La crisi che si è riaccesa sul Rio Grande non è soltanto una questione politica: è diventata un banco di prova per capire come una delle aree idricamente più stressate del Nord America reagisca quando le risorse scarseggiano e i trattati del passato non reggono più alla pressione del presente.
Donald Trump ha accusato il Messico di non rispettare il Trattato del 1944 e ha minacciato di introdurre un dazio aggiuntivo del 5% su tutte le importazioni messicane negli Stati Uniti. L’accusa è fondata sul fatto che, a metà del ciclo quinquennale 2020-2025, il Messico avrebbe consegnato meno della metà dell’acqua prevista dagli accordi: circa 730 mila acri-piedi su 1,75 milioni totali, secondo l’International Boundary and Water Commission, l’organismo binazionale che monitora i flussi.

Il riferimento è a un trattato che, mentre il mondo usciva dalla Seconda guerra mondiale, stabiliva una ripartizione precisa e apparentemente bilanciata. Il Messico si impegnava a fornire agli Stati Uniti una media di 350 mila acri-piedi all’anno dai tributari che alimentano il Rio Grande, mentre gli Stati Uniti garantivano al Messico 1,5 milioni di acri-piedi di acqua del Colorado ogni anno. L’unità di misura – un acre-foot, pari a circa 1.233 metri cubi – dà un’idea della scala del problema: la richiesta di Trump di rilasciare duecentomila acri-piedi entro fine anno equivale a circa 246 milioni di metri cubi, un volume superiore al contenuto totale di molti dei bacini minori dell’America settentrionale.
Il trattato prevedeva comunque una flessibilità annuale: il Messico poteva consegnare meno acqua in anni di siccità, purché compensasse entro la fine del quinquennio. Ma è proprio questo margine tecnico ad aver creato frizioni. Negli ultimi trent’anni, il Messico ha spesso accumulato ritardi, invocando la clausola di “siccità straordinaria”. Secondo osservatori statunitensi, negli ultimi cinque cicli il Paese ha rispettato le scadenze finali solo con consegne accelerate negli ultimi mesi, talvolta compensando deficit del ciclo precedente. Da qui la narrativa americana del “debito d’acqua”, che Trump quantifica in oltre ottocentomila acri-piedi.

Tutti i problemi del Messico
La presidente Claudia Sheinbaum ha replicato che il Messico sta attraversando una delle peggiori crisi idriche degli ultimi decenni. I dati del monitoraggio congiunto nordamericano mostrano che oltre il 75% del territorio messicano è interessato da condizioni di siccità che vanno da moderata a eccezionale. Le principali dighe del Nord – come La Amistad e Falcon, bacini fondamentali anche per le consegne agli Stati Uniti – in alcuni mesi del 2024 e del 2025 sono scese sotto il 20% della capacità utile. In questo contesto, trasferire rapidamente duecentomila acri-piedi oltre confine significherebbe sottrarre una quota significativa dell’acqua disponibile per centinaia di migliaia di ettari agricoli messicani.
A complicare il quadro c’è la limitata capacità delle infrastrutture idrauliche. Una parte degli apporti idrici destinati agli Stati Uniti deve essere convogliata attraverso il sistema dei tributari del Rio Conchos, del San Rodrigo e di altri corsi d’acqua minori. Le condotte, in parte costruite negli anni Cinquanta e Sessanta, non sempre consentono di movimentare volumi enormi in tempi brevi. Rilasciare 200 mila acri-piedi in poche settimane è dunque un obiettivo più politico che ingegneristico.
Sul fronte statunitense la pressione è altrettanto forte. Nel Rio Grande Valley, dove l’agricoltura dipende in modo quasi totale dalle consegne internazionali, il deficit idrico si è tradotto in rese inferiori per colture come agrumi, cotone e foraggio. Alcuni distretti irrigui del Texas hanno visto riduzioni di oltre il 60% delle assegnazioni annuali rispetto alle medie del decennio precedente. L’ultima raffineria di zucchero del Texas ha sospeso le operazioni citando fra le cause principali proprio la mancanza di acqua, mentre i grandi bacini texani collegati al Rio Grande sono scesi, in alcuni casi, a livelli inferiori al dieci per cento della capacità utile.

Il passaggio della disputa dall’ambito idrico a quello commerciale rappresenta un salto qualitativo. Il Messico esporta ogni anno negli Stati Uniti beni per un valore di centinaia di miliardi di dollari. Un dazio ulteriore applicato indiscriminatamente inciderebbe su settori altamente integrati delle catene di approvvigionamento nordamericane, dall’industria automobilistica all’elettronica. Anche una tariffa relativamente bassa rischierebbe di tradursi immediatamente in un aumento dei prezzi finali e in tensioni su intere filiere.
Quanto “pesa” il cambiamento climatico
L’aspetto forse più significativo, per quanto meno visibile, riguarda la tenuta degli accordi internazionali in un contesto di cambiamento climatico accelerato. Il Trattato del 1944 poggiava su una realtà idrologica stabile, in cui il flusso medio annuo dei tributari messicani superava spesso 1,1 milioni di acri-piedi. Oggi alcuni di questi tributari scorrono a portate inferiori del quaranta o cinquanta per cento rispetto alle medie storiche. Le evaporazioni dai bacini, aumentate a causa di temperature più elevate, erodono ulteriormente la disponibilità effettiva: ciò che un tempo era considerato un anno eccezionalmente secco è diventato, negli ultimi dieci anni, quasi ricorrente.

Fino a oggi i due Paesi hanno cercato di affrontare la disputa sia nel quadro tecnico della International Boundary and Water Commission sia, più direttamente, attraverso canali politici ed economici. Negli ultimi giorni sono state convocate riunioni ad alto livello proprio per discutere le consegne idriche aggiuntive richieste da Washington e per valutare se sia possibile trovare una soluzione che eviti l’inasprimento dei dazi, con la presidente messicana che ha espresso una certa apertura al dialogo pur ribadendo i limiti tecnici e climatici che il suo paese sta affrontando.
Nelle dichiarazioni ufficiali di Città del Messico si sostiene che, pur non potendo soddisfare la richiesta di consegne immediate nella misura imposta dall’ultimatum, il governo sta preparando piani di rilascio parziale di volumi idrici e ha fatto sapere di voler continuare a lavorare con gli Stati Uniti per rispettare gli obblighi del trattato lungo l’intero ciclo quinquennale, piuttosto che attraverso scadenze dettate unilateralmente da pressioni politiche. Queste consultazioni, in corso mentre il calendario scorre verso la fine di dicembre, potrebbero determinare se la disputa rimarrà un episodio di tensione transfrontaliera o se evolverà in una crisi più profonda nei rapporti economici e diplomatici tra i due vicini nordamericani.

