Le Nazioni Unite hanno classificato oltre il 90% dei principali stock ittici marini del mondo come “pienamente sfruttati”, “sovrasfruttati” o “significativamente impoveriti”. Considerando che il pesce è la fonte primaria di proteine per miliardi di persone, e che il numero di “stock eccessivamente sfruttati” è triplicato negli ultimi 50 anni, la prospettiva di dover fare a meno di un simile alimento a causa di saccheggi e, più in generale, di un suo progressivo suo esaurimento, non è affatto incoraggiante.

Le flotte di pescherecci di molti Paesi si spingono sempre più al largo alla ricerca di maggiori profitti – in un settore che vale già 600 miliardi di dollari all’anno – e di cibo con il quale sfamare le loro popolazioni in crescita.

In teoria, per proteggere la vita marina e le comunità costiere, l’oceano è suddiviso in acque internazionali e in centinaia di zone economiche esclusive. Queste ultime danno a vari governi il controllo su aree che si estendono per circa 200 miglia nautiche dalle loro coste, oltre alla giurisdizione sulle risorse viventi e non viventi in loco. Molte flotte scelgono di pescare legalmente in acque internazionali proprio al confine delle zone economiche di altri Paesi, alcune navi pagano per pescare nel territorio di altre nazioni, mentre altre ancora scelgono di disattivare i propri sistemi di identificazione automatica e di condurre attività di pesca illegali in aree altrui.

La pesca della Cina

Il Sydney Morning Herald ha dedicato al tema un lungo approfondimento. Il quotidiano australiano ha quindi acceso i riflettori sul ruolo giocato dalla Cina, le cui flotte di pescherecci sono state accusate di viaggiare – e quindi di pescare – ben oltre la propria zona economica esclusiva, arrivando persino a raccogliere pesce dal Sud America e dall’Africa.

Pechino, del resto, deve fare i conti con la popolazione più grande del pianeta: 1,4 miliardi di abitanti. Il loro consumo annuo, in media, è di 38,5 chilogrammi per persona. Nel 2013, il presidente cinese Xi Jinping fu chiaro nel chiedere ai pescatori del Paese di “costruire navi più grandi” e catturare più pesci. Da quel momento in poi, la flotta peschereccia del Dragone del Pacifico è cresciuta di oltre il 500%, raggiungendo le 564.000 imbarcazioni.

Secondo la Banca Mondiale, entro il 2030 la Cina rappresenterà fino al 37% delle catture globali di pesce, molto più di qualsiasi altro Stato. Ed è per questo che le barche cinesi viaggiano fino alle Isole Falkland, al largo dell’Argentina, per catturare i calamari. O fino in Ecuador, dove nel 2017 è stata fermata un’imbarcazione che trasportava più di 600 squali. Nel 2020, invece, quasi 300 navi da pesca cinesi operavano vicino alle Isole Galapagos, proprio al confine della zona economica ecuadoriana.

Un programma in espansione

Ovviamente gli stock ittici mondiali non terminano solo a causa della pesca cinese. Date le dimensioni del Paese, e della richiesta di pesce, il contributo del Dragone non è certo irrilevante. Cat Dorey dell’Australian Marine Conservation Society, ha spiegato che c’è stato un aumento delle flotte internazionali. Mentre le attività legali sono relativamente facili da monitorare, quelle delle cosiddette “navi oscure” – che spengono i loro transponder – stanno diventando sempre più difficili da tenere d’occhio. “Molte di queste navi utilizzano i trasbordi in mare, quindi non tornano in porto per scaricare il pesce, il che rende più semplice scaricare un gruppo di pesci su una nave in mare e poi riciclarli mescolandoli con materiale legale” ha aggiunto Dorey.

I dati del Global Fishing Watch hanno rilevato che, tra il 2012 e il 2020, il Giappone possedeva la più grande flotta peschereccia internazionale attorno alle acque australiane. Nel 2006, la stessa flotta giapponese è stata accusata dalle autorità australiane di aver catturato illegalmente tonno rosso del sud per un valore fino a 8 miliardi di dollari. Da allora, Tokyo ha visto le sue catture totali scendere al minimo storico di 3,5 milioni di tonnellate, dopo aver ridotto le dimensioni della sua flotta del 25%.

Sempre in Asia, vale la pena menzionare Taiwan. Il Dipartimento australiano dell’ambiente, nel 2018, ha stimato che la flotta peschereccia taiwanese aveva ridotto lo stock di squali martello nel Mare di Arafura di oltre il 60%. Il problema è dunque globale. Così come il rischio del sovrasfruttamento degli stock ittici.