Cinque anni dopo la firma dell’Accordo di Parigi, la Cina ha lanciato la sua sfida contro l’inquinamento climatico: il gigante asiatico, dopo che avrà toccato un picco di emissioni di Co2 nel 2030, si impegna a diventare carbon neutral entro il 2060. Possibilmente prima.

“L’umanità non può più permettersi di ignorare i ripetuti avvertimenti provenienti dalla natura”, ha affermato Xi Jinping. “La Cina aumenterà il contributo previsto a livello nazionale adottando politiche e misure più vigorose”. L’annuncio fatto dal presidente cinese in occasione della riunione annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stato accolto con favore dai leader mondiali, ma sono ancora molte le domande che restano senza risposta. Xi Jinping infatti non ha spiegato nel dettaglio come la Cina intenda raggiungere gli obiettivi appena annunciati dal suo stesso leader, rimandando la questione a marzo.

Nella primavera del prossimo anno verrà infatti svelato il Piano quinquennale 2021-2025 per lo sviluppo economico e sociale del Paese asiatico e particolare attenzione sarà dedicata al cambiamento climatico. La lotta per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, infatti, va di pari passo con l’implementazione di un modello di sviluppo economico diverso rispetto a quello attuale e che prenda seriamente in considerazione il rispetto dell’ambiente.

Inquinamento, Covid e soft power

Dell’impatto della Cina a livello di inquinamento atmosferico si era tornati a parlare in piena pandemia, quando le attività produttive del gigante asiatico avevano dovuto fare i conti con un drastico rallentamento a causa delle misure restrittive imposte dal Governo centrale.

Come era stato dimostrato dal Center for Research on Energy and Clean Air (Crea), tra il 3 febbraio e il 1 marzo le emissioni di anidride carbonica erano diminuite almeno del 25 percento: un dato particolarmente rilevante se si considera che la Cina è responsabile del 30 per cento delle emissioni di anidride carbonica mondiali. A causa dello stop del Paese asiatico, quindi, sono venute meno circa 200 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

Una simile riduzione è stata possibile soprattutto grazie al minore consumo di carbone, il combustibile fossile più inquinante e maggiormente usato in Cina: secondo i dati del 2018, quasi il 60 percento dell’energia usata nel Paese asiatico era stata prodotta con il carbone. Non sorprende quindi che con la ripresa dell’economia cinese i livelli di inquinamenti siano tornati ad aumentare, né che un nuovo picco di inquinamento si sia registrato proprio in quelle aree industriali in cui si utilizza ancora il carbone.

Per far fronte al problema, la Cina ha deciso di puntare sull’aumento degli investimenti in energie rinnovabili – quali solare, eolico ed elettrico –  disincentivando il più possibile l’impiego di combustibili fossili sia nel Paese che all’estero. Pechino infatti finanzia il 25 percento delle centrali a carbone attualmente in costruzione nel mondo e ha investito più di 400 miliardi di dollari in progetti legati al carbone nell’implementazione della Belt and Road Initiative. Ma la Cina vorrebbe cambiare presto rotta e rendere carbon free anche la Bri, puntando sulle energie rinnovabili.

La lotta all’inquinamento lanciata da Xi Jinping – e legata anche alla Bri – ha una duplice finalità. Pechino ha subito un forte danno di immagine a seguito della pandemia da coronavirus e ha bisogno di una nuova strategia per recuperare la fiducia dei Paesi stranieri. Porsi come potenza leader nella difesa dell’ambiente è quindi un modo per rilanciare il soft power cinese e lo stesso progetto della Nuova via della Seta, ugualmente oscurata dalla pandemia e da preoccupazioni riguardanti proprio il rispetto dell’ambiente.

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