La sentenza di primo grado del processo sul disastro ambientale dell’Ilva di Taranto che ha portato alla condanna a 22 e 20 anni di reclusione per Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’Ilva dopo la privatizzazione dell’acciaieria pugliese, giunge in un complesso intreccio tra giustizia, dibattito sulla tutela dell’ambiente, economia e politica. Questioni che si sommano in una partita dal grande valore emotivo, come testimoniato dalla presenza assidua di un forte clamore mediatico attorno alla partita dell’acciaieria.

Non è questa la sede per commentare l’ampio e complesso dibattito che negli ultimi anni ha avvolto la questione sotto il profilo giudiziario. Numerosi gruppi di pressione e associazioni ambientaliste hanno prodotto report che accusano l’impianto ex Finsider privatizzato nel 1995 di essere responsabile di un’impennata nel tasso di incidenza di tumori e leucemie tra gli ex dipendenti e gli abitanti della città pugliese. “Vediamo qualcuno pagare per quello che è stato fatto a Taranto. Il pensiero è che si fossero fermati in tempo forse tanta gente sarebbe qui con noi” dicono i rappresentanti delle associazioni di Taranto a Repubblica. Su Il Riformista, invece, a essere messa nel mirino è stata l’intera struttura del processo: i pm tarantini, cavalcando l’eccessiva mediaticità del processo, avrebbero prestato poca attenzione alla chiamata in causa nei cinque anni di dibattimento di “centinaia di teste tra periti e scienziati, per chili infiniti di faldoni e controperizie, che hanno totalmente smontato la perizia madre del gip Todisco secondo cui Ilva avvelenava Taranto e ammazzava i bambini, insieme a intercettazioni trascritte male”. Inoltre, l’accusa stessa alla famiglia Riva di essersi comportata come associazione a delinquere mischiando in un unica maionese il danno ambientale, la riduzione delle tutele ai lavoratori e le omissioni di sicurezza come se fossero un fine, e non un mezzo, ha aperto molti dubbi.

L’appello e, eventualmente, la Cassazione dovranno dunque lavorare alacremente per capire fino in fondo come si strutturerà la tenuta delle accuse dei pm tarantini. Ma quel che emerge inequivocabilmente è che il processo ha già prodotto un danno potenzialmente irreversibile al futuro dell’impianto e in prospettiva al possibile rilancio dell’ex Ilva: la confisca del polo siderurgico tarantino, infatti, rischia di diventare effettiva se confermata fino al terzo grado di giudizio e non sarà, fino ad allora, operativa. Ma pone un’ipoteca su possibili investimenti strategici da realizzare per migliorare le condizioni produttive e la qualità ambientale dell’acciaieria, sulla tutela di un indotto che preserva oltre 10mila posti di lavoro. Nell’accordo che prevede il passaggio dell’acciaieria dall’amministrazione straordinaria all’acquirente, cioè la società Acciaierie d’Italia fondata sul partenariato pubblico-privato tra ArcelorMittal Italia e Invitalia, è previsto il dissequestro degli impianti come condizione sospensiva. Ma come immaginare a un futuro per Taranto se la spada di Damocle della confisca degli impianti pende su qualsiasi operatore pubblico o privato destinato a interessarsi alla città pugliese?

Prima ancora della privatizzazione (e, a ben guardare, l’intervento di ArcelorMittal in autonomia è stato sotto diversi punti di vista più rischioso e operativamente più dannoso di qualsiasi accusa si possa muovere ai Riva sotto il profilo produttivo) a segnare il destino dell’impianto pensato da Oscar Sinigaglia, motore dell’industrializzazione italiana, è stato l’abbandono di un disegno di politica industriale da parte del Paese negli Anni Novanta. E il conseguente addio a qualsiasi speranza di competere nel settore tradizionale dell’acciaio sui fattori di costo con i nuovi voraci produttori, Cina e India in testa. Ora l’industria globale dell’acciaio si trova di fronte alla possibilità di sfruttare la transizione green verso nuove fonti di alimentazione; pensa all’idrogeno come motore del ciclo integrato; in Europa si sta mirando a valorizzare gli acciai speciali per i macchinari industriali e le applicazioni ad alta intensità tecnologica per preservare il valore aggiunto; il nuovo vento keynesiano mobiliterà investimenti pubblici in infrastrutture che daranno da fare agli altoforni più importanti del Vecchio Continente; l’economia circolare sembra sposarsi alla perfezione con il rilancio degli impianti siderurgici.

L’Italia potrebbe pensare a dare un nuovo volto a Taranto proprio valorizzando strategicamente queste contingenze favorevoli. Ma sapere che un investitore pubblico o privato rischierebbe di vedersi addossare responsabilità scientificamente non dimostrabili e penalmente terze in qualsiasi momento disincentiverebbe qualsiasi intervento. Porrebbe un freno a ogni serio discorso di politica industriale. La magistratura dovrebbe accertare responsabilità e eventuali colpe, non costruire ovunque teoremi incerti che rischiano di mettere a repentaglio carriere, posti di lavoro, opportunità per il Paese. Lungi dal riscattarne il passato, la minacciata ordinanza di sequestro dell’acciaieria, se diventerà operativa, rischia di togliere un futuro a Taranto. E questo sarebbe un atto ingiusto e non ripianabile con nessuna sentenza.

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