Secondo l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) delle Nazioni Unite (Onu), il consumo medio pro capite annuo globale di pesce è passato dai 9,9 chilogrammi negli anni ’60 a un picco di 20,5 nel 2019. Dovrebbe raggiungere i 21,4 kg entro la fine di questo decennio, ma permangono numerosi punti di domanda.
Già, perché i mari e gli oceani del mondo devono fare i conti con problemi non da poco che hanno causato – e stanno ancora adesso causando – sostanziali modifiche nella distribuzione e abbondanza di pesci.
L’Asia, che consuma il 72% della produzione ittica planetaria (record assoluto), sta già da tempo constatando gli effetti dell’aumento delle temperature della superficie oceanica, della maggiore gravità degli eventi meteorologici avversi e della scomparsa di alcune specie marine. Ci sono, infatti, pesci che si sono allontanati dalle aree equatoriali per raggiungere regioni più fresche; pesci che si stanno estinguendo per via della pesca massiccia e aggressiva; e pesci che sono finiti a popolare zone inedite.
Le conseguenze? Disastrose per i pescatori, spesso costretti a massimizzare le operazioni ittiche in un vero e proprio gioco al massacro. Gli ultimi dati sono emblematici: già nel 2022 la produzione mondiale della pesca e dell’acquacoltura aveva raggiunto il picco di 223,2 milioni di tonnellate, pari a un incremento del 4,4% rispetto al 2020. Di questo passo non ci saranno più pesci per tutti.

Il mare? È troppo caldo
Due Paesi asiatici che vivono quasi in simbiosi con la pesca coincidono con Corea del Sud e Giappone. A causa dell’aumento della temperatura delle acque, per esempio, i calamari stanno scomparendo dalle acque sudcoreane per dirigersi verso nord in cerca di mari più freddi. Allo stesso tempo, i pescatori giapponesi hanno iniziato a riscontrare una massiccia presenza di pesci spada.
Ebbene, siamo di fronte a due rappresentazioni concrete di come il cambiamento climatico può stravolgere i mezzi di sostentamento di centinaia di lavoratori. Soprattutto di quelli che vivono in piccole città o villaggi, per i quali il pesce pescato localmente non è solo un prodotto, ma un qualcosa che vanta profondi legami storici e identitari con le rispettive comunità.
Il futuro rischia di essere amaro, come ha spiegato gli esperti dell’Intergovernmental Panel On Climate Change: “È praticamente certo che l’oceano superiore globale (i primi 700 metri) si sia riscaldato dagli anni ’70 ed è estremamente probabile che l’influenza umana sia il fattore principale”.
Del resto, nel 2023 la temperatura media della superficie del mare nel mondo è stata di 0,4 °C superiore alla media trentennale: praticamente un record da quando sono iniziate le statistiche nel 1891. Secondo la Japan Meteorological Agency (Jma), inoltre, gli ultimi 10 anni sono stati i 10 più caldi mai registrati.

Le pene dei pescatori asiatici
Le acque dell’Asia orientale si stanno riscaldando più rapidamente rispetto a quelle di altre aree del pianeta. Basti pensare che la temperatura media annuale della superficie del mare vicino alla Corea del Sud e al Giappone è aumentata di circa 1 °C (raggiungendo 1,9 °C) nell’ultimo secolo, rispetto alla media globale di 0,6 °C.
Il riscaldamento del clima oceanico ha così modificato la distribuzione dei pesci, rendendo difficile la cattura di alcune specie e sconvolgendo le industrie che da tempo ne facevano affidamento per sopravvivere. La pesca, come detto, è una fonte primaria di reddito per decine di milioni di persone in tutta l’Asia.
Arriviamo così ai pescatori sudcoreani che nel 2023 hanno pescato appena 23mila tonnellate di calamari dalle acque del Paese, ben al di sotto delle 59mila recuperate nel 2020 e appena il 14% delle 163mila del 2014. In Giappone, intanto, nella prefettura di Miyagi non è quasi più possibile fare affidamento sull’hoya (o ascida marina), mentre sono invece comparsi i pesce spada, fuggiti dalle acque del Giappone meridionale. Le sue catture sono salite alle stelle, passando da una tonnellata rilevata nel 2011 alle 506 tonnellate del 2021.
E questa è soltanto la punta dell’iceberg. Il cambiamento climatico sta letteralmente stravolgendo gli oceani, danneggiando la pesca e, di conseguenza, la vita di milioni di persone.


