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Dopo la pandemia di Covid-19 anche la guerra in Ucraina sta avendo la funzione di acceleratore delle dinamiche più importanti su scala globale, e il rischio di una crisi alimentare non fa eccezione. In questi mesi si stavano addensando sul mondo le ombre dei rincari delle materie prime alimentari, dovuti a un mix di tensioni geopolitiche, speculazione finanziaria e crisi di rapporto tra domanda e offerta. La guerra ha fatto da detonatore a una situazione già esplosiva in cui la fibrillazione dei mercati era crescente settimana dopo settimana ed esplodendo in uno dei punti cardine per il mercato alimentare globale ha aggiunto ulteriore volatilità.

Il rapporto Fao “State of food security and nutrition in the world” dell’organizzazione basata a Roma ha stimato che il 34,8% della popolazione mondiale ha sperimentato nel 2021 problemi di fame: l’8,9% (poco meno di 690 milioni di persone) era denutrito, il 25,9% (ben due miliardi di persone) hanno avuto acesso discontinuo alle fonti di cibo o subito la fame per alcuni periodi dell’anno. E la situazione può peggiorare con la guerra

La guerra stravolge i mercati alimentari

Al centro della crisi russo-ucraina, in particolare, i mercati del grano. Formiche ha ricordato che la guerra russo-ucraina è anche una “battaglia del grano”: “Russia e Ucraina coprono una parte consistente delle esportazioni globali di grano (35%), orzo (25% e olio di girasole (75%)” oltre a mais e colza, “materie prime vitali per l’industria alimentare europea, prima tra le manifatture alimentari mondiali”. Le dinamiche di prezzo lo testimoniano- Il future sul prezzo del grano, che a inizio febbraio era valutato 764 dollari al bushel, il 7 marzo nel pieno della guerra era salito a 1258 dollari, registrando un aumento di circa il 40%. In seguito è sceso, stabilizzandosi però ampiamente sopra i mille dollari al bushel (quantità paragonata a un volume di circa 35 litri).

Il boom del future sul grano va di pari passo con quelli che misurano i prezzi di mercato di germogli di soia (+8,27% a febbraio), latte (+7,35%), mais (+15%), e l’indice mondiale dei prezzi della Fao ha toccato, nella rilevazione mensile di febbraio, un nuovo masismo storico. La Fao inoltre ricorda che il paese guidato da Vladimir Putin è stato nel 2021 anche il maggiore esportatore mondiale di fertilizzanti azotati e il secondo fornitore al mercato di fertilizzanti potassici e fosforici, categorie di prodotti fondamentali per l’agricoltura e le coltivazioni funzionali all’alimentazione del bestiame.

I fronti di crisi

L’Afghanistan in cui sono tornati al potere i Talebani, lo Yemen devastato dalla guerra, il Tigray teatro di battaglia nel conflitto civile etiope, i Paesi dell’Africa subsahariana assediati dalla desertificazione e il Madagascar alle prese con la peggiore siccità da mezzo secolo in avanti sono solo alcuni dei teatri chiave su cui cambiamenti climatici e crisi politiche hanno impattato. Le dinamiche di inflazione crescente seguite alla ripresa post-Covid su scala globale e il “big bang” bellico hanno fatto il resto.

Questo perchè con la guerra si realizza il trittico di problematiche ideali per scatenare la tempesta perfetta. In primo luogo l’incertezza geopolitica ed economica ha impostato un salto verso l’alto dei futures e dei prezzi delle materie prime alimentari, oltre che dei prodotti fondamentali per ottenerle (come i fertilizzanti). In secondo luogo, si è ottenuta una destrutturazione delle catene di fornitura globali e un rischio di perdita di quote di commercio che è ben identificabile nel solo caso di Odessa, città prossima all’assedio dal cui porto sono spedite materie prime alimentari sufficienti a sfamare 400 milioni di persone. Infine, l’incentivazione delle misure protezionistiche e di tutela della sovranità alimentare aumenta l’instabilità.

Repubblica parla chiaramente di un “un rischio imminente di una vera e propria interruzione, una disarticolazione delle filiere alimentari mondiali”. Un fenomeno che in Occidente si manifesterà sotto forma di un’ondata di rincari sui cibi, dai prodotti a base di cereali alla carne, o da mosse come quella dell’Ungheria, con il premier Viktor Orban che ha promosso lo stop all’export di cereali temendo che il conflitto tra Russia e Ucraina possa causare carenze significative nell’approvvigionamento nazionale. Ma che, nel quadro di una conseguente impennata dei prezzi a livello mondiale,  “andrà a incidere soprattutto su quelle aree già afflitte da crisi umanitaria. Dal Medioriente al Nord Africa, paesi come la Repubblica Democratica del Congo, il Sudan, la Libia e lo Yemen. Tutto ciò produce una saldatura del nesso tra armi e fame, che per il Programma Alimentare Mondiale è una delle cause principali delle crisi alimentari”. L’insicurezza alimentare diventa insicurezza geopolitica e competizione per le risorse. Quest’ultima aumenta le tensioni e, in un contesto di instabilità ambientale, porta in primo piano anche questioni importanti come la lotta per materie prime alimentari e acqua, fattore che notiamo non esser secondario nemmeno nel conflitto russo-ucraino.

