del 2022, senza tuttavia risolvere i problemi di sicurezza degli impianti più datati e inefficienti. Alcuni impianti, come Fessenheim al confine con la Germania, saranno chiusi, per altri i lavori di messa in sicurezza sono di vitale importanza. L’Europa non potrebbe mai tollerare una nuova problematica legata al nucleare, specie nel Paese che è l’epicentro dei reattori del Vecchio Continente.