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Una possibile forma di “colonialismo verde” in Africa? È questo il termine coniato da una Ong britannica nei confronti del Wwf. L’associazione non governativa in questione è la Survival International, si occupa di ambiente e giudica in maniera molto negativa l’operato del Wwf. Anzi, le accuse contro l’organizzazione che in tutto il mondo si occupa del rispetto della natura sono molto gravi, addirittura alcune delle quali sembrano riguardare lo stesso rispetto dei diritti umani.

Il caso della foresta in Congo

Tutto nasce dal caso della foresta di Messok Dja, che si trova in una regione riconosciuta come “riserva della biosfera transfrontaliera”. Gran parte del suo territorio è all’interno del Repubblica democratica del Congo, ma la zona è divisa tra sei differenti Stati: Congo appunto, Camerun, Gabon, Congo Brazaville, Guinea Equatoriale e Repubblica centrafricana. Soltanto i primi tre però, proprio sotto la spinta del Wwf, nel 2015 sottoscrivono un accordo volto all’impegno verso la tutela della biodiversità della regione. Un polmone verde essenziale ed importante, giudicato fondamentale per preservare specie ed habitat unici al mondo o comunque a rischio estinzione. Ma qualcosa non quadra, almeno secondo Survival International. L’Ong britannica denuncia il fatto che il Wwf vuole creare una riserva incontaminata senza la presenza dell’essere umano. Follia secondo i detrattori di questo progetto, specialmente perchè la foresta è casa di diverse tribù e popolazioni che lì hanno il proprio storico territorio e soprattutto le proprie fonti di sostentamento.

Gli stessi membri di Survival International puntano gli occhi sui Baka, antica e storica popolazione che vive nella foresta. I membri di questa etnia sono migliaia, in totale sarebbero ottomila le persone che potrebbero essere cacciate via dai propri ambienti per chiudere la foresta ad ogni anche minima attività dell’uomo: “Ma i Baka sarebbero i primi a volere l’interesse di difendere la foresta – sostiene l’italiana Fiore Longo su Il Fatto Quotidiano – Se la foresta ha una tale biodiversità, come sottolineato dallo stesso Wwf, vuol dire che i popoli che vi hanno sempre vissuto hanno saputo preservarla. Allora, perché cacciarli via?”. Fiore Longo è antropologa proprio della Survival International, è lei a parlare assieme ai suoi colleghi di “colonizzazione verde“. Di fatto si creerebbe una riserva voluta dal Wwf che caccia le popolazioni autoctone dai propri ambienti storici.

Il Wwf si difende affermando, in primo luogo, che a mandare avanti il progetto è il ministero dell’ambiente congolese e non l’organizzazione in prima persona. Ma, fanno notare proprio i membri di Survival International, il Wwf appare più attrezzato ed affidabile rispetto ai governi locali. Questo implica che privati od enti che vogliono investire sulla salvaguardia dell’ambiente locale, si rivolgono al Wwf. Gli stessi fondi destinati a questo obiettivo, vengono raccolti dall’organizzazione internazionale. La stessa Unione Europea lo scorso anno versa un milione di Euro al Wwf per la salvaguardia di Messok Dja. Nelle scorse settimane sul caso esce anche un articolo-inchiesta di Buzzfeed, in cui si evidenzia come il Wwf è a conoscenza della contrarietà delle popolazioni locali al progetto di istituzione della riserva. Opinioni che, denunciano su Buzzfeed, non vengono riportate nel progetto presentato all’Ue per il finanziamento. Anzi, tra gli abitanti locali c’è chi denuncia violenze subite ad opera dei guardiaparco, molti dei quali apparterebbero a milizie pagate dallo stesso Wwf.

Elementi questi che spingono Survival International a parlare di vero e proprio colonialismo verde. Dal Wwf negano però queste accuse. Frederick Kwame Kumah, responsabile dell’organizzazione in Africa, su Conservation Watch respinge quanto affermato dai membri di Survival: “Salvaguardare l’ambiente – afferma Kumah – Equivale prima di tutto salvaguardare i diritti umani”. Il rappresentante del Wwf dichiara inoltre di lavorare anche per tutelare le istanze della popolazione locale e di seguire le procedure previste dal diritto internazionale.

La beffa

Progetti, pressioni sui governi locali e sulle comunità che vivono negli ambienti ritenuti più sensibili, tanti soldi e tanti finanziamenti ma, stando agli ultimi dati, negli anni la situazione non appare affatto migliore. Anzi, al contrario, si calcola che il 50% della biodiversità nelle aree tropicali è andata persa. Nessuna politica riesce ad attuare significativi cambiamenti positivi, questo nonostante azioni e progetti che nei decenni costano parecchi soldi. Somme di cui adesso da più parti si chiede il conto. Come nel caso ad esempio dell’Ong Rainforest Foundation Uk (Rfuk), che invita la commissione europea ad ordinare un’inchiesta sui 258 milioni di Euro spesi negli ultimi 27 anni solo per la salvaguardia delle foreste nel Congo.

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