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High North è un programma di ricerca pluriennale in Artico della Marina Militare, iniziato nel 2017, che ha lo scopo di fornire supporto alla comunità scientifica nazionale ed internazionale nello studio di quella regione in relazione ai cambiamenti globali. Il programma si è concretizzato e consolidato nel tempo grazie al ruolo attivo svolto dalla Marina Militare tramite il suo Istituto Idrografico condividendo conoscenze, capacità tecniche e dati con istituzioni ed enti di ricerca nazionali ed internazionali, università e società private, operanti in ambienti polari ed estremi.

Ad esempio la missione di quest’anno ha visto la collaborazione con il Nato Sto-Cmre (Science and Technology Organisation – Centre for Maritime Research and Experimentation), il Jrc (Joint Research Centre dell’Unione Europea), il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche), l’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico), l’Ingv (l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), l’Ogs (istituto di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale) ed infine l’Eri (European Research Institute) ed e-Geos, una compagnia facente capo all’Asi, l’Agenzia Spaziale Italiana.

La Marina Militare, con il programma High North 2020-2022 e le campagne di geofisica marina in Artico, rivolge particolare attenzione alla esplorazione, osservazione, conoscenza e mappatura dell’Oceano, rispondendo alla United Nations Decade of Ocean Science for Sustainable Development (2021-2030).

In particolare la campagna di rilevamento di quest’anno, denominata High North 20 ed effettuata tra giugno e luglio, è durata una ventina di giorni in cui sono state percorse circa tremila miglia nelle acque dell’Oceano Artico con lo scopo di acquisire nuovi dati per la mappatura dei fondali e sperimentare nuove tecnologie e sistemi multipiattaforma in prossimità della banchisa polare. Sono state indagate pertanto l’atmosfera, l’idrosfera, la biosfera e la geosfera attraverso attività di rilevamento e caratterizzazione del fondale, acquisizione dati inerenti la colonna d’acqua, raccolta di immagini per il monitoraggio del limite dei ghiacci e loro identificazione e classificazione, campionamento di acque superficiali e del loro contenuto biogeochimico, del particolato sospeso per lo studio dell’ambiente. Inoltre, sono state condotte osservazioni visive mirate alla scoperta e all’individuazione di mammiferi marini, del marine litter e delle microplastiche.

La campagna è stata effettuata con la nave oceanografica di proprietà della Nato “Alliance”, che però batte bandiera italiana ed ha equipaggio della Marina Militare.

La zona di Oceano Artico in cui è stata condotta la missione è quella, grossomodo, a ovest e a nord delle isole Svalbard. Particolare attenzione è stata poi rivolta ad un settore del fondale oceanico, in prossimità della Dorsale Medio Atlantica, denominato Abisso Molloy (o Molloy Hole): un “precipizio” del fondale marino che tocca i 5500 metri di profondità in corrispondenza di una delle tante strutture geologiche della dorsale che prendono il nome di faglie trasformi.

InsideOver ha avuto modo, in esclusiva, di intervistare i capi spedizione, il comandante Demarte e la professoressa Ivaldi dell’Istituto Oceanografico della Marina Militare, che ci hanno spiegato in dettaglio i risultati scientifici della campagna di rilevamento.

La professoressa Ivaldi, laureata in geologia marina e geofisica, è titolare dal 2006 di una cattedra presso l’Istituto Idrografico della Marina di Genova dove tiene corsi di formazione universitaria che sono rivolti non solo agli ufficiali di Marina.

La professoressa ci ha spiegato che lo scopo della campagna di ricerca, che durerà tre anni concludendosi nel 2022, è riuscire a stabilire una rotta di navigazione in quella zona di Oceano Artico, coniugando le informazioni da satellite (che sono immagini radar) con “le info meteo/marine in modo da avere una mappa per prevedere la propria rotta senza trovarsi intrappolati tra i ghiacci e quindi in sicurezza”. Questo per permettere uno sfruttamento dell’Artico cercando di preservarne la sua integrità naturale, in forza di una filosofia di sfruttamento sostenibile, perché, come ci ricorda ancora la professoressa “uno può andare in Artico ma non dobbiamo distruggere quello che non è distrutto”.

I dati raccolti riguardano quindi tutta la biosfera, anzi, vanno oltre arrivando allo spazio (satelliti) e agli spessori superficiali di sedimenti del fondale marino: i ricercatori su nave Alliance, grazie a droni (subacquei e aerei), a sensori come sonar multibeam, a campionamenti del fondo, e altre strumentazioni di bordo che sono state integrate dai dati satellitari, hanno pertanto analizzato tutta la colonna d’acqua, l’atmosfera e i sedimenti marini ricavando dati geochimici, biologici, sedimentologici, oltre a registrare variazioni di temperatura, salinità, pressione, direzione delle correnti e altri parametri fisici.

L’Abisso Molloy e la zona limitrofa sono stati particolarmente studiati sia perché si tratta di una zona non particolarmente battuta (la professoressa ci spiega che è stata esplorata solo al 14%), sia per le particolari dinamiche delle acque: lì, infatti, la particolare profondità unita alla morfologia dell’abisso (una sorta di piramide a gradoni rovesciata di grosse dimensioni), rendono la circolazione delle acque molto particolare e del tutto atipica.

