Esiste un collegamento tra il collasso degli ecosistemi, le difficoltà nell’ottenimento di un vero sviluppo sostenibile e l’aumento della possibilità di diffusione di malattie epidemiche nella popolazione umana? I Proceedings of the National  Academic of Science of the United States of America hanno di recente ospitato un paper dal titolo “Sustainable development and account for pandemic risk” in cui tale correlazione veniva considerata in relazione a una serie di recenti epidemie che nel XXI secolo hanno avuto grande diffusione: ebola in Africa occidentale, le ben note Sars e H1N1, il virus Zika che aveva le zanzare come vettore o la Mers, per arrivare all’attuale coronavirus che ha contagiato decine di migliaia di persone in tutto il mondo negli ultimi mesi. Malattie definite Emerging infectious diseases (malattie infettive emergenti, Eid).

Il paper, sviluppato sotto il coordinamento del dipartimento di Biologia e biotecnologie “Charles Darwin” dell’Università La Sapienza di Roma, sostiene la tesi che l’attività umana e il suo influsso sulla natura abbia prodotto come deleteria conseguenza del degrado ambientale l‘alterazione della capacità degli ecosistemi di assorbire o contenere gli agenti patogeni e virali e un aumento degli scambi animale-uomo che facilita contagi prima imprevedibili. Questo legame è stato, secondo l’ampio team di ricercatori che ne è autore, sottovalutato o addirittura negletto in tutti i discorsi sullo sviluppo sostenibile.

“Poca attenzione”, si legge, è stata posta allo studio delle “interazioni tra cambiamento ambientale e Eid, nonostante la crescente evidenza di nessi causali tra i due fenomeni. Circa il 70% degli Eid ha origine negli animali, in larga parte selvaggi”, e la rimozione dei filtri tra ambiente urbano in continua crescita e la natura in ritirata, unitamente all’aumento del peso demografico dei Paesi in via di sviluppo, crea una situazione complessa. Ad esempio, è stato dimostrato che “l’emergenza del virus Nipah in Malesia nel 1998 è stata legata causalmente all’aumento dell’allevamento suino ai margini delle foreste tropicali popolate da colonie di pipistrelli frugivori”. I pipistrelli sono tra gli animali sospettati, assieme a serpenti e pangolini, di aver veicolato in Cina l’attuale epidemia di coronavirus, mentre sempre sui di loro aleggia il sospetto di aver trasmesso all’uomo la Sars (attraverso un contatto alimentare) e l’Ebola (per la vicinanza alle aree abitate dalla popolazione urbanizzata).

La conservazione degli ecosistemi terrestri, citato nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite tra gli obiettivi primari per lo sviluppo sostenibile (Goal 15), può risultare funzionale, dunque, a portarne a compimento un altro, quello della riduzione del rischio pandemico su scala globale.

Una risposta politica che sappia prendere consapevolezza di questi temi è fondamentale per prevenire la nascita di pericolosi fenomeni epidemici di tipo virulento, capaci di diffondersi su scala globale per l’interconnessione delle catene del valore economiche e commerciali. Negli ultimi anni, scrive Valori, “mentre è crescente l’interesse politico nelle interazioni tra i cambiamenti climatici globali e la salute umana, a cominciare da mortalità e morbilità da fenomeni meteorologici estremi  per arrivare all’asma correlato all’inquinamento, le interazioni tra cambiamento ambientale e insorgenza di malattie infettive risultano trascurate. Sottovalutate, forse, nonostante le ampie prove che suggerirebbero di agire in modo contrario”. I governi dovranno, sul lungo periodo, costruire modelli di simulazione che interiorizzino il rischio-salute come conseguenza indiretta degli interventi volti a modificare l’ecosistema attraverso la movimentazione di grandi masse di esseri umani ed attività economica.

Dalla deforestazione all’allevamento di massa, dall’espansione degli slum delle megalopoli del Terzo Mondo alla costruzione di hub commerciali e portuali, ogni manovra che erode spazio all’ambiente naturale porta con sè il rischio della trasmissione di nuove patologie. Conseguenze di uno “sviluppo insostenibile” che fa pagare un conto salato e sempre crescente. La Sars (2003), l’influenza H1N1 (2009) e l’Ebola dell’Africa occidentale (2013-2016) hanno causato, ciascuna, un danno economico di oltre 10 miliardi di dollari. Il coronavirus, partito dalla metropoli globalizzata di Wuhan, centrale nel contesto economico dell’Impero di Mezzo, ha secondo Bloomberg causato in poche settimane un impatto di oltre 160 miliardi di dollari. Una misura di prevenzione utile, in futuro, potrebbe essere di tipo ambientale: e sarà questa la scommessa chiave per governi come quello cinese e Paesi in via di sviluppo che dovranno mediare le esigenze della crescita economica con la tutela della salute pubblica nel lungo periodo. Una sfida difficile, ma che vale la pena affrontare.

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