Con 444 voti favorevoli, 70 contrari e 181 astensioni nella giornata dell’11 marzo il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che propone l’introduzione del Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam), un meccanismo doganale che possa consentire all’Unione Europea di muoversi per colpire fiscalmente aziende e Paesi che sfruttano le delocalizzazioni produttive per fare politiche di dumping sistemico sui regolamenti ambientali. Prevenire la delocalizzazione delle imprese europee attraverso dazi su determinate importazioni nell’Unione, provenienti da Paesi meno ambiziosi dal punto di vista climatico: questa la ratio di un regolamento che dovrà ora essere strutturato operativamente dalla Commissione europea e contribuirà al gettito di Bruxelles come “risorsa propria” con cui l’Unione finanzierà il Recovery Fund e i progetti di transizione ecologica ad esso legati.

Alla Commissione gli eurodeputati, nota l’agenzia Energia Oltre, hanno proposto di “applicare un prezzo sulle emissioni di CO2 di alcuni beni importati nell’Ue, se provengono da paesi con standard climatici meno ambiziosi. Ciò creerebbe una parità di condizioni a livello globale, nonché un incentivo per le industrie europee e non europee a decarbonizzarsi, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”.

La mossa ha valenza economica, commerciale e a suo modo geopolitica. Vediamo perché

Sul fronte economico, è da sottolineare la svolta sulle modalità di finanziamento dei programmi comuni europei: nei mesi scorsi avevamo sottolineato come più volte la Commissione von der Leyen fosse caduta in fallo sulle scelte con cui procurarsi le specifiche voci di bilancio delle “risorse proprie” per finanziare il debito mutualizzato comunitario. La road map delle nuove tasse prevede in effetti una plastic tax a partire dal 2021, una carbon tax dal 2023 basata sul sistema di scambio delle quote di emissione di carbonio (Ets) interne all’Ue e un prelievo sulle imprese digitali dal 2024: buona parte di queste misure avrebbero finito per scaricare nei mercati dei Paesi europei il fardello dell’acquisizione delle risorse proprie da parte dell’Ue, sommandosi al gettito fiscale nazionale. La futura Carbon Border Tax invece è fatta appositamente per far pagare al resto del mondo il prezzo dell’inquinamento eccessivo.

A fare pressione per una svolta su questo fronte era stato in particolar modo il Partito popolare europeo, che ha voluto applicare un principio ben espresso in un comunicato stampa dall’Eurodeputato di Forza Italia Massimiliano Salini: “La priorità” del Cbam è quella di “impedire che un meccanismo nato per finanziare la ripartenza economica, finisca invece per ostacolare le nostre industrie già sottoposte ai requisiti ambientali Ue estremamente sfidanti” e incentivare la transizione virtuosa che molti settori economici europei, come quello siderurgico, stanno già ponendo in atto sul fronte dell’economia circolare. La questione è importante e, a suo modo, sfidante per tessuti economici fortemente votati all’export e alla trasformazione di materie prime provenienti dall’esterno dei confini nazionali come quello italiano: confrontandosi con Inside Over l’analista geopolitico e consigliere regionale dell’Emilia-Romagna Gianni Bessi (Pd) ha approfondito il tema e sottolineato che all’adozione del Cbam e alla revisione del sistema di scambio di quote di regolamentazione delle emissioni dell’Ue dovrà essere associata, a livello italiano ed europeo, una strategia industriale dedicata a monte e a valle per rendere strutturale la decarbonizzazione e evitare pressioni inflative sui prezzi per il tessuto manifatturiero.

Bessi ha ben in mente anche il versante commerciale della questione: “La materia regolatoria ambientale e climatica non è un gioco unidirezionale sul giusto target della riduzione delle emissioni europee e globali ma va seguito anche come un processo di ‘regolazione’ della competizione tra sistemi e filiere produttive”, principio a cui nel suo comunicato Salini fa eco sottolineando che la nuova misura “arginerebbe la concorrenza sleale e l’importazione di prodotti irrispettosi delle norme ambientali Ue”, in un’ottica di tutela delle imprese votate al rafforzamento dell’efficienza energetica. Una questione fondamentale, dunque, che non potrà non impattare negli anni a venire sui prossimi accordi commerciali che l’Unione Europea negozierà a tutto campo con i futuri partner. Il versante commerciale è stato di fatto il fattore trasversale alla proposta portata all’Europarlamento, dato che è il canovaccio comune a tutti i temi messi in campo dal relatore della proposta, l’esponente dei Verdi francesi Yannick Jadot: clima, industria, occupazione, resilienza, sovranità e questioni di delocalizzazione.

E non possiamo non leggere in filigrana a queste prese di posizione una lettura di taglio geopolitico. Le misure hanno infatti un bersaglio implicito, la Cina, Paese che in base agli Accordi di Parigi beneficerà di una curva di rientro più lunga dal picco di emissioni di anidride carbonica, e che tuttora può essere un bersaglio attaccabile con l’arma politica della transizione energetica. La partita è a più livelli, anche perchè effettivamente l’Europa, assieme agli Usa, necessita di capire le modalità d’ingaggio migliori per competere attivamente per la leadership industriale dell’economia post fossile. In molti non hanno ritenuto un caso la presenza dell’inviato speciale Usa per il Clima, John Kerry, a Bruxelles nei giorni precedenti l’adozione del Cbam. “Sono qui per rinnovare il dialogo con l’Europa, non c’è alleato migliore”, ha detto l’ex candidato democratico alla presidenza, segnalando come la transizione energetica sarà usata apertamente dall’amministrazione di Joe Biden per saldare una nuova fase delle relazioni transatlantiche. Che nell’ottica di Washington dovranno estendere all’Europa la linea del contenimento economico anti-cinese. Anche con la nuova arma dei “dazi verdi”.

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