Lula il minatore. Così il Brasile vuole diventare una potenza delle terre rare

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Il Brasile si appresta ad entrare nel club delle prime otto economie della Terra e il presidente Lula ha un piano per fare della crescita dell’industria mineraria estrattiva di frontiera un perno dello sviluppo del Paese. Partendo dalle sempre più desiderate terre rare, fondamentali per l’industria tecnologica e quella della transizione energetica e in cui il gigante latinoamericano ha prospettive di crescita potendo competere con un Paese amico, primo partner di Brasilia, egemone nella loro estrazione e lavorazione: la Cina.

A testimonianza del fatto che anche gruppi come quello dei Brics tutto sono fuorché alleanze strutturate, il Brasile di Lula intende sfruttare a suo favore la concorrenza tra la Cina e gli Stati Uniti d’America sulle terre rare e l’industria di frontiera, giocando inoltre sul filo della strategia che vede, nella moderna corsa mineraria, i Paesi capaci di dettare la linea nella gestione di un asset minerario critico più capaci di controllarne i flussi rispetto ai tradizionali Stati estrattivisti. Regole come lo sviluppo di controlli sull’export, la priorità data a attori locali per investimenti e estrazione, accordi commerciali privilegiati possono favorire chi si tuffa in questo mercato.

E non a caso a febbraio Lula ha dato mandato al Ministero Federale delle Miniere e dell’Energia e alla banca pubblica Bndes di metter in campo un fondo di 1 miliardo di reais, circa 200 milioni di dollari, denominato Strategic Minerals FIP e avente l’obiettivo di sviluppare imprese e progetti in ambito minerario per diversificare la produzione di asset critici. E le terre rare sono al centro della strategia.

“Nel 2023 la Cina ha prodotto 240mila tonnellate di materiali legati alle terre rare”, ha scritto Voice of America, “cinque volte di più degli Stati Uniti, il secondo produttore più grande. La Cina trasforma circa il 90% della fornitura mondiale per produrre magneti permanenti, che vengono utilizzati in apparecchiature come turbine eoliche , veicoli elettrici e missili”. Il Brasile ha la terza riserva stimata al mondo di terre rare, ma un unico impianto di estrazione in via di lavorazione, quello di Serra Verde nello Stato centro meridionale di Goias: “Serra Verde ha impiegato 15 anni per svilupparsi. Si prevede di produrre 5mila tonnellate di terre rare una volta avviata la produzione”.

Lula chiede un’accelerazione. E visto una domanda in continua ascesa e una competizione commerciale sempre più serrata, con la domanda industriale di terre rare data in crescita del 100% a 200mila tonnellate annue da qui a metà secolo, i Paesi occidentali che intendono rompere l’assedio cinese pensano al Brasile come a una fonte alternativa. Prendendo esempio dal vicino Cile, che ha avviato progetti interessanti sul tema.

Americas Quarterly ricorda il proliferare di progetti in Brasile finanziati da fondi occidentali: “la canadese Neo Performance Materials, con sede a Toronto  , prevede di acquistare 3.000 tonnellate all’anno di ossido di terre rare dal progetto Caldeira della società australiana  Meteoric Resources, con sede a West Perth  , nello stato di Minas Gerais. Le terre rare riforniranno un impianto magnetico che Neo sta sviluppando in Estonia. Nel vicino stato di Bahia, Energy Fuels, produttore di uranio con sede a Lakewood in Colorado,   prevede di estrarre terre rare nel 2026. La miniera brasiliana”. Sempre a Bahia sta prendendo forma il consorzio Brazil Rare Earth, che mira ad aggregare investitori per rilanciare i siti produttivi.

Nell’anno di presidenza brasiliana del G20 Lula lancia dunque un’ambiziosa strategia per confermare la vocazione bipartisan e multipolare del suo Paese. Ambizioso sul fronte economico e su quello politico. L’estrazione di terre rare amplificherà il peso del Paese ai tavoli internazionali, ma pone peraltro un dilemma non secondario. Lula è stato eletto, tra le altre cose, in risposta al percepito rifiuto delle politiche ambientali da parte del predecessore Jair Bolsonaro, per la cui sconfitta al ballottaggio del 2022 decisiva fu la posizione assunta sull’Amazzonia. Il presidente sa che, come successo nei due primi mandati di inizio secolo, l’ambientalismo è la pedina più sacrificabile nel quadro della costruzione del consenso politico per le sue mosse. Più miniere e più sviluppo sono la priorità: Lula lo ha deciso, anche a costo di scontentare alcuni dei suoi ammiratori.