“Ambiente” è stata la parola più in voga del 2019. L’ascesa del fenomeno mediatico dei Fridays for Future a livello globale, gli appelli di diversi governi, l’annunciata svolta “green” della Commissione europea hanno contribuito a creare un dibattito sul tema dell’ambiente che, tuttavia, si è distinto per la sostanziale mancanza di pragmatismo.

Nessuno nega che la questione ambientale sarà la grande sfida per le economie avanzate nel prossimo decennio. I decenni successivi alla seconda guerra mondiale hanno prodotto un massiccio assalto all’ambiente. Ci si accorge col senno di poi di come entrambe le grandi utopie della seconda metà del Novecento abbiano contribuito al decadimento ecologico del pianeta. Il socialismo reale ha prodotto un massiccio industrialismo fondato sui prodotti pesanti, intelaiato in un sistema economico rigido e schematico nel cui contesto si sono sviluppati alcuni dei disastri ambientali più gravi e irreversibili del Novecento. Basti pensare al caso emblematico del Lago d’Aral.

Al contempo, il capitalismo di matrice neoliberista ha lasciato in eredità lo sfruttamento massiccio dei beni ambientali, trattati come patrimoni privati e non come common good (“land grabbing” e “water grabbing” sono esempi emblematici), la devastazione degli ecosistemi di sussistenza con lo stravolgimento delle catene del valore agroalimentari e, doveroso non sottovalutarlo, l’esplosione del commercio internazionale come fonte di una profonda impronta ecologica. La lezione del sociologo Luciano Gallino sul tema è emblematica.

Anche un modello duale come la Cina, esempio di Paese socialista che con la mediazione con l’economia di mercato ha acquisito tassi di crescita inimmaginabili per il resto del pianeta, ha i suoi “scheletri nell’armadio” in materia di problemi ecologici. Le airapocalypse delle città cinesi strangolate dall’inquinamento sono diventate immagini emblematiche, così come quelle dei mega-progetti quali la Diga delle Tre Gole sul fiume Yangtze, causa di sconvolgimenti senza precedenti nei biomi.

Di fronte a un contesto tanto variegato, ridurre tutta la questione al semplice tema delle emissioni o a cause unilaterali è riduttivo. Scrive bene l’analista Pierluigi Fagan: “Non c’è da esser uno scienziato per capire che una popolazione umana quadruplicata in 120 anni, che oggi si organizza ovunque con le modalità dell’economia moderna che è una modalità essenzialmente entropica (massiccio prelievo di energia e materia, produzione di scarti di lavorazione, produzione di scarti dopo l’utilizzo), porta a modificare la stessa casa in cui vivi”. Il consenso scientifico è altresì utile per diagnosticare l’effettiva presenza di fenomeni di ampio cambiamento climatico nella nostra epoca attuale, ma siamo ancora ben lontani dal determinare con estrema chiarezza quanta parte del cambiamento climatico sia imputabile a cause naturali e quante invece all’intervento antropico.

Il decennio appena trascorso ci ha lasciato in eredità esempi di sconvolgimento climatico e di disastri che sono rimasti nella memoria collettiva. Dalla desertificazione del Sahel allo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari, passando per l’intensificazione di tifoni e fenomeni di matrice tropicale anche a latitudini più temperate. Per finire col 2019, l’anno degli incendi: Siberia e Amazzonia in estate e l’Australia nel successivo inverno (corrispondente all’estate nell’emisfero australe) hanno conosciuto roghi forestali di dimensioni colossali.

Di fronte a fenomeni tanto intensi si pone un triplice problema di natura diagnostica ed operativa: che accadrà? quando? che fare quindi? Il catastrofismo che in certi momenti delle proteste ha rappresentato il refrain preferito da Greta Thunberg e i suoi ragazzi cozza con la necessità di un’analisi pragmatica della vicenda. L’ambiente ha bisogno di scelte ragionevoli, che ci ricordino come le battaglie per la sostenibilità siano da combattere per l’uomo e non contro l’uomo, per un ritorno dell’uomo al centro dell’economia e non contro ogni principio di razionalità.

In tal senso la Cina ha offerto un tentativo di soluzione a problemi ambientali diventati insostenibili, fondato sullo sfruttamento massiccio dell’intervento pubblico in economia. Come scritto da Jiang Kejun e Jonatan Woetzel su Project Syndacate “La Cina sta investendo 100 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili ogni anno […] e 32 miliardi di dollari in altri Paesi. La Grid Corporation, controllata dal governo, prevede di costruire una rete mondiale basata su turbine eoliche e pannelli solari. […] Il fatto che la Cina sia la principale fonte di domanda energetica e tecnologia in grado di abbattere il prezzo delle energie rinnovabili le sta offrendo un’opportunità unica per acquisire la leadership mondiale” nella lotta ai cambiamenti climatici.

Per le società occidentali, invece, la necessità sembra essere maggiormente orientata a un riequilibrio delle necessità della produzione con quelle della sostenibilità ambientale. Un caposaldo irrinunciabile della transizione dovrebbe ricordare che un settore è da considerarsi “maturo” quanto tale bilanciamento avviene senza distruggere posti di lavoro o, al massimo, trasformando vecchie occupazioni in nuovi mestieri. Un settore promettente, in questo contesto, potrebbe essere quello dell’economia circolare fondata sulla minimizzazione degli scarti industriali e del loro sfruttamento per alimentare nuovi processi produttivi. Anche il mercato delle energie rinnovabili può avere un futuro, ma solo a patto di essere unito nel mix energetico con combustibili fossili meno inquinanti rispetto al petrolio, come il gas naturale.

Ciò che stupisce nei dibattiti sul cambiamento climatico è proprio la totale mancanza di strategia e pragmatismo. Di fronte alla marea montante dei problemi mondiali isterie e catastrofismi, come i celebri conti alla rovescia sugli anni residui per salvare il pianeta, sono controproducenti tanto quanto gli esempi negativi di Paesi come gli Stati Uniti in materia di negazionismo del climate change. La crisi ambientale offrirà, nel prossimo decennio, un’occasione di correggere distorsioni, asimmetrie e problemi nel nostro sistema economico e nel nostro approccio ad esso. Riuscire a farlo senza pregiudicare il livello di sicurezza e benessere acquisito finora, tutelando sicurezza e salute del lavoro e sfruttando le opportunità di risoluzione della crisi e di problemi ad esso annessi (come la lotta al dissesto idrogeologico) per creare nuova occupazione e settori produttivi rappresenterà un’opportunità senza precedenti. Per la quale i governi dovrebbero, piuttosto che riempirsi la bocca di irrealizzabili “Green New Deal“, iniziare a programmare strategicamente e con sano gradualismo sin da ora.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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