Un disastro ambientale guidato dal profitto. In India, precisamente a Hyderabad, l’inquinamento industriale delle case farmaceutiche indiane, produttrici di medicinali per le maggiori big pharma mondiali, sta alimentando la creazione di superbatteri mortali. La crisi è totale: la popolazione indiana ha sviluppato uno scudo resistente ai farmaci, per colpa del quale, secondo uno studio, circa 56mila neonati muoiono ogni anno a causa di infezioni del sangue antibioticoresistenti e dal 70 al 90% delle persone che entrano nel Paese ne escono con batteri immunoresistenti nel loro intestino.

Falde e acque superficiali sono state contaminate dalle scorie industriali delle numerose industrie presenti sul territorio, rendendo i livelli di residui di antibiotici e antifungini nelle fonti d’acqua a dir poco allarmanti. Analgesici, farmaci psichiatrici, antibiotici e antistaminici: un mix che, per esseri chiari, rende da sempre l’antibioticoresistenza una delle principali minacce per la salute pubblica mondiale, non solo in India. Se si conta che questo cluster industriale foraggia praticamente le principali compagnie farmaceutiche del mondo, in primis degli Stati Uniti e del Regno Unito, la problematica raggiunge una gravità allarmante. I microbi, infatti, oltre a diventare interferenti endocrini provocando cambi di sesso in anfibi e pesci, viaggiano e si moltiplicano in enormi quantità in tutto il mondo. Grazie alla resistenza costruitasi contro quegli stessi componenti medici che dovrebbero eliminarli, i cosiddetti superbatteri hanno acceso i riflettori sulla questione indiana, delineando gli estremi di una grave emergenza sanitaria con centinaia di migliaia di vittime all’anno.

Le normative internazionali in questo campo riservano ai governi nazionali le responsabilità dei controlli e delle azioni sanzionatorie per certi tipi di inquinamenti. Tradotto: la legislazione nazionale è pressoché inesistente, visti gli interessi commerciali in palio, e la mancanza di regolamentazione transfrontalieri, affermano i ricercatori, hanno reso l’India il teatro perfetto per un arricchimento a rischio zero e la creazione di una potenziale crisi globale. A Hyderabad, del resto, viene prodotto il 50% delle esportazioni di farmaci dell’India, la quale detiene un quinto della fabbricazione dei medicinali generici del mondo. In questa zona migliaia di tonnellate di rifiuti farmaceutici vengono prodotti ogni giorno, e su 28 campioni di acqua raccolti dai ricercatori quasi tutti contenevano batteri e funghi antibioticoresistenti.

In combinazione con l’abuso di massa degli antibiotici, i ricercatori hanno inoltre prelevato campioni di acqua da fiumi, laghi, acque sotterranee, acqua potabile e acque superficiali nelle aree rurali e urbane circostanti: l’esito ha riportato in ogni provetta la presenza di batteri produttori di carbapenemasi. Soprannominati “batteri incubo”, essi sono praticamente intrattabili e uccidono il 40-50% delle persone il cui sangue viene infettato. Un altro campione, invece, presentava concentrazioni di fluconazolo (farmaco antifungino) a livelli 950mila volte superiori al limite di sicurezza raccomandato. L’onda d’urto provocata è tale che il bacino demografico indiano registra continuamente nuovi casi del genere. In un ospedale lontano, ma non estraneo, da Hyderabad, un nuovo ceppo del batterio comune Klebsiella pneumoniae, descritto come multiresistente e ipervirulento, ha ucciso più della metà dei pazienti che lo hanno contratto.

Non sono quindi i casi degli antidepressivi presenti nel fiume Niagara, e la proliferazione di nuovi batteri negli ospedali afgani e palestinesi le sole voci preoccupanti in questo coro. Voci diverse e lontane dalla quotidianità occidentale che, tuttavia, per la confluenza dei grandi fiumi, la fluidità dei commerci e la stessa mobilità internazionale, non possono fare a meno di interessare (e preoccupare) l’intera popolazione mondiale.

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