Negli ultimi anni la crescita economica dell’India è aumentata a dismisura, confermandosi così uno dei Paesi in via di sviluppo col maggior tasso di crescita. Non solo i settori siderurgico e metallurgico: anche l’industria del tessile e della raffinazione del petrolio si sono spinte oltre ogni aspettativa.

Questo fattore ha aumentato i posti di lavoro nelle città, accrescendo la capienza dei grossi agglomerati urbani, quali Delhi e Mumbai. Tuttavia, il crescere delle città e la conseguente necessità di maggiori approvvigionamenti ha danneggiato il delicato ambiente della penisola indiana, colpito dallo smog, dalle polveri sottili e dall’inquinamento delle acque.

I danni all’economia di sussistenza

I maggiori danni derivanti da questa pratica vengono subiti in modo particolare dalla popolazione più povera dell’India, che vive nelle zone rurali del Paese. I terreni agricoli vengono danneggiati dalle piogge acide che dimezzano i raccolti, impedendo la vendita del prodotto in surplus rispetto ai bisogni della famiglia. Questo accade principalmente nelle vicinanze delle grandi città risparmiando invece le zone più interne del Paese, che in questi anni hanno dovuto fare i conti però con un’alta siccità, ponendoli alla pari del resto dell’India.

Un altro settore colpito duramente dall’inquinamento, sebbene solo ultimamente abbia sollevato l’attenzione mediatica, è quello della pesca in acqua dolce. Con l’aumentare delle raffinerie e delle centrali termoelettriche l’inquinamento delle acque ha raggiunto valori tali da uccidere la maggioranza della fauna acquatica, danneggiando l’economia ittica della popolazione locale. Questo fattore, legato alle carenze dell’agricoltura, ha contribuito all’aumento della popolazione che col proprio reddito o col proprio lavoro non riesce a raggiungere la soglia di sopravvivenza. Mentre aumentano le possibilità di lavoro nelle città spariscono quelle delle campagne, creando un esodo che non può far altro che aumentare i livelli di inquinamento della penisola indiana.

Modi e la politica del secondario

Nessun lamento sembra però scalfire il premier dell’India, Narendra Modi. Portando avanti imperterrito la politica di sviluppo del settore secondario sta lentamente divorando il Paese delle risorse produttive di prima necessità, come l’acqua e gli alimenti. Nonostante l’aumento dei livelli di inquinamento sia collegabile all’aumento delle industrie del Paese (unito ai bassi standard di salvaguardia ambientale), è notizia di questo mese la stipula di un nuovo accordo per l’ampliamento del reparto delle raffinerie petrolifere; come se di idrocarburi nell’aria in India non ce ne fossero già abbastanza.

I poveri vengono affamati e soffocati

Il pro-iterarsi di questa filosofia sta distruggendo la base dell’economia indiana, fondata sulla grande capacità di produzione di generi alimentari. Con una popolazione superiore al miliardo di abitanti, l’India è il secondo Paese più abitato al mondo dopo la Cina, che precede per densità di popolazione. Pensare di riuscire in futuro a mantenere la totalità della popolazione all’interno delle città significherebbe prepararsi ad un ingente investimento nel campo delle importazione dei generi di prima necessità per il loro nutrimento: pessima idea se si vuole salvaguardare la bilancia commerciale di New Delhi, con una massa di nuovi poveri che non sarà in grado di sfamarsi adeguatamente.

Sebbene questo scenario non scalfisca la vita politica di Modi in quanto la bolla non è ancora destinata ad esplodere, l’evoluzione climatica del Paese dovrebbe convincere i politici indiani a fermarsi un attimo per vagliare soluzioni alternative. Continuare ad investire sui settori inquinanti infatti è redditizio da un punto di vista economico, ma per quanti anni ancora prima che i danni da esso causati siano la componente di spesa pubblica maggiore del Paese? Le speranze di guadagno sono davvero positive?

Tutti quesiti a cui i politici indiani dovranno rispondere nel più breve tempo possibile, onde evitare di essere additati come distruttori del Paese più antico di sempre, famoso ai giorni nostri per essere considerato la discarica industriale dell’Asia meridionale.