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Ambiente

Dove finisce il frigo che buttiamo? Tutte le immagini dell’agonia dell’elettronica

Smart tv, frigoriferi, cellulari, forni a microonde, lavatrici, consolle. Quanti sono gli oggetti elettronici – smart o meno non fa differenza – che ci circondano? Se ci guardiamo intorno ne conteremmo senz’altro qualcuno. Ci accompagnano per periodi più o meno...

Smart tv, frigoriferi, cellulari, forni a microonde, lavatrici, consolle. Quanti sono gli oggetti elettronici – smart o meno non fa differenza – che ci circondano? Se ci guardiamo intorno ne conteremmo senz’altro qualcuno. Ci accompagnano per periodi più o meno lunghi nella nostra quotidianità, poi, quando si rompono o non ci servono più, ce ne liberiamo. Ma ci siamo mai chiesti dove vadano a finire i loro giorni terreni nella forma in cui li abbiamo conosciuti? Dev’essere partito da questa domanda il fotografo Valentino Bellini, uno dei protagonisti del Festival internazionale di Fotogiornalismo che si sta tenendo a Padova, dove il suo progetto “BIT ROT Project” è in mostra presso Palazzo Moroni.

Il percorso dei rifiuti elettronici

Bit Rot è un termine colloquiale utilizzato nell’ambiente dei sistemi informativi computerizzati per indicare il progressivo decadimento nel corso del tempo dei dati archiviati su supporti di memorizzazione o software. In questo caso, il concetto viene trasposto da una realtà virtuale, fatta di bit e software, a una materiale, fatta di persone, cose e luoghi reali. Ed è proprio quest’ultima realtà l’oggetto di ricerca di BIT ROT Project. Attraverso la documentazione fotografica, il progetto segue i movimenti internazionali dei rifiuti elettronici, fornendo prove del commercio e smaltimento illegale, e racconta le storie di coloro che sono coinvolti, ma sottolinea anche alternative sostenibili che in molti paesi sono già state adottate.

Il lato oscuro del consumismo

Con questo lavoro, che Bellini porta avanti ormai da diversi anni, ci troviamo di fronte al lato oscuro del nostro stile di vita. Perché se è vero che la maggior parte degli oggetti elettronici viene prodotta in occidente, è altrettanto vero che, la maggior parte delle volte, questi prodotti, in forma di rifiuto, finiscono nelle aree più povere del mondo, dove uomini, donne, ma anche, anzi soprattutto, bambini smontano le componenti per poi rivenderle.

I rifiuti elettronici, chiamati anche e-waste, crescono più rapidamente di qualsiasi altro tipo di rifiuto, con un volume annuo compreso tra 40 e 50 tonnellate. Secondo un report del Parlamento europeo aggiornato a marzo 2024, che calcola il volume di rifiuti elettronici, anche chiamati RAEE, raccolti per ogni singolo abitante in chilogrammi, l’Italia si pone nella fascia più bassa, con un volume di 8.500 chili. Il paese che invece consuma più RAEE è l’Austria, con oltre 15 mila chili ad abitante.

Secondo il report, la quantità di  apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato nell’UE è aumentata da 7,6 milioni di tonnellate nel 2012 a 13,5 milioni di tonnellate nel 2021. Mentre il totale di apparecchiature elettriche ed elettroniche raccolte è salita da 3,0 milioni di tonnellate nel 2012 a 4,9 milioni di tonnellate nel 2021.

Un mercato ghiotto per la criminalità

I RAEE, inoltre, sono rifiuti pericolosi, contenenti molte sostanze pericolose per l’ambiente e per la salute. Smaltirli in modo sostenibili è difficile e i costi sono elevati, per questo si cerca molto spesso di aggirare l’ostacolo, spedendoli, la maggior parte delle volte in modo illegale, verso paesi africani, in India, Bangladesh e altri luoghi dove la manodopera è quasi gratis e i diritti umani sono un miraggio.

Le organizzazioni criminali sfruttano ovviamente il business, avvalendosi solitamente di navi cargo stipate di rifiuti che, come spesso accade, rischiano di inabissarsi generando veri e propri disastri ambientali di cui a volte non resta traccia. Tutto questo viene documentato nel progetto di Valentino Bellini, che venerdì 31 maggio, alle 18, terrà un talk nella Cattedrale ex macello, in via A. Cornaro.

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