La Spagna meridionale è travolta dalle piogge torrenziali, Valencia è in ginocchio per l’esplosione del fiume Turia dopo che nella notte tra il 29 e il 30 ottobre è caduta in 8 ore la stessa quantità di pioggia che si riversa sulla città iberica in sei mesi. A travolgere la città spagnola e a causare una massiccia serie di esondazioni che hanno prodotto almeno cento morti un fenomeno climatico estremo molto raro. Direttamente collegabile al fronte climatico del Mediterraneo.
Come scrive Geopop, “all’origine di questo evento estremo c’è quello che il servizio meteorologico spagnolo chiama DANA (acronimo di Depresion Aislada en Niveles Alto, in italiano “depressione isolata nei livelli alti”). Si tratta di un sistema a bassa pressione con circolazione interna chiusa separato dalla circolazione generale dell’atmosfera che si muove indipendentemente da quest’ultima”.
Geopop ricorda che questa “bolla” a sé “è scesa di quota e ha incontrato aria più calda e umida al suolo, anche per via di un Mar Mediterraneo con acque superficiali decisamente più calde della media del periodo (anche di 3-4 °C sopra la media)”. L’impatto ha prodotto il vero e proprio ciclone che ha messo in ginocchio la Spagna.
L’ennesimo evento che mette nel mirino il Mediterraneo
La tragedia di Valencia ci ricorda che uno dei fronti più caldi dei cambiamenti climatici su scala globale è il Mar Mediterraneo. Il “Grande Mare”, bacino chiuso e di dimensione minore rispetto agli oceani del pianeta, sperimenta in forma accelerata le stesse problematiche di surriscaldamento, acidificazione e cambiamento biologico che caratterizzano le grandi masse d’acqua.
Questo è oltremodo significativo nel contesto di un mare che è da sempre abitato sulle sue sponde da una delle più ampie, variegate e dense concentrazioni di società e comunità umane e che rappresenta un bacino in perenne dialogo con un’ampia area terrestre di riferimento, dall’Europa al Sahel.
La pericolosa ondata di caldo del 2021 e la tempesta “Apollo” che hanno toccato la Sicilia, suo malgrado centro non solo geopolitico del Mediterraneo, da agosto di quell’anno in avanti e le alluvioni dell’Emilia-Romagna del 2023-2024 hanno segnalato anche nell’opinione pubblica italiana l’immanenza della sfida. Parliamo di eventi climatici estremi che segnalano la rottura di equilibri naturali delicati, di scosse telluriche aventi le loro ripercussioni anche al di là del Mediterraneo.
Un clima in continuo mutamento
La scienza mostra con certezza che il Mediterraneo si sta riscaldando velocemente, e sempre nuove analisi dettagliano le vere misure del problema. Uno studio del Mit di Boston pubblicato nel 2020 sul Journal of Climate, tra le maggiori riviste accademiche di settore, segnala il Mediterraneo intero come un hotspot. Le ricerche sul campo hanno contribuito a sottolineare come l’inaridimento generale delle regioni del Mediterraneo sia da far risalire alla confluenza tra due problematiche: da un lato, un riscaldamento delle masse d’aria delle alte quote atmosferiche; dall’altro, una riduzione graduale e continua del differenziale di temperatura tra terra e mare dovuta al fatto che il Mediterraneo ha un tasso di riscaldamento superiore del 20% alla media mondiale, dato che può comportare secondo il Wwf un innalzamento medio del livello dei mari di un metro entro il 2100. Nessuna di queste problematiche da sola può contribuire a creare una “bomba” climatica, ma la loro convergenza, legata a dinamiche di lungo periodo in avanzamento su scala mondiale, crea il contesto problematico del Mediterraneo odierno.
Non è un caso che il Grande Mare sia lo scenario in cui la possibilità di una “Grande Tempesta” climatica, associata dallo storico dell’economia Adam Tooze a uno scenario regionale in un dialogo con Inside Over, è maggiormente ipotizzabile. In particolare, il Mediterraneo subisce un
: se da un lato secondo diversi studi si ritiene che il riscaldamento globale causerà su buona parte del globo un aumento delle precipitazioni, dall’altro i dati riportati anche dal Mit segnalano che il Mediterraneo mostra un andamento opposto: localmente, fino al 40% della precipitazione invernale potrebbe andare persa, oppure rischia di concentrarsi in pochi eventi catastrofici come avvenuto in Sicilia.