L’Abisso, infatti, “cattura” l’acqua più gelida proveniente da nord mentre l’acqua più calda dell’Atlantico gli scorre sopra, creando una circolazione particolare. La professoressa Ivaldi ci spiega che gli scambi di calore in quel settore di oceano vanno a interagire nella circolazione di tutta la parte artica e atlantica. La dinamica delle correnti quindi è del tutto peculiare: non si ha idea di come queste acque si muovano perché la contrazione della banchisa artica sta cambiando completamente la circolazione nel grande Nord; circolazione da cui dipendono gli scambi di calore e le interazioni acqua/atmosfera.

Poco più a nord dell’Abisso Molloy c’è un grosso “vortice” che si sta studiando e non si sa bene come si stia evolvendo. Questa struttura dinamica si trova a nord ovest delle Svalbard, in corrispondenza della parte più “incavata” della banchisa polare, e proprio lì si osservano anche movimenti di acqua in senso verticale. Più in generale, quindi, l’Oceano Artico sta subendo delle variazioni importanti di temperatura, salinità e regime delle correnti, che sono dovute proprio al cambiamento climatico in atto.

Il comandate Demarte, responsabile scientifico militare della spedizione, ci ricorda, interrogato da noi, dell’importanza geostrategica dell’Artico per l’Italia: pur non essendo una nazione “artica”, l’Italia deve partecipare all’esplorazione di quella regione per questioni principalmente geopolitiche legate proprio all’apertura di nuove rotte marittime per via del riscaldamento globale – e quindi anche per le conseguenti possibilità di sfruttamento delle risorse minerarie – che devono essere tutelate in forza del diritto di libertà di navigazione.

Parole già enunciate nel 2017 proprio in occasione della prima campagna di rilevamento in Artico dall’allora Csm Difesa generale Graziano e completate da quelle del Csm Marina, ammiraglio Girardelli, che ha sottolineato, nella stessa circostanza, la necessità, per la nostra Marina Militare, di esercitarsi in quell’ambiente estremo per avere equipaggi in grado di affrontare ogni tipo di condizione climatica.

Anche il comandante ci ricorda quanto sia stato, e sia ancora importante, il lavoro congiunto tra diversi assetti tra cui quello satellitare, finalizzato alla condotta della navigazione: in particolare tra il sistema di satelliti Cosmo Skymed (radar) che viene calibrato e integrato con immagini prese da droni in situ o immagini georeferenziate con fotocamera.

L’Istituto, infatti, sta lavorando molto con e-Geos – titolata da parte di Asi per Cosmo Skymed – per mettere a punto uno strumento per la navigazione tra i ghiacci che prevede di prendere in considerazione più dati (ad es. ghiacci di piccole dimensioni) e per avere la capacità di poter stimare da satellite lo spessore del ghiaccio, che, come ci ricorda il comandante, è il vero punto di forza del programma.

Sempre Demarte ci spiega che “non si capisce più niente” delle dinamiche delle acque in Artico per via del cambiamento climatico, quindi occorre rimappare le condizioni fisiche e chimiche del mare (termoclino e aloclino) perché tutta la modellistica sin qui sviluppata sta lentamente ma progressivamente perdendo di affidabilità.

Questo quindi è quanto abbiamo appreso sulla missione High North 20, che merita, a questo punto, una nostra puntualizzazione più di carattere strategico.

Sebbene la campagna sia stata svolta rigorosamente per fini scientifici, come abbiamo visto, i dati raccolti – che sono a disposizione di enti diversi tra cui la Nato – sono sempre utilizzabili per altri scopi. È chiaro che, siccome il surriscaldamento globale sta alterando le dinamiche circolatorie marine e atmosferiche dell’Artide e la stessa estensione della banchisa polare, sia necessario riscrivere le carte fisiche di quel settore e di quelli limitrofi: le variazioni del termoclino, dell’aloclino così come il “rumore di fondo” ambientale sotto i ghiacci sono molto importanti per la navigazione subacquea.

Un sottomarino, infatti, può letteralmente “sparire” dai sistemi acustici nascondendosi al di sotto di uno strato di acqua con temperatura e densità (data dalla concentrazione di sali disciolti) diverse rispetto a quello adiacente. Secondariamente la stessa possibilità di stabilire una rotta marittima sicura e libera dai ghiacci – che è uno degli scopi della missione High North – è di per sé un fattore strategico molto importante nell’ottica dello sfruttamento dell’Artico, che è diventato sempre più “caldo” non solo per il cambiamento climatico ma anche per il rinnovato interesse (soprattutto militare) che gli è rivolto da vecchie potenze come Russia e Stati Uniti, e nuove, come la Cina.

I dati di High North, quindi, faranno comodo non solo alla ricerca scientifica più “pura”, ma anche a quel settore militare marittimo che guarda con sempre maggiore interesse al Grande Nord.

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