Un comunicato diramato nei giorni scorsi da una delle più importanti testate iberiche rendeva noto che, a causa di nuove precipitazioni temporalesche e per un periodo di 24 ore, su disposizione del Centro di Coordinamento Operativo Integrato (CECOPI), organo della Comunità valenziana competente per il coordinamento e l’esecuzione delle misure emergenziali, veniva disposta una limitazione alla mobilità, sia per la città di Valencia sia per una serie di località investite dalla DANA (acronimo spagnolo che sta per Depresion Aislada en Niveles Altos); tra i centri coinvolti Alaquàs, Albal, Aldaia, Alfafar, Algemesí, Alginet, Benetússer, Beniparrell, Catarroja, Chiva, Guadassuar, Alcúdia, Llocnou de la Corona, Massanassa, Paiporta, Picanya, Sedaví, Torrent e Xirivella. L’annuncio fatto dalla direttrice generale della Prevenzione degli incendi boschivi, Rosa Tourís, ha indotto qualcuno a parlare di “lock down climatico”.
In effetti, se un’analogia con le restrizioni dell’epoca Covid la si volesse individuare, risiederebbe nel novero delle eccezioni contemplate alle limitazioni agli spostamenti, giustificate da ragioni concernenti l’accesso a servizi e strutture sanitarie, il rientro al luogo di residenza, l’assistenza e cure a soggetti anziani o fragili, altre ragioni documentate collegate a forza maggiore e/o reale necessità. A ben vedere, si tratta più o meno delle stesse ragioni che, a suo tempo, giustificavano gli spostamenti da e per il domicilio.
Ricordiamo che la Spagna, pur avendo introdotto una serie di vincoli e restrizioni durante l’emergenza sanitaria, vide un utilizzo assai limitato dello strumento del green pass, prontamente dichiarato illegittimo da diversi tribunali. Eppure, non può sorprendere come certe decisioni – sia pure adottate per ragioni differenti – possa suscitare qualche perplessità, e non solo agli occhi di coloro che a suo tempo osteggiarono determinate scelte, sulla cui efficacia oggi vengono sollevate non poche riserve.
Se ci fosse un insegnamento che potremmo trarre dall’esperienza pandemica, sarebbe quello di una maggiore trasparenza nelle decisioni adottate, a cominciare da quelle di carattere contingibile e urgente, che dovrebbero restare confinate nei limiti di tempo e spazio che le circostanze straordinarie richiedono.
In caso contrario, si rischia di alimentare, allarmismi a parte, un clima di sfiducia nell’operato delle autorità, che non supporta l’operato degli apparati pubblici, a maggior ragione nell’ambito di assetti democratici.
Come scrisse nel 2020 il filosofo Giorgio Agamben “innanzitutto si manifesta ancora una volta la tendenza crescente a usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo”, aggiungendo che “ciò che colpisce nelle reazioni ai dispositivi di eccezione che sono stati messi in atto nel nostro paese (e non soltanto in questo) è l’incapacità di osservarli al di là del contesto immediato in cui sembrano operare”; infine, Agamben ammoniva come “lo stato di eccezione è uno solo e, una volta dichiarato, non si prevede alcuna istanza che abbia il potere di verificare la realtà o la gravità delle condizioni che lo hanno determinato.”
In ultima analisi, che si tratti di emergenza sanitaria o di altra natura, occorre sempre molta prudenza nel valutare (e dichiarare) il cosiddetto stato di eccezione, pena alimentare un clima di sospetto e sfiducia che non giova a nessuno, o che – peggio ancora – può provocare molti più danni di quelli che la stessa eccezionalità potrebbe provocare.