Conseguenze geopolitiche
La siccità e la “saharizzazione” del clima del bacino del Mediterraneo può imporre anche delle conseguenze sociali, economiche e politiche. Non a caso i fenomeni dominanti nel Mediterraneo da alcuni anni a questa parte sono le ondate di siccità. La combinazione tra riscaldamento, riduzione delle precipitazioni e siccità, che concentrano l’uscita di piogge e precipitazioni in pochi eventi estremi, è stato pagato con forza dall’Italia in questo 2021: la torrida estate 2021 del record di caldo in Europa ha visto lo Stivale pagare un prezzo altissimo tanto a livello di siccità quanto di danni alle coltivazioni: quasi ogni regione è risultata in estrema sofferenza per terreni aridi, fiumi a secco, desertificazione e carenza di pioggia e in quelle dove si è riusciti a portare avanti i raccolti grandine ed eventi meteo intensi hanno fatto disastri. E contribuito a sconvolgimenti geopolitici: tra il 2008 e il 2011, ad esempio, dopo un lungo periodo stabile (riscaldamento di un grado di media dal 1931 al 2008) il Medio Oriente e il Nord Africa vicini al Mediterraneo subirono un profondo deficit di precipitazioni, un aumento dell’evaporazione idrica e un’ondata di siccità che ha contribuito a danneggiare i raccolti e aumentare i prezzi delle materie prime alimentari. Questo ha contribuito a innescare la miccia di quelle che sarebbero divenute le Primavere Arabe, nate nei mercati e nei suk delle regioni del Maghreb come rivolte per il pane.
Un’altra questione problematica è quella degli stock ittici. “Il riscaldamento delle acque”, nota L’Indipendente, “ha portato molti pescatori a spingersi sempre più a largo alla ricerca di pesce, e ad essere meno esigenti riguardo a dove calano le reti. Il rischio è che alcuni uomini finiscano immischiati in controversie territoriali. È il caso dei pescatori italiani che navigavano in acque contese, sequestrati dalle autorità libiche”.
L’incrocio tra la pesca eccessiva, l’inquinamento causato dalla plastica, l’acidificazione, il riscaldamento globale sta contribuendo al declino di buona parte della fauna ittica mediterranea e secondo il report sullo stato di salute dei mari pubblicato dalla Commissione europea specie come la sardina iberica e il nasello mediterraneo potrebbero presto estinguersi commercialmente nelle acque mediterranee, danneggiando le comunità che vivono di pesca in Europa e, soprattutto, Nord Africa.
Clima mediterraneo addio?
In questo contesto il clima delle aree profonde dell’Africa potrebbe plasmare sempre di più quello della sponda nord del Mediterraneo, portando di fatto alla marginalizzazione delle aree in cui la tipologia di clima che prende il nome dal Grande Mare è dominante. Di questo problema ha segnalato l’importanza una grande società di consulenza strategica del calibro di McKinsey, in un ampio e dettagliato studio sugli impatti geoeconomici dei cambiamenti climatici nel Mediterraneo. McKinsey ha segnalato che secondo le sue proiezioni raddoppieranno da qui al 2050 i giorni con più di 37 gradi in un anno in diverse regioni, dalla Turchia al Sud della Spagna. Quattro prodotti simbolo dell’agricoltura e della dieta mediterranea (grano, olive, pomodoro, uva) che contribuiscono al 40% del Pil del settore primario nel bacino della regione rischiano di vedere la loro produzione andare a picco in un contesto che potrà vedere, secondo McKinsey, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia sperimentare siccità prolungate fino a sei mesi ogni anno. Una testimonianza della portata degli impatti reali che la grande emergenza ambientale potrà avere nella regione. E che nelle ultime giornate è drammaticamente emersa nel suo epicentro.
Apollo mette a nudo la vulnerabilità climatica del Mediterraneo
L’imprevedibilità degli eventi estremi è spesso capace di creare, negli stessi contesti geografici, forti fluttuazioni. Un caso di studio è quello della Sicilia del 2021, che ha visto compenetrarsi eventi diversi a poca distanza, nella dimostrazione di una “nuova normalità” cui dovremo abituarci. La Sicilia in quel durissimo 2021 ha conosciuto gli estremi opposti. Ad agosto nella cittadina di Floridia, in provincia di Siracusa, è stato registrato il livello più alto di temperatura mai avuto in Europa. Quei 48.8 gradi annotati dai termometri hanno segnato un record. Poco dopo quelle stesse zone sono flagellate da Apollo, la tempesta tropicale che ha colpito a fine ottobre l’isola. Per questo in tanti hanno sottolineato come l’andamento climatico degli ultimi mesi sia figlio dei mutamenti occorsi nella natura.
Il 26 ottobre nella sola Catania in poche ore è caduta tanta acqua quanto solitamente se ne accumula in sei mesi: un’anticipazione di quel che sarebbe successo a Valencia tre anni dopo. Il disastro è stato inevitabile. Tre vittime e danni materiali ingenti in una zona già tartassata economicamente dal Covid. Il livello di distruzione è stato acuito senza dubbio dalla cementificazione. Anche a Catania e nell’hinterland di vie di sfogo dell’acqua ne sono rimaste poche.
Catania ieri, Valencia su scala più grande oggi: la durezza del cambiamento climatico che ha nel Mediterraneo la sua trincea mette il “Grande Mare” al centro dell’attenzione e impone di studiarne le dinamiche per capire una “nuova normalità” a cui dovremo abituarci e le cui conseguenze andranno, in futuro, mitigate.


