Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Gli oceani sono il principale “termometro” e il più importante regolatore della salute del clima globale. Ed è così dai tempi della formazione della Terra, che vede le distese oceaniche coprire oltre due terzi della sua superficie. The sea is one, dice un vecchio detto popolare nella United States Navy a testimoniare la necessità di vedere come un unico sistema complesso, sul fronte geopolitico e militare, la distesa degli oceani globali. Analogo detto vale per l’impatto sul clima del pianeta. I cui cambiamenti sono legati alle dinamiche degli oceani in un rapporto di relazione biunivoca.

Oceani e clima: un rapporto complesso

Chiunque si rechi in una località di mare nella stagione invernale può apprezzare in forma più diretta e intuitiva l’effetto di termoregolazione operato dalle grandi masse di acqua salata in termini di capacità di cattura del calore e impatto sugli ecosistemi circostanti. Così come i grandi cambiamenti operati sul clima del pianeta influenzano lo stato degli oceani, le correnti, le variazioni di temperatura e le evoluzioni della biodiversità nei mari del mondo hanno una grande influenza sulle dinamiche planetarie, sulle attività delle comunità umane, sullo stato del pianeta. Leggere attraverso la cartina di tornasole degli oceani la questione climatica significa accettare la necessità di un crescente gradiente di complessità e non focalizzarsi unicamente sulla pur fondamentale questione delle emissioni. Che pure per il celebre tema dell’innalzamento dei mari ha un impatto diretto e verificabile sugli oceani.

Ancor più dei vari “polmoni” verdi del pianeta, come le grandi distese forestali situate dall’Amazzonia alla Siberia, gli oceani svolgono un ruolo di trincea fondamentale per il contenimento delle emissioni di anidride carbonica legate all’attività umana. Circa il 40% di tutta la Co2 emessa ogni anno nel mondo dalle attività antropiche viene assorbito proprio dagli oceani. Generalmente la capacità dell’oceano di operare questo processo è stabile. La capacità di assorbimento è dipendente dalla temperatura superficiale del mare e dalla “pompa” biologica. Ne consegue che, da un lato, un aumento della temperatura superficiale dell’oceano ridurrebbe la solubilità in superficie dell’anidride carbonica e la “pompa” fisica che ne favorisce la capacità di cattura. Le temperature oceaniche sono tenute sotto controllo dalle correnti che attraversano i mari del mondo.

Il ruolo delle correnti

L’incrocio tra temperatura e salinità alimenta il grande “nastro trasportatore” della circolazione termoaliana che percorre tutte le acque del mondo. Grandi masse di acqua fredda e appesantita dall’elevata salinità legata al processo di scioglimento della banchisa polare sprofondano e alimentano un movimento connettivo che si avvia nel Nord dell’Oceano Atlantico e prosegue verso i mari più caldi. L’effetto combinato del raffreddamento di queste acque nella zona polare e del loro loro riscaldamento in quella equatoriale, provoca un flusso di acqua profonda diretto verso Sud. Toccando il limite estremo dell’Atlantico e incontrandosi con le masse di acqua fredda dell’Oceano Antartico in prossimità del Sudafrica, la corrente si scinde. Partono così due rami: uno diretto verso l’Oceano Indiano e l’altro che raggiunge il Pacifico e oltrepassa l’arcipelago indonesiano. Al loro interno si crea un analogo processo di rimescolamento che contribuisce alla mitigazione del clima nelle aree temperate e produce un ricambio di elementi nutritivi, plancton e sostanze minerali che alimenta la proliferazione di una complessa biodiversità a varie latitudini.