Verso una problematica globale

“Ora come ora il discorso non è se ci sarà una crisi alimentare globale, ma quanto questa sarà estesa”, ha dichiarato alla Bbc Svein Tore Holsether, ad di Yara, colosso internazionale della distribuzione dei fertilizzanti, sottolineando che “già prima che la guerra scoppiasse eravamo in un momento delicatissimo per l’emisfero settentrionale, è il periodo dell’anno in cui le materie prime devono iniziare a spostarsi per arrivare là dove saranno elaborate”. La “Lehmann Brothers” agroalimentare potrebbe essere rappresentata dall’interruzione delle vitali forniture russe ed ucraine ai mercati mondiali, specie quelli in via di sviluppo, nei periodi a venire. Report delle Nazioni Unite a tal proposito sottolineano che circa un terzo delle terre coltivabili dell’Ucraina, “granaio d’Europa”, potrebbero non essere adattate a coltura quest’anno e l’export russo è messo a repentaglio dall’esclusione del Paese dai mercati internazionali e dal sistema Swift. La crisi agricola chiama la crisi dell’allevamento (la Spagna, ad esempio, importa un quinto del mangime per il bestiame dall’Ucraina), la crisi energetica impatta trasversalmente, le nuove barriere di mercato fanno il resto. Il tutto in un contesto di mutato cambiamento climatico che moltiplica i disastri naturali e gli impatti sulla sicurezza alimentare. Il clima non è certamente roseo.

Maximo Torero Cullen, capo economista della Fao, in un’intervista al Washington Post del dicembre scorso, ha sottolineato che la crisi alimentare in corso “abbiamo ancora disponibilità di cibo, mentre il problema è l’accesso”. Stefano Prato, Managing Director della Society for International Development, ha in quest’ottica criticato tale approccio per aver incentivato, nel quadro del sistema economico dominante, una specializzazione economica che ha fatto si che molte nazioni si siano trovate dipendenti non tanto dalla necessità di produrre cibo, quanto piuttosto di metterlo a disposizione della loro popolazione. “Il sistema economico dominante ha spinto molti Paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, verso una massiccia specializzazione e un modello economico basato sulla produzione di pochi prodotti destinati prevalentemente all’esportazione per poi dover importare tutto il resto”, ha dichiarato Prato ad Altra Economia. “Un sistema che crea dipendenza” e nel cui quadro, per Prato “fatto che, anche nei mesi passati, la Fao abbia cavalcato nuovamente questa idea di una specializzazione estrema nella produzione di generi alimentari è preoccupante”.  E questo problema si riverbera ora dove ci troviamo di fronte a:

  • una globalizzazione in rapida trasformazione con un decoupling crescente tra la Russia e l’Occidente.
  • Un’insicurezza nei commerci generalizzata e legata alle rivalità geopolitiche.
  • Inflazione e crisi energetica che completano il quadro dei rincari generalizzati di pressoché ogni bene, merce e commodity.

Un sistema globale che obbliga all’interconnessione rischia di implodere quando il mercato si trova sotto shock e può mettere all’angolo i Paesi più vulnerabili del pianeta. La lezione del 2010-2011, anni in cui fu proprio un’ondata di rincari nei prezzi alimentari globali a dare la miccia d’innesco alle Primavere Arabe, ci può essere d’aiuto nel capire quali possono essere le conseguenze, specie in un sistema in continuo deterioramento. La crisi alimentare globale, insomma, può portare a ulteriori tensioni. I Paesi del Nord Africa sono osservati speciali anche in questa occasione. Essendo, come ricorda Sace in una sua pubblicazione recente, i “più grandi importatori di grano al mondo, l’80% del quale proviene proprio da Russia e Ucraina”, si trovano di fronte a un rischio shock notevole.

“Solo l’Egitto, maggiore importatore mondiale di grano in valore e terzo in volume (2,7 miliardi di dollari per 10 milioni di tonnellate nel 2020) importa il 90% del grano da questi due Paesi, seguito da Algeria, Marocco e Tunisia-“. E non è un buon segno il fatto che già prima della guerra russo-ucraina proprio la Tunisia, miccia d’innesco del caos del 2011, stesse affrontando profonde difficoltà nell’approvvigionamento di grano duro e tenero, come ricorda Africa Rivista. Il timore di non trovare pane in tavola è motore delle più grandi manovre di sommovimento fin dai tempi antichi. E questa lezione, non da scordare, vale anche nell’era della globalizzazione. In cui ha già avuto modo di sdoganarsi.

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