L’alterazione della circolazione termoaliana secondo molti studiosi può avere un ruolo fondamentale nel rallentare il citato processo di assorbimento dell’anidride carbonica da parte della superficie oceanica e, di conseguenza, generare impatti a cascata sull’effetto serra e il riscaldamento del pianeta. Altri autori ritengono invece che l’alterazione delle correnti marine possa aver determinato in parte il raggiungimento del massimo termico toccato dalla Terra dopo l’estinzione dei dinosauri, avvenuta circa 65 milioni di anni fa: il massimo termico del Paelocene-Eocene, registrato circa 55 milioni di anni fa e caratterizzato da un incremento di 6 gradi centigradi della temperatura media terrestre nell’arco di 20mila anni. In quel tempo un aumento della massa di carbonio nell’atmosfera impose un riscaldamento che provocò l’inversione dei flussi delle correnti oceaniche, alterando il sistema di distribuzione tra acque calde e fredde nel globo, sconvolgendo la capacità di assorbimento e accelerando il trend. Un fenomeno simile a quanto riscontrabile oggigiorno su scala, per ora, minore: Uno studio pubblicato su Nature ha rilevato che i cambiamenti nei modelli di circolazione oceanica stanno incidendo sulla quantità di anidride carbonica assorbita dagli oceani

In tempi storici, civiltà umane come quella dei Vichinghi furono profondamente influenzate dall’andamento della Corrente del Golfo che sospinge masse di acqua calda dal Golfo del Messico fino all’Atlantico settentrionale, provocando i movimenti dei banchi di aringhe che hanno rappresentato per secoli la principale fonte di sostentamento di questi popoli. Mentre sul fronte opposto delle Americhe, ancora ben da determinare sono le cause del fenomeno di El Niño, un processo che porta, a cadenze più o meno quinquennali, la superficie della parte centrale dell’Oceano Pacifico a manifestare un incremento della temperatura di almeno 0,5 °C per un periodo di tempo non inferiore ai 5 mesi a partire dai mesi di dicembre e gennaio e le cui conseguenze sono a tutto campo. Come nota Il Sole 24 Ore in un approfondimento tematico, esse “vanno dalla siccità in Australia, alla pioggia su Ecuador e Peru. El Niño può rallentare o addirittura invertire il flusso umido degli Alisei che normalmente scorre dalle coste di Panama verso le Isole dell’Indonesia. Questo comporterebbe forte siccità per l’Indonesia e per l’Australia. Viceversa, su zone normalmente poco piovose, aride come le coste di Ecuador, Peru e Cile aumenterebbe la quantità di pioggia con fenomeni talora estremi. L’anomalo riscaldamento delle acque del Pacifico rallenta infatti la corrente marina di Humboldt, un flusso freddo che dalle acque dell’Antartico si muove verso Nord, fino all’Ecuador”.

Un delicato equilibrio

Negli oceani tutto è dunque interconnesso. Essi fungono sia da barometro delle dinamiche naturali che spingono i cambiamenti climatici sia da misuratore dell’effetto acceleratore, la cui presenza è certa ma la cui entità ancora oggetto di dibattito, dell’attività umana. Che può impattare anche su fattori che, come visto, non sono esclusivamente legati alla temperatura. Un’altra questione fondamentale è quella dell’acidificazione, connessa proprio all’aumento dell’assorbimento di anidride carbonica che abbatte il pH degli oceani e sconvolge i ritmi di movimento, nutrimento e riproduzione di centinaia di specie. Dai merluzzi ai mitili, ad esempio, diversi componenti della fauna fondamentali per gli stock sfruttati dalla pesca stanno subendo danni dall’acidificazione artica, come dimostrato da uno studio del centro studio Cordis finanziato dall’Ue, e anche il Mar Baltico inizia a subire la presenza di sempre più ampie “zone morte” divenute inospitali per la fauna locale.

Il drammatico e diffuso sbiancamento della Grande barriera corallina in Australia è forse il più noto fenomeno dell’effetto-farfalla che può travolgere un ecosistema marino quando i livelli di temperatura, acidità, ossigenazione cambiano. E di come sia difficile analizzare in senso unidirezionale l’impatto reciproco tra cambiamenti nella condizione degli oceani e scenari climatici globali. The sea is one, ma anche il sistema-mondo è unico. E proprio nei mari che rappresentano la stragrande maggioranza della sua superficie vede generarsi alcune delle cause e scarica gli effetti del grande ciclo del cambiamento climatico.

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